Archivio per la Categoria cruccate bastarde

lenting

Pubblicato su cruccate bastarde il Gennaio 16, 2008 da Simone Buttazzi

il ratto della cipolla

Pubblicato su cruccate bastarde il Ottobre 9, 2006 da Simone Buttazzi



Botta e via in quel di Francoforte, dove si svolge la Fiera del Libro più importante della galassia. Nove padiglioni vasti come aereoporti e fitti come foreste pluviali, ove toccare, sniffare e guatare si posson volumi di ogni fatta, lingua e alfabeto. Ospite d’onore l’India, che torna in questa veste dopo venti anni col suo carico di Bollywood, spezie, ganesci e vacche magre, nonché diciotto lingue e un’editoria vispa e variegata.

La Buchmesse è un’esperienza totalizzante e lobotomizzante. Nel senso che allo scoccare della quinta ora di passeggio, vaglio e sfogliamento non si distingue più la cacca dal cacao. Il cordonetto della borsa che regalano all’entrata, gonfia di cataloghi, comincia a scavare un solco sulla scapola, la capagira e i morsi della fame ti riducono a un tronco vivente - ma i prezzi insani degli snack bar costringono a un digiuno davvero gandhiano, quindi se vogliamo in tono con la kermesse.

A Francoforte, così come alla fiera di Lipsia, i libri non si comprano. La fiera è fiera e come tale è pura vetrina e occasione di affari d’alto bordo, dove a esser messi in compravendita sono i diritti, mica i singoli volumi. Ogni tanto capita che ti regalino qualcosa. Un libercolo critico su Ibsen scritto da luminari scandinavi e stampato in cinque lingue dal prodigo editore danese Gyldendal. Oppure un’edizione americana del Corano, che fa brodo come tutto ma non risponde alla mia esigenza di scoprire come si bestemmia in arabo. Il pubblico è numeroso e trasversale, e nella massa si distingue un’ampia fetta di giovani camuffati per una gara di cosplayers. Nello spicchio di fiera dedicato ai fumetti c’è anche lo stand di Titanic, il magazine satirico più caustico di Germania, settimanale graticola per la Merkel e i suoi fratelli.

Lampi durante il passeggio: l’editore Phantasia di Bellheim, psichedelico divulgatore di Ballard, Aldiss, Lovecraft, Dick, Barker e di un libro chiamato Pornutopia; il nuovo libro di Gutiérrez, El nido de la serpiente. Memorias del hijo del heladero, cioè a dire Il re dell’Havana in prima persona, con Pedro Juan narratore apocrifo della propria selvaggia giovinezza, edizioni (spagnole) Anagrama; lo stand di Google, con esaustive cartelline che illustrano una delle sue nuove frontiere, la Book Search.

Capita, infine, quando ormai il senno se n’è ito sulla luna, di assistere a mezz’ora di intervista a Günter Grass in carne e ossa, seduto sul Blaues Sofa, il salotto letterario della ZDF. In forma smagliante quanto la sua eloquenza salterellina, il più importante scrittore vivente di lingua tedesca ha chiacchierato per mezz’ora del suo libro di memorie, Sbucciando la cipolla, che Einaudi pubblicherà in primavera. Autobiografia "distanziata" mediante l’uso della terza persona, come ha fatto J.M. Coetzee in Boyhood e Youth. Un libro massivo, doloroso e stratificato - ecco la metafora cipollona - di cui finora si è ciarlato senza badare al contenuto, visto che il disco dei giornali s’è incantato sul paragrafo che tratta della sua fugace esperienza nelle SS. Grass si è abilmente smarcato da ogni tipo di speculazione moralista su questa rivelazione da due soldi e una patacca e ha incantato il pubblico tutto (una mandria ansimante), riuscendo a commutare la curiosità morbosa in ammirazione e risate. Come un Cirano consumato, al fin della licenza Günter ha toccato, s’è alzato e con sé ha alzato un bel bicchierone di vino, tracannandolo alla salute di tutti. Così sia. Abbandoniamo la folla e alziamo gli occhi al cielo.

