miracles of life
Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 26, 2008 da Simone Buttazzi
Dal 1991 si sceglie anche l’Unwort des Jahres, cioè a dire la non-parola dell’anno. Se il Wort risponde a criteri di novità e pregnanza, l’Unwort rispecchia il cosiddetto politically incorrect. Anzi, peggio. E’ una parola che esiste ma che non dovrebbe esistere, perché socialmente, moralmente, politicamente dannosa. Inizialmente, la GfdS sceglieva anche l’Unwort, ma dal 1994 la giuria specializzata si è resa indipendente (!). L’Unwort viene proclamata a metà gennaio, e come nel caso del Wort ogni Paese di lingua tedesca ha la sua non-parola dell’anno. Altra differenza con il Wort: da quando internet è divenuto un medium di massa, la scelta dell’Unwort avviene tramite sondaggio popolare a partire da alcune non-parole candidate.
Esempi di Unwort: ausländerfrei (senza stranieri, cioè senza immigrati, 1991), ethnische Säuberung (pulizia etnica, 1992), Kollateralschaden (danni collaterali: i civili morti in Kosovo, 1999), Gotteskrieger (guerre per conto di Dio, 2001), freiwillige Ausreise (ritorno a casa volontario, 2006), Herdprämie (soldi per le famiglie che non vogliono mandare i figli a scuola e che intendono occuparsi personalmente della loro educazione: fuor di metafora, Padre padrone, 2007). Ogni due per tre, l’Unwort viene prelevata dal lessico della NPD o da quello dei guerrafondai. Da notare, nel minireferendum per l’Unwort 2007, il ritorno dell’aggettivo "entartet", "degenerato", di solito messo accanto alla parola arte - un vecchio concetto goebbelsiano. Nel settembre dell’anno scorso, infatti, il cardinale di Colonia Joachim Meisner se ne uscì infelicemente con una sparata rivolta alla "entartete Kultur" dei giorni nostri. Probabilmente teneva anche una pistola nel sottanone.
L’ultimo appello è da dimenticare?
Tra le foto, oltre a nudi dada à la Man Ray immersi nel fumo - o che emettono fumo - ci sono panorami e dettagli industriali scattati in Polonia e sul confine con la Germania al tempo delle riprese europee di INLAND EMPIRE. E ancora: un salotto degno di Rabbits, un’installazione improvvisata con l’estintore in loco, pulsanti che sprigionano droni e suoni metallici, una ridda di materiali vari (bigliettini, dattiloscritti, giringiri di matita) testimoni di cosa gli è passato per la testa più o meno tra il 1975 e il 1995. Last and best: una saletta cinematografica allestita come il palcoscenico della Radiator Lady di Erasehead, con un programmino da leccarsi i baffi. Cioè a dire: Six Figures Getting Sick, The Alphabet, The Grandmother e il meglio della sua produzione internettiana: gli otto episodi di Dumbland, The Darkened Room, Boat e alcuni esperimenti in digitale.
Menzione speciale merita Out Yonder Neighbor Boy, corto girato nel giardino di casa (dove sennò?) con suo figlio ormai cresciuto: l’ultima volta l’avevamo visto nell’episodio IX di Twin Peaks, nei panni del "bambino col mais nelle mani". Il video è in bianco e nero. Lynch senior e Lynch junior stanno seduti tutto il tempo e parlano con le loro vocette stridule rese ancora più stridule, per tacere del letale accento del Mid-West e di un ricorso volontario e fumettistico al verbo "to be" non coniugato. Nei dieci minuti di Neighbor Boy succede questo: i due parlano a vanvera, citano il figlio del vicino e la carenza di latte, d’improvviso arriva il succitato figlio del vicino nella forma di un’ombra (digitale) gigantesca che se ne va dopo aver loro rubato il latte residuo. Alla fine arriva udiamo passare la cavalleria. Qua si trova un breve assaggio del video: un’autentica chicca per chi ama il Lynch corto e selvaggio, che ha ritrovato nella rete l’ispirazione delle origini.

















