Archivio per la Categoria K.

vettura

Pubblicato su K. il Gennaio 28, 2007 da Simone Buttazzi

Un anno fa e passa, prima che partissi, Mirella mi ha regalato questa cartolina. Da allora campeggia incorniciata sul lato destro della scrivania, insostituibile fonte di ispirazione. Mi dice che l’amore non dà problemi esattamente come un’autovettura. A dare problemi sono solo i comandi (letteralmente: i manubri!), i viaggiatori e la strada. Credo si tratti di una delle frasi più saccheggiate targate Franz, ma devo ancora capire da quale testo è stata pescata, e in quale contesto nacque. Forse una lettera. A chi.

Metamorfosismi

Pubblicato su K. il Marzo 20, 2006 da Simone Buttazzi

La Fura ha appena tagliato la corda. Fino a ieri è stata in giro per l’Italietta col suo nuovo spettacolo dall’anima kafkiana. Un po’ come la Socìetas Raffaello Sanzio, un po’ come i Motus, un po’ come il BigArtGroup, il teatro della Fura è corpo in primo piano, performance e nuove tecnologie, colpacci di genio e insolenza in svendita.

Il loro precedente spettacolo, XXX, era tratto dalla Filosofia del boudoir del Marchese per eccellenza. Un’esperienza intensa e furbastra, in cui il pubblico veniva coinvolto a occhiolino strizzato, titillato, divertito senza ritegno e bonariamente preso per il culo. Uno spettacolo che flirtava col porno e lo snuff, pur mantenendosi teatro di rigorosa finzione. I creduloni non furono avvertiti, i giornalisti scandalistici invitati a frotte.

Non è teatro di recitazione, quella della Fura. E’ un circo di soli animali umani, frullato con tutto l’armamentario dei nuovi media. Teatro meta, cibo per il cervello - ma di secondo grado. C’è sempre un filtro, c’è sempre un video dietro o davanti la carne. Il livello della menzogna si sposta continuamente dall’uno all’altro. Se non me ne accorgo, quel che mi arriva è solo inganno e scherzetto. Teatro filmato, ruminato e montato in scena, subito. Come un album il cui succo sta tutto nella produzione, e questa produzione pare improvvisata come uno scratch da dj. Non lo è. Ma questo non conta. L’esecuzione del gesto teatrale? Pura manovalanza.

Metamorfosis non si discosta da tutto questo. Ne segue la scia, come di lumaca o emorragia. Il testo più celebre del buon vecchio Franz è usato, al solito ormai, come pretesto per mettere in moto una macchina in questo caso teatrale, per immaginare scenografie spartane e comporre musica da insetto. Il resto è il nostro Gregor Samsa e la sua famiglia disgustata e scostante. Lo sappiamo. Steven Berkoff adattò la Metamorfosi in chiave elementare e aggressiva, riuscendo a buttare Polanski sulle tavolacce di legno nei panni di Gregor, che al risveglio da sogni inquieti…  David Lynch ha nel cassetto la sua Metamorfosi da molti anni. Leggenda vuole che aspetti a girarla in Europa non appeni trovi la tecnologia giusta per realizzare artigianalmente la creatura. Trent’anni fa, con Eraserhead, non ebbe bisogno di molto denaro per sfornarne una incancellabile, davvero, dalle nostre teste. E ora la Fura c’insegna che non c’è miglior esoscheletro della nostra pelle. Nuda, e infilzata da uno spillo.

come degli insetti

Pubblicato su K. il Gennaio 10, 2006 da Simone Buttazzi
"As Gregor Samsa awoke one morning from uneasy dreams!"
"He found himself transformed into a gigantic insect!"
"His numerous legs, which were pitifully thin!"

Pallottole sparate sul palco da Steven Berkoff, non appena fece della Metamorfosi una pièce libera e selvaggia. Correva il 1969. Nei panni dell’Insetto si calò lui in prima persona; poi toccò ad altri. Negli anni ‘80, anche a Tim Roth e a Roman Polanski.

Berkoff fa propria ogni frase del copione, anche quelle più descrittive prelevate dal testo di origine. La trasforma in un soliloquio. E in mano sua ogni soliloquio è un’arma da fuoco.