[Qua giace l'audio di un'intervista rilasciata da Grass a Giovanni di Lorenzo, direttore della Zeit, poco prima di sedersi sul sofà]

a chemnitz, di passaggio

Pubblicato su cruccate bastarde il Agosto 17, 2006 da Simone Buttazzi


Arrivi a Chemnitz che piove. Per trentasette dei quarant’anni anni della DDR, Chemnitz si è chiamata Karl Marx Stadt. Carlo Marx è nato a Trier. Chemnitz è una città industriale. Arrivi, piove, non c’è nessuno. Ci sono i palazzoni, le strade larghe come autostrade e la testa di Carlo Marx più grande della Germania intiera. Un testone, ti viene da dire. Alla spalle della testa, un pannello gigante che ripete proletari di tutto il mondo unitevi in più lingue e alfabeti, ma nemmeno tanti. Davanti a lei si erige il Mercure Hotel, fichissimo, con la scritta al neon rosso che sporca l’acqua ai piedi della testa, e tinge il metallo della testa. Cammini cammini, niente. Il tendone di un circo. Versi di animali in cattività. Una sagra improvvisata con specialità sassoni a prezzi insani. Un centro commerciale vuoto. Il multisala ti rammenta che sta per ritornare superman. Esci. Passi davanti a un kebabbaro, che alza la testa e per poco non esce a per portarti dentro a braccetto, come i buttadentro di Praga e Budapest davanti ai locali a luci rosse. Alla fine dici sì al bistro Kalincka, aperto di fresco. Cantano il karaoke ucraino a palla. Ti siedi accanto alle casse, estrai il tuo libro, cerchi di leggere, chiedi cortesemente una zuppa senza carne. Come scusi. Purché sia. Senza. Carne. Il proprietario si china sul tuo libro e chiede se è in inglese, se sei inglese. Rispondi. Lui ci tiene a dire che è ucraino e che quella è musica ucraina. L’avevo notato, replichi con un sorriso come un panno steso al sole. Mi piacciono queste canzoni popolari. L’allungamento del tuo naso come un trapano nel cervello del proprietario ucraino. Che se ne va strizzandoti l’occhio e puntandoti il dito a mo’ del signor Aiazzone. Arriva la zuppa. Vi galleggiano dischetti di wurstel.

Kurt Schwitters Platz

Pubblicato su cruccate bastarde il Agosto 16, 2005 da Simone Buttazzi

Merz, da Kommerz, fu il contributo tedesco al dadaismo. A darlo,
questo contributo, fu Herr Schwitters, nato nel 1887 qua ad Hannover,
crepato in esilio a Londra nel 1948. Schwitters sorrideva sempre.
Conosceva il manicomio. Amava strimpellare poesie da incidere su
vinile. Raccattava oggetti per strada e li accastava a casa.
Bric-a-brac, bricolage. Li incollava su tavole di legno oppure li usava
per il suo capolavoro, il Merzbau, che prima della guerra spuntava dal
tetto di casa sua. L´aveva sfondato, stalagmite senza fine. Poi vennero
bombe dal cielo, e addio Merzbau. Hannover si ricorda ancora del suo
artista con le rotelle fuori posto, si, ma sempre in cigolante
movimento. Tant´e´ che gli ha dedicato una piazza dove sorge il museo
d´arte contemporanea della cittä, con tanto di archivio dedicato a
Kurt. Se aggiungiamo una z a Kurt precipitiamo dritti in Cuore di
tenebra, col colonnello che biascica in un registratore vecchio stampo:
like a snail, crawling along the edge of a straight razor…
naturalmente ai tempi di Conrad non c´erano i registratori audio. Parlo
del cuore di tenebra vietnamita, apocalisse. Ora.

Berlin Babylon non e´ solo un´antologia Mondadori dedicata alla
nuova narrativa tedesca. Bruttina la prima, frastagliata e non
entusiasmante la seconda. E´ anche un documentario di Hubertus Siegert
che fissa un momento storico fondamentale per la capitale tedesca: la
grande ricostruzione degli anni 90, che deve ancora finire. In altri
termini, dopo la ricostruzione del 45 (dalla tabula rasa alla
normalitä), le Grandi Opere. Quelle che devono ancora essere
completate, sebbene ancora in piccola parte. L´epoca in cui Berlino e´
“im Bau” e sorgono i nuovi edifici della politica, il Potsdamer Platz
di Renzo Piano, il museo ebraico di  Libeskind e ultimo in termine
di tempo i, Mahnmal per le vittime ebree d´Europa. Il documentario
ha una colonna sonora che da sola vale la visione, realizzata dagli
Einstürzende Neubaten. Mossa perlomeno scaramantica, visto che il loro
nome significa nuovi edifici che crollano. I Toten Hosen, invece,
significano pisello moscio. Avere i pantaloni morti vuol dire che non
ti tira. Niente male come nome, per una band che altrove avrebbe fatto
leva senza ironia alcuna su uno schitarrare spietato da buon vecchio
rock di casa nostra.