On the origins of the state, On anarchism, On democracy, On Machiavelli, On terrorism, On guidance systems, On Al Qaida, On universities, On Guantanamo Bay, On national shame, On the curse, On paedophilia, On the body, On the slaughter of animals, On avian influenza, On competition, On intelligent design, On Zeno, On probability, On raiding, On apology, On asylum in Australia, On political life in Australia, On Left and Right, On Tony Blair, On Harold Pinter, On music, On tourism, On English usage, On authority in fiction, On the afterlife.
Second diary:
A dream, On fan mail, My father, Insh’Allah, On mass emotion, On the hurly-burly of politics, The kiss, On the erotic life, On ageing, Idea for a story, La France moins belle, The classics, On the writing life, On the mother tongue, On Antjie Krog, On being photographed, On having thoughts, On the birds of the air, On compassion, On children, On water and fire, On boredom, On J.S. Bach, On Dostoevsky.
Coetzee è stato spesso accusato di bovarismo. Non solo per le due autografie apocrifre Boyhood e Youth. Quando in The Master of Petersborough azzarda un Dostoevsky protagonista, è un Dostoevsky che ha perso un figlio esattamente come lui. Quando Elizabeth Costello si fa portavoce scomoda e saccente delle Lives of animals, novella Miss Marple che fa capolino ovunque ci sia puzza d’intellettuale, la sua voce si sovrappone a quella di John Maxwell. Fino al senor C - sigla: JMC - di Diary of a Bad Year, scrittore laureato ultrasessantenne che dal natìo Sud Africa si è trasferito in Australia, cambiando cittadinanza. Eppure I, ci ricorda Coetzee, non sono I. "I" è il mio personaggio.
Con Diary of a Bad Year, l’autore di Disgrace raffina una delle sue ossessioni letterarie: la fusione tra saggistica e narrativa. Una (con)fusione finora incarnata dalla scrittrice Costello, che tra il romanzo-patchwork che porta il suo nome e il farraginoso Slow Man era diventata una presenza ingombrante e stucchevole. Non che manchi, in Diary. La si riconosce, non citata, tra le righe del capitolo Idea for a story, che speriamo rimanga tale. La grande idea di Diary è un’altra. E’ l’idea di prendere (quasi) ogni pagina del testo e di dividerla in tre parti, separate da una linea continua. Dall’alto in basso: un brano di saggistica o di diaristica scritto dall’autore ("I"); poche righe della vita privata di "I", ricalcate dai suoi pensieri; poche righe della vita privata di Anya, la sua dattilografa. Anche in questo caso pensieri. Anche in questo caso, in prima persona. I tre flussi narrativi (anche ciò che è saggistico diventa narrativo) sono temporalmente sfalsati. E la lettura procede saltando, di pagina in pagina, da una linea del tempo all’altra. A volte i brandelli di linea non si conludono con un punto, e il lettore può decidere se proseguire lunga quella linea - meglio se non bisogna voltar pagina - o se obbedire ai dettami della classica lettura facciata per facciata.
L’innesco della trama è dato da un finzionale editore tedesco, Mittwoch Verlag, che commissiona a JMC (a lui come ad altri scrittori laureati) una serie di opinioni. L’editore è in dubbio se intitolare il testo Meinungen o Ansichten. Le Meinungen possono fluttuare, le Ansichten sono più ferme. JMC vorrebbe chiamare il testo Harte (Feste, lo corregge l’editore) Ansichten. Strong Opinions.
Non aggiungo altro. Se non che nobel o non nobel, J.M. Coetzee è un autore prodigo e nutriente. E che Diary of a Bad Year è un libro da mangiare senza fretta, con abbondante piluccamento di dita. Per apprezzarne la puntualità, il coraggio e perché no, anche la pedanteria. Altro che Bovary. Homais, c’est lui.
