Archivio per la Categoria orecchie trovate nei prati

miracles of life

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 26, 2008 da Simone Buttazzi

James Graham Ballard sta male. Il cancro alla prostata lo sta portando via. Il 4 febbraio esce in Inghilterra il suo nuovo libro, Miracles of Life. E’ un’autobiografia che si riallaccia a due dei romanzi più famosi di Ballard, L’impero del sole (1984) e La gentilezza delle donne (1991), entrambi ricavati dai suoi anni passati a Shangai prima di recarsi a Shepperton, UK. J.G. Ballard è a mio modesto parere uno dei pochi autori davvero imprescindibili ancora in vita. In cinquant’anni di intensa attività letteraria, Ballard è passato dalla fantascienza pura (i suoi racconti sono splendidi ancora oggi) a una serie di romanzi scardinanti, "new dada", tramite i quali Ballard ha lanciato uno sguardo allora inedito e tuttora imbattuto sul presente. Il nostro qui e ora. Con La mostra delle atrocità, Crash, L’isola di cemento, Il condominio, via via fino a Un gioco da bambini, Cocaine Nights, Super Cannes, Millennium People e Regno a venire, Ballard ha cantato la bellezza dei videoregistratori nelle vetrine, delle macchie d’olio sotto le macchine, ha dissezionato la nostra voglia di uccidere e il fascino zombificante dei centro commerciali. Contemporaneista orgoglioso e caustico, profeta sardonico ma mai azzardato nei suoi moniti e nei panorami che ha descritto a partire dal mondo che lo (ci) circonda - quasi sapesse leggere tra le rughe degli oggetti più banali, ma anche più emblematici - Ballard è stato spesso accusato di sciatteria letteraria. Basta leggere alcuni estratti di Miracles of Life che circolano in rete per rendersi conto di quanto la sua prosa, e non solo stavolta, possa vantare tutta l’energia e tutto lo stupore naif di un quadro di Paul Delvaux (il suo artista prediletto). L’energia di chi sguazza nell’oggi e non presuppone un domani. Perché è già suo.

parola non parola

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 23, 2008 da Simone Buttazzi

Ogni anno, in dicembre, la Gesellschaft für deutsche Sprache di Wiesbaden sceglie il Wort des Jahres, la parola dell’anno. Una tradizione che prosegue da trent’anni esatti. Esempi di parola dell’anno: Klimakatastrophe (2007), Bundeskanzlerin (2005), Das alte Europa (la vecchia Europa, 2004), Teuro (gioco di parole tra "euro" e "teuer", costoso, quindi: "l’euro che fa impennare i prezzi", 2002). La parola dell’anno, di solito, emerge spontaneamente: è il concetto più chiacchierato dell’annata, meglio se neologismo. Ovvio, a volte è azzeccata, altre meno. Bastian Sick, nel primo volume della sua furbastra serie Der Dativ ist dem Genitiv sein Tod - più o meno letteralmente: Il dativo è del genitivo la morte sua, da una fortunata rubrica sugli usi, gli abusi e i misteri della lingua tedesca - sostiene ad esempio che la Wort des Jahres del 2004 avrebbe dovuto essere Erdloch (buco nella terra, lo stesso dove venne trovato Saddam), ma per forza di cose la GfdS, che "esterna" a metà dicembre, non ne poteva ancora sapere nulla. Per completezza di informazione va detto che anche l’Austria e la Svizzera hanno le loro Worte des Jahres, diverse da quella tedesca.

Dal 1991 si sceglie anche l’Unwort des Jahres, cioè a dire la non-parola dell’anno. Se il Wort risponde a criteri di novità e pregnanza, l’Unwort rispecchia il cosiddetto politically incorrect. Anzi, peggio. E’ una parola che esiste ma che non dovrebbe esistere, perché socialmente, moralmente, politicamente dannosa. Inizialmente, la GfdS sceglieva anche l’Unwort, ma dal 1994 la giuria specializzata si è resa indipendente (!). L’Unwort viene proclamata a metà gennaio, e come nel caso del Wort ogni Paese di lingua tedesca ha la sua non-parola dell’anno. Altra differenza con il Wort: da quando internet è divenuto un medium di massa, la scelta dell’Unwort avviene tramite sondaggio popolare a partire da alcune non-parole candidate.