Ho scoperto finalmente cosa vuol dire D´r Papst kütt. Der Papst
kommt (arriva), in gergo giovanile colonese. Quantto a Mach et Ratze,
neanche i tedeschi sanno che giuoco di parole sia. Forse una specie di
variazione sul tema ora et labora, chi lo sa. L´altra sera in tv mi
sono imbattuto in almeno tre cose degne di nota: eins) un documentario
sulla gioventü del goblin biancovestito, che come tutti sanno aderi´
(suo malgrado d´accordo) alla gioventü hitleriana. Diciamocela tutta.
Un po´ di carriera la fece. Il mio amico Uwe, dal canto suo, fece un
po’ di carriera tra i Pionieri della DDR. Ueh. zwei) un documentario
choc su tale Andrea Camilleri, non so se lo conoscete. Anche qua c´e´
un certo rincoglionimento per i gialli. Donna Leon e´ l´autrice locale
di punta, che si e´ inventata un investigatore sgarrupato che bazzica
le calli di Venezia. Un cero Ich töte va alla grande. Io ammazzo, si
chiama, sto cacchio di librone. E infine ecco il vecchio seduto in
poltrona, sornione, con la bedda Italia negli occhi, che vende a
vagonate anche qua e ci fanno i documentari montando la sua intervista
con frammenti del Padrino e di Quei bravi ragazzi. drei) come Napoli,
anche Berlino ha la sua tv cittadina. Si chiama FAB (Fernsehen aus
Berlin) e ci trovate cartomanti turche, ragazze discinte che
cantano e speciali su negozietti di depilazione laser. Na,
wunderschön. Per la cronaca, il canale di Napoli e NTV.

Ricordate il museo delle cose inaudite, Das Museum der Unerhörten
Dinge? Se n´e´ parlato da queste parti in giugno e anche su corpo12 a
questa pagina: http://www.corpo12.it/?p=133 Orbene,
ieri ci sono andato e ho attaccato bottone al Direktor, Roland
Albrecht, tessendo le lodi del libro Wagenbach sul museo e guardandomi
attorno con vorace maraviglia. Il tutto, sia chiaro, tirato su alla
meno peggio col mio tedesco abborracciato. Roland e´ un omone bonario e
ciarliero, un po´ timido, che ama ridere ad alta voce come certi timidi
e ha qualche rimasuglio di balbuzie, come molti altri timidi. Lo beccai
per caso a museo aperto. In realtä in questi giorni e´ in
re-allestimento - consta di 50 oggetti ma ne riescono a esporre al
massimo 20 alla volta… - e deve portare una parte della collezione a
Lübeck. Quando ho palesato il mio entusiasmo e gli ho ricordato del
lavoro fatto con Daria su corpo12, e quando a questo ho aggiunto che
ero di passaggio e che per me Wagenbach e´ il piü grande editore
tedesco - sta cosi con Adelphi, gli spiegai, Wagenbach-Calasso
culo-camicia - allora Roland si e´ sciolto come neve al sol e mi ha
condotto nel deposito del museo, dove giacciono tutti gli oggetti da
lui raccolti - Roland… Kurt… - ma che non hanno ancora una
storia pronta, e che quindi non possono ancora essere esposti. Il
deposito e´ piccolo ma fitto, fitto. Ebbi la sensazione di trovarmi nel
magazzino che si vede alla fine dei Predatori dell´arca perduta, si, ma
con tutte le casse aperte. Oppure, a casa del cittadino Kane. Rosebud!
Rosebud! Roland mi ha riempito di cartoline, articoli sul museo e
libricini di sue foto scattate davanti a cinema abbandonati, nell´est
europeo. Dopo di che´ sono uscito, ho preso Ruggero e mi sono rituffato
nel traffico berlinese. Sono arrivato, ho pensato. Oltre non si va. La
mia bicicletta si chiama Ruggero.