Nel 1912, l’entomologo Ladislaw Starewicz si reinventò pioniere del cinema di animazione. Prese i suoi insettti e li animò a passo uno sullo sfondo di piccole scenografie di cartone. Com’era uso dell’epoca, la pellicola di ogni scena-sequenza aveva un colore diverso, con effetto caleidoscopio. Girò una serie di gioiellini animando insetti morti: scarabei, libellule, cicale e via catalogando, Linneo-style.

Uno di questi è La vendetta del cameraman: vi si assiste alla vita mascalzona di due scarafaggi, che le didascalie inglesi definiscono "restless" con impagabile eufemismo. Mr Beetle va a spassarsela in un localaccio, il Gay Dragonfly, dove circuisce per l’appunto una gaia libellula e se la porta all’Hotel d’amour, strappandola dall’abbraccio di una cicala di professione cameraman, perciò vendicativa, sottolineano le didascalie: a quanto pare girare manovelle era considerato un lavoro da feccia. La cicala lo pedina e filma le sporcaccionate dal buco della serratura, vero Renzo Montagnani ante litteram. Mr Beetle lo scopre e lo fa ruzzolare giù dalle scale. Ma anche Mrs Beetle si dà da fare col suo amico pittore: accende il caminetto e lo attende stravaccata sul divano, quand’ecco che in pieno strofinio di esoscheletri la porta si apre e non le resta che alzare le zampette al cielo, mio marito! Il marito - che è grosso tanto -  malmena l’amante ma è generoso: perdona la sua signora e la porta al cinema. Purtroppo il proiezionista è proprio il cameraman vendicativo, che invece del film proietta le riprese licenziose. Mise en abime, tafferuglio, fuoco e fiamme in cabina e i due Beetle finiscono al gabbio. Fine.

La morale di queste favole la cantava Franco otto anni fa ormai, nella sua hit da spot pubblicitario (testo di Manlio, va da sé):

Ho incontrato allucinazioni.
Stiamo diventando come degli insetti; simili agli insetti.

odradek

Pubblicato su K. il Ottobre 30, 2005 da Simone Buttazzi

Nel racconto Le preoccupazioni di un padre di famiglia, Franz Kafka descrive una creatura casalinga e schiva, incerta nelle fattezze, il cui nome rotola giù dalle scale e si frantuma: Odradek.

Ogni raffigurazione di Odradek è tabù, o perlomeno una colossale sciocchezza. Gregor Samsa non si rappresenta, si immagina. Odradek pure. Odradek è una vita dispettosa e sfuggente, piccina, solitaria. Cerino sulla carta vetrata del cervello. Per chi ama le nicchie web dove smarrirsi ad anni luce dalle leggi della fisica analogica, segue un indirizzo che promette molto, e mantiene secondo criteri e prodigalità a noi (miserrimi umani) ancora ignote:

www.odradek.com

ho tre cani: Trattienilo, Tienilo, Maipiù

Pubblicato su K. il Ottobre 23, 2005 da Simone Buttazzi

Questo volume è stato stampato nel mese di settembre 2005 su carta Grifo Vergata delle Cartiere Miliani di Fabriano. La sovracoperta è realizzata in carta Roma fabbricata a mano e appositamente allestita dalle Cartiere Milani di Fabriano per la collana "Il divano".

Stampa: Officine Grafice Riunite, Palermo.

Legatura: LE.I.MA, s.r.l., Palermo

Storie di animali è un volumetto edito da Sellerio. L’autore è Franz Kafka. Quelle che avete appena letto sono le ultime righe che precedono l’elenco dei titoli della collana. Il divano è una collanina (riverbero: la Collanina Ubulibri…) dalla sovracoperta in carta grezza, marrone, e la cui immagine di copertina è applicata con la colla. Roba per cui impazzire di punto in bianco, senza possibilità di salvezza. Il senno si conficca nella luna e questa, tortona di panna che altro non è, esibisce un ghigno derisorio. Bibliofilia fatale.

Storie di animali è un libricino bricolage. Un libro da capezzale, uno (s)montaggio del corpus kafkiano. Niente di nuovo né per chi ama kafka, né per chi ama i companions, i readers, le operazioni antologiche e bric a brac esercitate addosso ad autori di richiamo. Lo sa bene Minimum Fax, che di Carver ha fatto uno nessuno e centomila. Lo sa anche Sellerio, che tuttavia ha venduto a Mondadori i diritti per infrangere, tagliuzzare e ricomporre il fenomeno Camilleri e il suo commissario mangione.