Esempi di Unwort: ausländerfrei (senza stranieri, cioè senza immigrati, 1991), ethnische Säuberung (pulizia etnica, 1992), Kollateralschaden (danni collaterali: i civili morti in Kosovo, 1999), Gotteskrieger (guerre per conto di Dio, 2001), freiwillige Ausreise (ritorno a casa volontario, 2006), Herdprämie (soldi per le famiglie che non vogliono mandare i figli a scuola e che intendono occuparsi personalmente della loro educazione: fuor di metafora, Padre padrone, 2007). Ogni due per tre, l’Unwort viene prelevata dal lessico della NPD o da quello dei guerrafondai. Da notare, nel minireferendum per l’Unwort 2007, il ritorno dell’aggettivo "entartet", "degenerato", di solito messo accanto alla parola arte - un vecchio concetto goebbelsiano. Nel settembre dell’anno scorso, infatti, il cardinale di Colonia Joachim Meisner se ne uscì infelicemente con una sparata rivolta alla "entartete Kultur" dei giorni nostri. Probabilmente teneva anche una pistola nel sottanone.

radio varsavia

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 20, 2008 da Simone Buttazzi

il vicino

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 14, 2008 da Simone Buttazzi

Si chiama The Air Is On Fire ed è una mostra in giro per il mondo che ha mosso i primi passi alla Fondazione Cartier di Parigi, da sempre appassionata di croste e scatti lynchiani. E dico croste non perché siano malvage, anzi. Negli ultimi anni l’uomo di Missoula, Montana, si è dato con fervore a una pittura che mischia soggetti cinematici con materiali à la Prampolini, ovvero, banalmente, l’uso di oggetti e materiali "grossi e grossolani" sulla tela. Grumi di pittura. Scarpe e pantaloni incollati. Rametti dipinti di rosso e conficcati sul soggetto per rappresentare fiotti di sangue. Lynch ha un personaggio ricorrente, tale Bob - lo stesso di Blue Bob? - che si trova nelle situazioni più disparate. A volte incontra il capufficio (un mostro con dadi che fluttuano nella panciona trasparente) altre volte gli esplode il petto in un negozio vuoto, con la vetrina che dà sulla high street. Trattasi di tele piuttosto lettriste, in cui i titoli o i vaneggiamenti dei soggetti vagano sulla superficie dipinta come le lettere di The Alphabet, il suo corto del 1970. Vagando per The Air Is On Fire s’incontrano questi e altri quadri, montati su strutture metalliche aventi enormi tendaggi monocromi come sfondo. I dipinti più datati sono grigio-neri, e il tema ricorrente è la caa minacciata da una presenza esterna non ben identificata.

Tra le foto, oltre a nudi dada à la Man Ray immersi nel fumo - o che emettono fumo - ci sono panorami e dettagli industriali scattati in Polonia e sul confine con la Germania al tempo delle riprese europee di INLAND EMPIRE. E ancora: un salotto degno di Rabbits, un’installazione improvvisata con l’estintore in loco, pulsanti che sprigionano  droni e suoni metallici, una ridda di materiali vari (bigliettini, dattiloscritti, giringiri di matita) testimoni di cosa gli è passato per la testa più o meno tra il 1975 e il 1995. Last and best: una saletta cinematografica allestita come il palcoscenico della Radiator Lady di Erasehead, con un programmino da leccarsi i baffi. Cioè a dire: Six Figures Getting Sick, The Alphabet, The Grandmother e il meglio della sua produzione internettiana: gli otto episodi di Dumbland, The Darkened Room, Boat e alcuni esperimenti in digitale.