A questo punto si fa un salto a Osnabrück a trovare una vecchia
amica, poi si gira la macchina verso sud e la si lascia andare per una
dozzina d´ore. La benzina e´ arrivata a dei picchi osceni. Ascolterö
Funeral degli Arcade Fire, i Mud Flow, Lifeblood dei Manic Street
Preachers, Illinoise di Sufjan Stevens, Eno che canta This, poi mi
troverö di nuovo in italietta. Al che aspetterö i risultati del
diciotto settembre e lascerö che questa vernice si secchi.

 

Trümmer sind an sich Zukunft

Pubblicato su cruccate bastarde il Agosto 14, 2005 da Simone Buttazzi

Le rovine sono il futuro. Cosi´ Anselm Kiefer fa suo un motto preso dalla Bibbia, per l´esattezza Isaia. Isaia vedeva le cittä nell´erba, e l´erba nelle cittä. Che erba diventeranno, e su cui verranno prima o poi costruite nuove cittä. Che crolleranno al suolo, e non c´e´ terreno piü fertile di quello in cui la morte ha appoggiato la sua mano. Tempo circolare. Kiefer e´ uno dei piü influenti artisti tedeschi del secondo novecento. Da sempre rielabora il lutto, rumina le rovine della seconda guerra mondiale, fissa su tela memoria, terriccio, spine di rosa e di filo, sangue. Kiefer e´ un contemporaneo e come tale trova posto in musei di arte contemporanea. Come l´Hamburger Bahnhof, qua a Berlino.


Tuttavia, se ci si spinge fino alla fine dell´Unter den Linden, lä dove si trova l´isola dei musei storici, si leggerä un´enorme scritta in inglese, di neon rosso, appesa dietro le colonne di un edificio che ospita una mostra egizia. ALL ART HAS BEEN CONTEMPORARY. Come negarlo? A questo si puö rispondere in altro modo. Io amo rispondere in due modi entrambi sfuggenti ma a mio parere di fondamentale importanza. L´arte che giunge fino a noi dopo secoli, quanto e´ stata filtrata? Quanto e´ stato inopinatamente dimenticato, scartato, riassunto? Il problema non e´ cosa sia bello o brutto, questione soggettiva quant´altre mai. La forza del contemporaneo ATTUALE e´ che e´ li davanti a noi, informe, pulsante e variegato. Esperiamolo prima che, come fruitori, ne perdiamo il controllo. Prima che diventi minestra consacrata e riscaldata. Altro argomento: l´esposizione museale. I musei d´arte contemporanea sorti negli ultimi trent´anni sono luoghi di rara bellezza, capaci di valorizzare al massimo il loro contenuto e di “parlarci” anche come luogo in se´, quasi un discorso meta che comincia dal tappeto che abbiamo sotto i piedi, che mai e poi mai deve essere cosi sicuro da calcarlo con le mani dietro la schiena e il culo parato. I musei classici sono luoghi spesso bui, soffitti bassi, quadri ammassati alle pareti. L´esperienza piü bella degli ultimi anni, e in quanto tale ripetuta in base a una orgasmica coazione, e´ brancolare tra pareti bianche, nel silenzio piü totale, circondato dalle cosiddette opere dell´ingegno. Disposte come se dialogassero tra loro, senza tracce di idolatria. Alcune sono indifferenti. Altre trappole furbette. Altre ancora rebus con una soluzione lontana, o finti tali. Altre, be´, altre. Ieri mi sono imbattuto in un quadro di Ernst che non avevo mai visto. Una madonna che sculaccia il bambino in presenza dell´artista. Accanto, un panorama ipnagogico di Paul Delvaux. Oggi ho visto Cranach che copia paro paro l´inferno di Bosch. Anche la Gemäldegalerie, nonostante ospiti della biGiotteria e anche robba der seicento e der settecento, ha il suo bianco qua e lä, i suoi momenti di sospensione accecante. Mai fare di tutte le erbe un fascio.


