pecore al pascolo davanti all’acropoli
Pubblicato su irresistibili boutades il Ottobre 25, 2007 da Simone Buttazzi

La leggenda, che non è una leggenda, di questo Omarino mi poppa in testa tutte le volte che vedo il signor Ahmadinejad al telegiornale o leggo delle sue ultime minchiate. Ricordo ancora con commozione il suo provvedimento contro l’imbastardimento della lingua. L’iraniano è l’iraniano! A cominciare dagli elicotteri, quelle diavolerie occidentali. Al bando grecismi o perfidalbionismi: che si dica "pale rotanti". In iraniano, ovviamente. Ahmadinejad è ingiustamente famoso per il suo incaponimento atomico, non dissimile da quello di altri stati e staterelli anche più affidabili della Corea del nord; è famoso, ma non abbastanza, per aver abbracciato Chavez e aver firmato fior di documenti che auspicano un asse antiamericano a cominciare dall’unico nodo che conta, il petrolio. E dire che Chavez si fa il segno della croce esattamente come Bush.
All’Omarino Pugnetta, infine, stanno sul cazzo gli ebrei. A morte. Tant’è che ha fatto del negazionismo duro e puro il suo cavallo di battaglia, con tutto il candore fintotonto di chi poi vuole fare un salto in Germania durante i mondiali - l’Omarino ama la sua squadra di bandiera - e si aspetta un caloroso benvenuto. A tale proposito incollo qua sotto una vignetta apparsa ai tempi della conferenza negazionista di Teheran, dove ci si immagina un altro celebre Omarino Pugnetta salire sul palco e lodare Ahmadinejad per le sue idee, sottolineando tuttavia che trova inaccettabile una tale minimizzazione dei suoi sforzi antisemiti…
Questo lungo, digressivo cappello solo per dire che l’altroieri ho recuperato un bel volantino in una libreria ebraica della capitale tedesca. Dimostrate, dice il volantino, dimostrate domenica ad Alexanderplatz contro il politico più pericoloso dei nostri tempi. Faccio appena in tempo a raccoglierlo dallo scaffale che un poliziotto entra e mi intima di spostare la bicicletta. Vecchia com’è, con i fili della luce a dinamo in bella vista - e parcheggiata, ohibò, proprio davanti a un luogo ebraico! - a detta sua potrebbe esplodere da un momento all’altro. Me ne sono andato.


Il futuro presidente del consiglio, romano prodi, termina il comizio che sancisce l’ottenuta maggioranza in entrambe le camere della repubblica italiana, dà avvio ai moderati festeggiamenti di rito e se ne va in corriera accompagnato dal calore della popolazione locale, accorsa in massa e rapidamente dileguatasi non appena la vettura si allontana, mischiandosi al traffico notturno.




Le proiezioni danno l’Unione in vantaggio alla Camera per uno 0,7 e sblisga per cento: una bava di venticinquemila voti. Al Senato la Cdl vince per un senatore, ma il voto degli italiani all’estero pare propenso all’Unione. Roba di tre-quattro senatori. Quelli a vita, in ogni caso, faranno come Cossiga e si chiameranno fuori.
Al che Fassino fa la sua apparizione da segretario di partito antidiluviano e canta vittoria come vuole la prassi. Solo, non cita il Senato. Solo, non cita la percentuale risibile. Si limita a criticare la stessa legge porcata che garantisce all’Unione 340 deputati, di cui un’abbondante sessantina virtuali, premio di Pirro. Al che la piazza romana dell’Ulivo si anima con la stessa canzone di Fossati di dieci anni anni fa. Sventolio pecorone, fischi e saltelli. Scemi che si muovono.
La classe dirigente dell’Unione si fa vedere in toto, come se nulla fosse. Come se vittoria fosse, davvero. Prodi si autoproclama Presidente del Consiglio, a scrutini aperti e Senato ancora appannaggio della Cdl. La televisione trasmette le immagini digitali, glaciali, ributtanti, dal basso verso l’alto, di questa classe dirigente, fino a cinque minuti prima chiusa nei suoi uffici con le calcolatrici in mano.
E i caporaletti dell’una e dell’altra parte imperversano in tv. Nello sconcerto e nell’angoscia abissale di una pari patta, nella stanchezza senz’appello delle ore piccole, ci si immagina un governo tecnico, o una coalizione alla tedesca con entrambe le parti, sì, ma acefale. I leader hanno perso. E con questa classe dirigente né un blocco né l’altro vincerà mai.
Poche cose, in vita, mi sono parse tristi, sbagliate e attanaglianti come la festa forzata dell’Ulivo, fotocopia smerdata della vittoria - vera - di dieci anni fa. Li ho votati, ma questo non conta più. Le elezioni hanno azzerato tutto con il risultato peggiore che potesse uscire. Anomalia della democrazia che corona dodici anni di anomalia berlusconiana. Ironia, non berlusconiana stavolta, ma della sorte. Meno falsa, più perfida. Hanno azzerato la contesa, queste elezioni, azzerato i programmi e gli ideali in ballo. Resta una voragine piena di croci nulle. La penisola italiana sta per trasformarsi nella Florida: paludi e allegatori compresi.
Gustavo Zagrebelsky, MicroMega, aprile 2006.

eh sì ci siamo quasi. odo tamburi rullare in lontananza.