Menzione speciale merita Out Yonder Neighbor Boy, corto girato nel giardino di casa (dove sennò?) con suo figlio ormai cresciuto: l’ultima volta l’avevamo visto nell’episodio IX di Twin Peaks, nei panni del "bambino col mais nelle mani". Il video è in bianco e nero. Lynch senior e Lynch junior stanno seduti tutto il tempo e parlano con le loro vocette stridule rese ancora più stridule, per tacere del letale accento del Mid-West e di un ricorso volontario e fumettistico al verbo "to be" non coniugato. Nei dieci minuti di Neighbor Boy succede questo: i due parlano a vanvera, citano il figlio del vicino e la carenza di latte, d’improvviso arriva il succitato figlio del vicino nella forma di un’ombra (digitale) gigantesca che se ne va dopo aver loro rubato il latte residuo. Alla fine arriva udiamo passare la cavalleria. Qua si trova un breve assaggio del video: un’autentica chicca per chi ama il Lynch corto e selvaggio, che ha ritrovato nella rete l’ispirazione delle origini.

no martini, no party

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 9, 2008 da Simone Buttazzi

Emanuela Martini non dirige più Film Tv. Nemmeno collabora più con la rivista che ha visto nascere nel gennaio 1993 e di cui è stata a lungo la firma trainante. Sotto la sua direzione Film Tv era diventato molto più dell’ "unico settimanale di cinema", come recita lo slogan del giornale. Era diventata la migliore rivista di cinema italiana, per quanto ne so io un caso unico in Europa - un po’ come Fuori orario. Fino all’anno scorso (e ne abbiamo parlato proprio un anno fa) Film Tv raccoglieva firme prestigiose nella "gabbia" di un giornale razionale, di servizio, che offriva informazioni preziose e riflessioni (quasi) mai banali o superflue. Per un settimanale a un euro e cinquanta la cui seconda metà della foliazione è dedicata ai programmi televisivi, un miracolo. Col nuovo anno, Emanuela Martini non c’è più. A dirigere la rivista è il buon vecchio Aldo Fittante, celentanofilo sfegatato, che per arginare il negativo effetto sorpresa e - a quanto pare - l’ondata di messaggi basiti e delusi, ha scritto un editoriale. Peccato che detto editoriale sia retorico, traballante, fumoso. Il suo unico merito è di mettere nero su bianco i nomi che hanno abbandonato la rivista: oltre alla Martini, Gianni Amelio, Goffredo Fofi, Alberto Crespi, Gualtiero De Marinis, Pier Maria Bocchi, Morando Morandini, Emiliano Morreale, Bruno Fornara, Federico Pedroni. Un singolo addio, anche se di peso, è comprensibile. Un’emorragia, no. E lo scalino tra la vecchia e la nuova gestione si sente, anzi: è uno scalone maroniano. Dal pieno al vuoto, dal pregno all’inconsistente. Dal canto mio, posso dire di essermi formato su Film Tv in quindici anni tondi tondi di acquisti diretti e delegati in mia assenza, di non essermi perso un numero, di aver letto ogni issue armato di un’acquolina in bocca mai delusa. Col numero 2, anno 16, la mia collezione si tronca. Parola di collezionista, direbbe Tibor Fischer.

titoli di testa

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 31, 2007 da Simone Buttazzi