Leggo su un giornale gratuito piazzato a tutti gli angoli delle strade - orpo, e´ la Frankfurter Allgemeine, con gli insertoni domenicali! - che Bret Easton Ellis ha finalmente pubblicato il suo nuovo romanzo. Il titolo e´ Lunar Park. A parlarne e´ Johanna Adorjan, che l´ha appena letto. Beata lei. La quale ebbe anche il privilegio di intervistare Ellis quattro anni fa, due anni dopo l´uscita di Glamorama. In quella occasione la notizia fece il giro del mondo: il nuovo romanzo sarebbe stato autobiografico, in terza persona, ambientato nel passato, diverso da tutti gli altri. Notiziona: le promesse sono state mantenute. Spoiler: (Johanna sostiene che) questo libro fa cagare. Non perche´ sia scritto da bestia. Semplicemente, e´ la pietra tombale su Easton Ellis. A quanto pare il tutto decolla come una colossale operzione narcisistica e di autocommiserazione - ah, quanta droga! ah, quanto penare! - con tanto di intiera vita e carriera riassunte in decine e decine di pagine di, ehm , narrativa. Licenza poetica: lo scrittore protagonista del libro e´ sposato (!?) con figlio (!?!). Poi ovviamente cominciano le cose strane, ci scappa il morto, il sangue scorre, tornano minacciose ombre dal passato e altre ne sbucano dai vecchi bestseller. Il tutto condito di pesanti simbolismi quali la luna, Peter Pan e quant´altro. Il fanciullino pascoliano? Il fanciullino pascoliano, si proprio lui, perche´ Johanna sostiene che se la cifra di Glamorama era lo scorrere sulla superficie delle cose, in Lunar Park vi ci caliamo come speleologi dell´anima, accompagnati da un orrido narratore che prende le distanze in terza parlando di SE´. Risultato, davvero: anche quando cresciamo abbiamo un bambino dentro e bla bla bla. Lunar Park, quindi. Vedremo se Johanna ha ragione o no. Perö aspettiamo la copia in biblioteca. 


Ultima cosa notata tra le vie della cittä piü bella di questa dimensione, meiner Meinung nach. Sarä pure una campagna elettorale “blitz”, ma sta di fatto che in Germania pare, dico pare, che non si usino i cartelloni cinquanta metri per centosettanta che vanno tanto da noi. Forse perche´ spostano voti grazie alla vecchia teoria ipodermica della comunicazione, che funziona solo con gli imbecilli: io somministrare te messaggio, tu fare cosa io dico te. Qua in Germania, e parlo anche di anni passati, ho visto solo manifestini di cartone o affissi con la colla, piü spesso di cartone appesi o legati ai pali, non piü grandi di un televisore da salotto. Identici nel formato per qualsivoglia partito. No comment. Kennedy sagte: Ich bin ein Berliner. Ich (armer Junge!) sage: ich werde bald ein Berliner sein.


 

Keine halben Sachen

Pubblicato su cruccate bastarde il Agosto 12, 2005 da Simone Buttazzi

L´ho incrociata sul mio cammino in preda ai singhiozzi, che´ il
magone istigato dalle ultime pagine di The innocent era appena
esploso in strada: una diga fatta brillare per dare la molla all´acqua.
Angela Merkel era li con me. A due passi. Avrei dovuto capirlo dal
dispiegamento di Polizei - qua li chiamano die grünen Dumme - e di
cartelloni della CDU. Chancen nutzen: bisogno di chances. Ed e´ lei a
dispensarle come manna dal palmo, l´Angela. Il fenomeno politico del
momento. Mica un momento qualsiasi. In Germania, il diciotto settembre,
si vota.

Elezioni politiche anticipate, decise da Schröder in seguito a un
tracollo politico regionale subito in primavera. Una scelta sensata.
Ovviamente non si puö fare di tutti i paesi un fascio, e ci sono
casi in cui dopo ripetute batoste di ogni sorta vige l´accanimento
terapeutico. Ci sono legislature che reggono l´anima coi denti, eppure
portiamole alla scadenza naturale. Portiamole.

Angela Merkel e´ una donna sorridente, rugosa,
qualsiasi. Nata nell´est, pupilla di Kohl, carriera politica
fulminante. Altro che Quotenfrau. Lei e´ li adesso non per far quadrare
i conti di gender al Bundestag. Negli anni passati le candidature
sono anche state decise in base a una logica di pari opportunitä, una
logica, mi si consenta, retta da uno spirito politically correct a dir
poco idiota. I diritti sono per tutti; l´iniziativa politica non si puö
calibrare a monte con nessun bilancino. Ma andiamo oltre.