Storie di animali è un libro bellissimo. Un oggetto da amare e un testo da leggere con attenzione. Perché non è un best of. E nemmeno una lettura trasversale, tematica, buttata lì tanto per fare. Kafka ha sempre parlato di animali. Spesso li ha fatti parlare in prima persona, per evitare l’abuso di metafore teriomorfe. Nelle varie sezioni del libro - Animali, Animali-Uomini, Animali e Uomini, Uomini e animali, Animali di Zürau, Similitudini paragoni metafore parabole - per tacer dell’introduzione di Gaspare Giudice e della sua bella appendice su Gregor Samsa, Kafka  appare in tutta la sua potenza escavatrice e spietata. Umanesimo profondo, tanto da prenderci per mano e mostrarci l’abisso. Che ci riguarda, sempre. Non c’è bisogno di scaldarsi il culo verso il centro della terra, o di trattenere il respiro fino alla Fossa delle Marianne. Eccolo qua, che si torce estasiato davanti ai nostri occhi. Altri lo chiamano il Regno dei cieli. Altri.

Kafka è così, semplice e tremendo. Mai sadico, perché era il primo a soffrire. Conosceva il mondo abbastanza bene da fissarlo in un aforisma, o da scoperchiarlo nelle parole di una scimmia intenta a relazionare dinanzi a un’Accademia. Kafka, o K., come si firmava, conosceva gli uomini e amava gli animali. Li amava e non li mangiava.

Una gabbia, dice Franz, andò a trovare un uccello. [sedicesimo aforisma di Zürau]

domestico anniversario

Pubblicato su K. il Giugno 19, 2005 da Simone Buttazzi

Che cosa c’è di più allegro della fede in un dio domestico!


Franz, 68° aforisma di Zürau


E cosa c’è di più allegro e - ancora per pochi anni ancora…- di intrinsecamente domestico della rete? Uno si tuffa in rete e dovunque si trovi è a casa, nella propria stanza di tutti, una stanza che non ha pareti, ma alberi, alberi infiniti puntini puntini puntini


Oggi è un anno preciso che questo blog è vivo e vegeto. Prima era una scatola vuota, da battezzare. Poi accadde che il mese di giugno dell’anno scorso venisse fagocitato da un lieve collasso della piattaforma al cambio del mese. Inghippi che succedono. Si va avanti senza tema, mattoncino dopo mattoncino, verso oz tanto per dirne una. We believe in the Internet. We believe in the blogging format, and in the blogging procedure.


 


 

essere e avere

Pubblicato su K. il Giugno 9, 2005 da Simone Buttazzi

Non c’è un avere, solo un essere, solo un essere che desidera l’ultimo respiro, la soffocazione.


Franz Kafka, 35° aforisma di Zürau


 

due candelotti

Pubblicato su K. il Marzo 31, 2005 da Simone Buttazzi

La vera via passa per una corda che non è tesa in alto, ma appena al di sopra del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che a essere percorsa. (Franz, 1° aforisma di Zürau)


Da quando sono inciampato in Lankelot un annetto fa non mi sono più alzato. Consiglio a tutti di fare lo stesso capitombolo. Domani primo di aprile il sito compie due anni - settecentocentotrenta giorni di totale dedizione alla letteratura. I miei auguri più detonanti.


 

stirarsi

Pubblicato su K. il Febbraio 7, 2005 da Simone Buttazzi

Qual è il finale della Metamorfosi? Gregor Samsa è morto di stenti qualche pagina prima, nell’indifferenza dei familiari. O meglio, con loro grande sollievo. La parola fine ad un periodo fin troppo imprevisto ed imbarazzante. La famiglia Samsa ora può guardare fiduciosa al futuro: nel dettaglio, i due coniugi guardano la loro umanissima figliola, e senza proferir parola pensano che sia arrivato il momento di sposarla.


E, quasi a confermare quei nuovi sogni e buoni propositi, al termine del percorso la ragazza si alzò per prima, stirando le giovani membra.