L’editore Dan neue Berlin ha acquistato uno spazio pubblicitario sul Friedrichshainer Chronik di dicembre per promuovere un libricino uscito nel settembre di quest’anno: Von wegen Beitritt! Offene Worte zur Deutschen Einheit - Adesione? Manco per sogno! Libere opionioni sull’unità tedesca. Il libretto è un serraglio di testimonianze raccolte in vari strati della Gesellschaft, da cui emerge un’opinione dominante - che è anche la tesi del curatore - ovvero che nel 1990 non si sia verificata un’adesione della DDR alla BRD, no. A detta di tutti, la Bundesrepublik si pappò la Demokratische Republik esattamente come accadde nel ‘38 ai danni dell’Austria. Cioè a dire Anschluss, annessione territoriale. Va detto che nel ‘38 l’Austria fu piuttosto entusiasta di lasciarsi ingoiare dal Reich. E va detto che Anschluss si scrive con due s e non con la ß, come scrivono quelli della Neues Berlin dimostrando di non aver fatto caso alla riforma ortografica del 1998.
Il tono del libretto, della pubblicità dello stesso e più in generale del benemerito giornale di quartiere Friedrichshainer Chronik è perfettamente in linea con la famigerata Ostalgie, il movimento socioemotivo che sostiene quanto segue: si stava meglio prima, a Germania divisa. Opinione tutt’altro che isolata e peregrina. Soprattutto perché, nell’ipotesi di mettere la parola fine alla divisione tedesca, molti auspicavano un autentico anno zero, una sintesi hegeliana delle due parti. Dei due Provisoria descritti da Ernst Richert. La storia ci dice che una delle due è scomparsa inglobata dall’altra, la quale non ha modificato la propria denominazione e la propria costituzione e ha esportato pure il cancelliere - Kohl - tranquillamente in carica fino al 1998 (era stato eletto a ovest nel 1982). Nel suo terzo volume di memorie, relativo agli anni 1990-1994. l’Altkanzler si esprime così in merito all’ipotesi di modificare lo statuto della BRD in sede di Beitritt, cioè a dire dell’annunciata "adesione": von wegen!
Repulsion e Cul de sac sono sicuramente due "art films", ma non sono affatto arty. L’acume e la cattiveria di Polanski e del suo co-sceneggiatore Gérard Brach fanno sì che queste pellicole gli occhi non li strizzino, bensì li recidano. Li taglino come la celebre prima scena di Un chien andalou (1928). Repulsion, in particolare, è davvero programmatico da questo punto di vista. Polanski utilizza una Catherine Deneuve pre-Bella di giorno: una bambola bionda, gelida, frigida, con un sincero scollamento dalla realtà e dall’umanità. La repulsione del titolo è quella che lei prova nei confronti dell’Uomo, e in particolare degli uomini. Non c’è alcun motivo, alcun trauma nel suo passato, un qualcosa che possa, per così dire, argomentare questo rigetto. La repulsione della protagonista è un a priori. E la foto di lei bimba - l’ultima immagine del film - serve a gettare un ponte immaginifico con Il villaggio dei dannati più che a "spiegare" qualcosa. L’ultima immagine di Repulsion è un perfetto finale à la Shining (15 anni prima di Shining…) e un inquietante escamotage per dare alla pellicola la famigerata composizione ad anello. Come nel caso del Lynch più sfrenato, la soluzione non c’è: il film, tuttavia, "regge" in virtù di una propria coerenza interna, di una sclerosi omogenea, di un cortocircuito comprensibile solo tramite i dogmi dettati dalla stessa narrazione / audiovisione.
La narrazione di Repulsion esce, letteralmente, dall’occhio della protagonista, e rientra nel suo occhio di tanti anni fa, l’occhio fotografato di una bimba ariana da incubo. I titoli di testa scorrono interamente lungo la cornea della Deneuve, e l’ultima stringa di testo, quella della regia, che fa. Come il rasoio di Bunuel, l’occhio, lo taglia.