Questa pagina propone una galleria pressoché sconfinata di titoli filmici. Titolo: lo stampiglio di pochi secondi che dà il nome a una storia. Di solito in testa, ma a volte, come nel caso di Eastern Promises, in coda. E spesso, nel caso di Cronenberg, nel contesto di una texture (testura? tessuto omogeneo?) che fonde i crediti con una fantasia grafica che riassume il sapore della narrazione a venire. Dei bei titoli di testa sono in grado di dare al film quell’energia iconica che lo rende, come suolsi dire, indimenticabile. Registi come Hitchcock, Scorsese (coadiuvati da Saul Bass), Cronenberg e Lynch hanno portato alla perfezione l’arte della texture introduttiva. Altri, come Pasolini o Allen, sono abitudinari e sobri - PPP con i suoi titoli nero su bianco, Woody bianco su nero e la stessa font da sempre. E val la pena di citare anche Moretti, con i suoi bianchi su rosso e i titoli diaristici scritti a penna, o Wong, che in testa a In the Mood for Love si affrettò a mettere un cartello rosso degno di un poliziottesco anni ‘70, pur di lanciarlo in concorso a Cannes a montaggio appena finito. Un titolo preparato in cinque minuti che resta una delle immagini più potenti dell’intera pellicola. Questo per dire che (quasi) tutti i film di David Cronenberg, soprattutto gli ultimi due, segnati dalla presenza fisicissima di Viggo Mortensen, sono esperienze audiovisive da testacoda. L’una lo specchio - oscuro - dell’altra. L’una più sobria, invisibile, lineare dell’altra. Straight stories in cui si annidano, e covano, metamorfosi dell’identità. Give me head, give me head, give me head fitcion instead.

homais

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 28, 2007 da Simone Buttazzi

Strong Opinions (12/09/05 - 31/05/06):

On the origins of the state, On anarchism, On democracy, On Machiavelli, On terrorism, On guidance systems, On Al Qaida, On universities, On Guantanamo Bay, On national shame, On the curse, On paedophilia, On the body, On the slaughter of animals, On avian influenza, On competition, On intelligent design, On Zeno, On probability, On raiding, On apology, On asylum in Australia, On political life in Australia, On Left and Right, On Tony Blair, On Harold Pinter, On music, On tourism, On English usage, On authority in fiction, On the afterlife.

Second diary:

A dream, On fan mail, My father, Insh’Allah, On mass emotion, On the hurly-burly of politics, The kiss, On the erotic life, On ageing, Idea for a story, La France moins belle, The classics, On the writing life, On the mother tongue, On Antjie Krog, On being photographed, On having thoughts, On the birds of the air, On compassion, On children, On water and fire, On boredom, On J.S. Bach, On Dostoevsky.

Sono questi gli argomenti di Diary of a Bad Year, 2007, di John Maxwell Coetzee, premio nobel per la letteratura anno 2003. Ed è proprio la sua nobel lecture l’unico video disponibile in rete in grado di testimoniare la sua fisicità nell’atto di leggere e di confrontarsi, timidamente, con una platea. Il testo che Cotzìi lesse a Stoccolma s’intitola He and his Man, e rumina la sua antica passione per Daniel Defoe, culminata vent’anni orsono con la pubblicazione di Foe, personale remake di Robinson Crusoe.

Coetzee è stato spesso accusato di bovarismo. Non solo per le due autografie apocrifre Boyhood e Youth. Quando in The Master of Petersborough azzarda un Dostoevsky protagonista, è un Dostoevsky che ha perso un figlio esattamente come lui. Quando Elizabeth Costello si fa portavoce scomoda e saccente delle Lives of animals, novella Miss Marple che fa capolino ovunque ci sia puzza d’intellettuale, la sua voce si sovrappone a quella di John Maxwell. Fino al senor C - sigla: JMC - di Diary of a Bad Year, scrittore laureato ultrasessantenne che dal natìo Sud Africa si è trasferito in Australia, cambiando cittadinanza. Eppure I, ci ricorda Coetzee, non sono I. "I" è il mio personaggio.