La sorella di Gregor si stira. In tram, poco prima di scendere per una scampagnata. Giovane, florida e vitale, la ragazza si alza in piedi e si stira gli arti. Questa è la fine.


Il gesto di stirarsi non è solo segnale di stanchezza. Molto spesso indica sollievo, corona uno sforzo, chiude un capitolo e ne apre uno nuovo votato al relax. Da bambino quando mi stiravo profondamente la vista mi si annebbiava e svenivo mormorando piccole frasi in loop. Ad esempio: “stanno per uccidermi”. Anche grazie a questo inghippo non ho fatto il militare. Un medico mi ha spiegato che lo stiramento faceva scattare un bizzarro interruttore nervoso alla base del collo. Ma in definitiva quello che mi sorprende e, davvero, mi ipnotizza di questa manifestazione umana - più polisemica dello sbadiglio, spesso unita al sorriso e soprattutto riscontrabile in molti animali - è il suo gridare libertà. Il corpo si allunga come un fuso, fende lo spazio e per un attimo le orecchie odono il fluire del sangue, e tutto va per il meglio.


La sorella di Gregor non si sente per nulla colpevole. Eppure Gregor - insetto o uomo che importa, sempre Gregor rimane - è morto di inedia e abbandono. Nessuno l’ha più ascoltato dopo il suo risveglio da sogni inquieti. La sua nuova forma ha dettato sostanza e l’ha isolato da tutto.  Al termine di questo iter a zig zag, fatto di luci spente e porte chiuse per nascondere un sudiciume inatteso e un corpo con una mela marcia conficcata nel dorso, sua sorella è oggetto di sogni positivi. Ne gode, e si stira.


 Und es war ihnen wie eine Bestätigung ihrer neuen Träume und guten Absichten, als am Ziele ihrer Fahrt die Tochter als erste sich erhob und ihren jungen Körper dehnte.


 

Zürau

Pubblicato su K. il Novembre 9, 2004 da Simone Buttazzi

La scorsa settimana il paginone della Cultura di Repubblica è stato fagocitato, per due giorni consecutivi, da un articolo fluviale - di fatto un saggio - di Pietro Citati, dedicato al buon vecchio Joseph K.


Franz Kafka non ha bisogno di elogi o presentazioni. Quando quest’anno sono tornato a Praga munito di un libercolo scritto dall’editore Wagenbach, Kafkas Prag, sono rimasto deluso da come la città sia cresciuta abbattendo, o molto spesso ricostruendo con patina glam, i luoghi cari a Franz. A cominciare dalla sua casa natale, ridotta ad una beffa per turisti con tanto di negozietto di gadget marchio registrato.


Il signor K. è noto per i suoi racconti, per i suoi apologhi, per i suoi pochi romanzi, non tutti compiuti. Non certo per degli aforismi scritti in un paesino ceco dove si era ritirato per riposare, dopo le prime affisaglie di tubercolosi. Un paesino popolato più da animali che da uomini, in cui nottetempo un brulicare di topi rendeva impossibile il sonno.


Ebbene, questi aforismi, questi frammenti, sono qualcosa di imprescindibile. Un po’ per come vennero letteralmente composti e pensati - e qua rimando al saggio di Roberto Calasso, contenuto nel volumetto - ma soprattutto per la loro energia, potenziata dal dono della sintesi. Sono aforismi disperati e vitali, spirituali ed ellittici, universali e microscopici. Brillano di luce propria e per molto tempo non abbandoneranno il mio comodino. Lode all’Adelphi.


Ne riporto uno, ingiustamente rimosso dalle prime edizioni di questi testi. Max Brod, amico di K. e suo tramite col mondo, non ha mai brillato per sensibilità. E da bravo editor ante litteram, pensò bene di cassarlo:


Una cagna puzzolente, che ha partorito molte volte, qua e là già in decomposizione, che però nella mia infanzia era tutto per me, che mi segue incessantemente per fedeltà, che è al di sopra delle mie forze picchiare, ma davanti alla quale arretro passo per passo, temendo anche solo il suo fiato, e che però, se non mi decido altrimenti, mi stringerà all’angolo del muro che già si può vedere, per andare lì del tutto in putrefazione su di me e con me, sino alla fine - è cosa onorevole per me? - la carne purulenta e verminosa della sua lingua sulla mia mano.