Con Diary of a Bad Year, l’autore di Disgrace raffina una delle sue ossessioni letterarie: la fusione tra saggistica e narrativa. Una (con)fusione finora incarnata dalla scrittrice Costello, che tra il romanzo-patchwork che porta il suo nome e il farraginoso Slow Man era diventata una presenza ingombrante e stucchevole. Non che manchi, in Diary. La si riconosce, non citata, tra le righe del capitolo Idea for a story, che speriamo rimanga tale. La grande idea di Diary è un’altra. E’ l’idea di prendere (quasi) ogni pagina del testo e di dividerla in tre parti, separate da una linea continua. Dall’alto in basso: un brano di saggistica o di diaristica scritto dall’autore ("I"); poche righe della vita privata di "I", ricalcate dai suoi pensieri; poche righe della vita privata di Anya, la sua dattilografa. Anche in questo caso pensieri. Anche in questo caso, in prima persona. I tre flussi narrativi (anche ciò che è saggistico diventa narrativo) sono temporalmente sfalsati. E la lettura procede saltando, di pagina in pagina, da una linea del tempo all’altra. A volte i brandelli di linea non si conludono con un punto, e il lettore può decidere se proseguire lunga quella linea - meglio se non bisogna voltar pagina - o se obbedire ai dettami della classica lettura facciata per facciata.

L’innesco della trama è dato da un finzionale editore tedesco, Mittwoch Verlag, che commissiona a JMC (a lui come ad altri scrittori laureati) una serie di opinioni. L’editore è in dubbio se intitolare il testo Meinungen o Ansichten. Le Meinungen possono fluttuare, le Ansichten sono più ferme. JMC vorrebbe chiamare il testo Harte (Feste, lo corregge l’editore) Ansichten. Strong Opinions.

Non aggiungo altro. Se non che nobel o non nobel, J.M. Coetzee è un autore prodigo e nutriente. E che Diary of a Bad Year è un libro da mangiare senza fretta, con abbondante piluccamento di dita. Per apprezzarne la puntualità, il coraggio e perché no, anche la pedanteria. Altro che Bovary. Homais, c’est lui.

la storia di auggie wren

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 26, 2007 da Simone Buttazzi

neanche per sogno!

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 23, 2007 da Simone Buttazzi

C’è una formula bellissima in tedesco: von wegen. Von è una preposizione utile per esprimere il complimento di specificazione, per indicare autorialità (ein Film von…), provenienza spaziale (non temporale, ma anche metaforica) e in generale per fare le scarpe al genitivo, visto che è abusata e regge il dativo. Wegen, da sola, regge il genitivo e significa "per via di", "a causa di". Il bestseller Der Dativ ist dem Genitiv sein Tod, nato da una rubrica giornalistica, esordisce con un esempio ancorato al malo uso di wegen. E’ ormai normale dire "wegen dir", a causa tua, ma è sbagliato, perché sembrerebbe che wegen regga il dativo. La formula corretta - e oscura - è deinetwegen… Ma il bello è che, insieme, von e wegen significano neanche per sogno.

L’editore Dan neue Berlin ha acquistato uno spazio pubblicitario sul Friedrichshainer Chronik di dicembre per promuovere un libricino uscito nel settembre di quest’anno: Von wegen Beitritt! Offene Worte zur Deutschen Einheit - Adesione? Manco per sogno! Libere opionioni sull’unità tedesca. Il libretto è un serraglio di testimonianze raccolte in vari strati della Gesellschaft,  da cui emerge un’opinione dominante - che è anche la tesi del curatore - ovvero che nel 1990 non si sia verificata un’adesione della DDR alla BRD, no. A detta di tutti, la Bundesrepublik si pappò la Demokratische Republik esattamente come accadde nel ‘38 ai danni dell’Austria. Cioè a dire Anschluss, annessione territoriale. Va detto che nel ‘38 l’Austria fu piuttosto entusiasta di lasciarsi ingoiare dal Reich. E va detto che Anschluss si scrive con due s e non con la ß, come scrivono quelli della Neues Berlin dimostrando di non aver fatto caso alla riforma ortografica del 1998.

Il tono del libretto, della pubblicità dello stesso e più in generale del benemerito giornale di quartiere Friedrichshainer Chronik è perfettamente in linea con la famigerata Ostalgie, il movimento socioemotivo che sostiene quanto segue: si stava meglio prima, a Germania divisa. Opinione tutt’altro che isolata e peregrina. Soprattutto perché, nell’ipotesi di mettere la parola fine alla divisione tedesca, molti auspicavano un autentico anno zero, una sintesi hegeliana delle due parti. Dei due Provisoria descritti da Ernst Richert. La storia ci dice che una delle due è scomparsa inglobata dall’altra, la quale non ha modificato la propria denominazione e la propria costituzione e ha esportato pure il cancelliere - Kohl - tranquillamente in carica fino al 1998 (era stato eletto a ovest nel 1982). Nel suo terzo volume di memorie, relativo agli anni 1990-1994. l’Altkanzler si esprime così in merito all’ipotesi di modificare lo statuto della BRD in sede di Beitritt, cioè a dire dell’annunciata "adesione": von wegen!

occhi recisi

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 20, 2007 da Simone Buttazzi

In un racconto di Clive Barker di quasi vent’anni fa, incluso in uno dei suoi sei "Books of blood" - so che è molto generico, ma proprio non ricordo quale - un personaggio viene descritto in base ai suoi gusti filmici. In dettaglio, Barker lo tratteggia come "uno a cui i piacciono i film di Polanski degli anni ‘60". L’intento è quello di bollare detto personaggio di radicalchicchismo e velleitarismo culturale. A ben vedere, il decennio ‘60 è stato fondamentale per il regista polacco naturalizzato francese: dopo una batteria di splendidi cortometraggi, nel ‘62 dirige il suo primo film, in Polonia (Il coltello nell’acqua), poi va in Francia a girare un segmento de Le più gandi truffe del mondo (1963), realizza Repulsion tra interni ed esterni londinesi (1965) e resta in Inghilterra per il beckettiano gioco al massacro di Cul de sac (1966) e Dance of the vampires (1967), recentemente trasformato in un musical. Il 1968 è l’anno del suo primo progetto americano, Rosemary’s Baby, cui seguirà il massacro di Bel-Air.

Repulsion e Cul de sac sono sicuramente due "art films", ma non sono affatto arty. L’acume e la cattiveria di Polanski e del suo co-sceneggiatore Gérard Brach fanno sì che queste pellicole gli occhi non li strizzino, bensì li recidano. Li taglino come la celebre prima scena di Un chien andalou (1928). Repulsion, in particolare, è davvero programmatico da questo punto di vista. Polanski utilizza una Catherine Deneuve pre-Bella di giorno: una bambola bionda, gelida, frigida, con un sincero scollamento dalla realtà e dall’umanità. La repulsione del titolo è quella che lei prova nei confronti dell’Uomo, e in particolare degli uomini. Non c’è alcun motivo, alcun trauma nel suo passato, un qualcosa che possa, per così dire, argomentare questo rigetto. La repulsione della protagonista è un a priori. E la foto di lei bimba - l’ultima immagine del film - serve a gettare un ponte immaginifico con Il villaggio dei dannati più che a "spiegare" qualcosa. L’ultima immagine di Repulsion è un perfetto finale à la Shining (15 anni prima di Shining…) e un inquietante escamotage per dare alla pellicola la famigerata composizione ad anello. Come nel caso del Lynch più sfrenato, la soluzione non c’è: il film, tuttavia, "regge" in virtù di una propria coerenza interna, di una sclerosi omogenea, di un cortocircuito comprensibile solo tramite i dogmi dettati dalla stessa narrazione / audiovisione.

La narrazione di Repulsion esce, letteralmente, dall’occhio della protagonista, e rientra nel suo occhio di tanti anni fa, l’occhio fotografato di una bimba ariana da incubo. I titoli di testa scorrono interamente lungo la cornea della Deneuve, e l’ultima stringa di testo, quella della regia, che fa. Come il rasoio di Bunuel, l’occhio, lo taglia.