Angela Merkel vanta tante biografie, conversazioni trascritte e
altro materiale cartaceo quasi quanto il goblin biancovestito. E´
data per favorita e ha un profilo moderato, senza sbavature. Oggi,
a Kassel, stavo per andarmene quando mi sono imbattuto in un cartellone
che informava di un suo comizio. Che stava per cominciare, a
Königsplatz. Stavo per andarmene perche´ Kassel e´ cittä nojosa assai.
Ha la stessa urbanistica e le stesse caratteristiche di Stoccarda:
pianta oblunga, assi verticali, grandi dislivelli su e giü, improvvise
aperture su regge e giardini finti come i soldi del monopoli.
A Kassel, come a Stoccarda, o e´ un caldo bestia o si gela.
Oggi entrambe le cose si sono verificate, con simpatici
entr´acte di acquazzoni da Ende der Welt. Kassel e´ la cittä dei
Documenta, cioe´ il piü importante  appuntamento d´arte
contemporanea della Germania intiera. Documenta e´ una quinquennale che
esordi´ nel 1955. La prossima edizione ci sarä nel 2007. Nel frattempo
la cittä giace, con tanto di pieghe da decubito. E´ l´unica cittä che
ho incontrato il cui museo clou si fa il sonnellino estivo. Mah. Sta di
fatto che alle cinque della sera di oggi e´ apparso il futuro
cancelliere.

Mentre la folla si assembrava mi chiedevo: cosa vuol dire campagna
elettorale in Germania? Cosa vuol dire votare CDU? E´ un po´ come
essere democristiani? O forzisti? E la SPD che valori porta con se´?
Che atteggiamento ha la maggioranza? E l´opposizione? La prima
impressione che ho avuto e´ stata: Herbalife. Atmosfera da convention
americana con sbolognamento di prodotti dal sicuro successo. Successo
de che? Boh, successo. Prima delle cinque ha suonato un complessino
inqualificabile appena uscito dall´oratorio con i Sixpence none the
richer in testa e la croce di legno al collo. Poi e´ arrivato un
presentatore da Ok il prezzo e´ giusto che ha dato la parola a un
parlamentare. Qualcuno tra la folla ha dato segni di escandescenza
udendo la parola “Arbeit” o suoi composti. La disoccupazione in
Germania e´ attualmente colossale. Non “un problema”. Colossale. Una
piovra. Verso le 17 hanno sparato musica demente di stampo statunitense
- si si: Herbalife - e poi zacchete: lo spot ufficiale della campagna
elettorale. Quattro minuti di storia della Germania in salsa CDU: le
rovine del 45, la ricostruzione, l´orrore del muro, Kohl che arriva
demolisce riunisce tutto e tutti e se ne va, un montaggio confuso degli
ultimi anni da cui pare che la Merkel abbia segretamente inventato
l´euro e poi lei, sorridente e compita, che aspetta l´investitura
popolare. Va bene. Eccola. Angie calca il palco con sette minuti di
ritardo - Verkehr: traffico… - introdotta da Gigi Sabani.

La gente fa due cose. C´e´ chi alza cartelli arancioni con la
scritta ANGIE. C´e´ chi si mette in bocca dei fischietti rossi e ci
svuota i polmoni. Un drappello di persone cercano di boicottare il
comizio, cosa che ovviamente e´ cattivo gusto, ma distribuiscono
fischietti a destra e a manca e questi fischietti sono molto carucci. E
poi penso: da quant´e´ che non vedo un comizio? In Italia mi pare li
abbiano aboliti. Gli ultimi, se non erro, li ho visti nel 1996. Ma
vabbe´. Questi feroci oppositori flirtanti con l´idiozia hanno anche
dei cartelli. In uno Angie e´ circondata da centrali nucleari e ha
un´aureola radioattiva. Non l´ho capito. Mi informerö. Un altro recita:
Keine halben Sachen! (No alle cose fatte a metä!) Jetzt räumen wir den
Sozialstaat richtig ab, e sotto c´e´ un quadro di Brügel con contadini
intenti al falulenzen, cioe´ a dire all´ozio spaparanzato. I contadini
dovrebbero essero la CDU e i suoi compari, intenti a fottersene dello
stato sociale. Gli astanti non si scompongono e nemmeno i giovanotti
dello staff, di arancione vestiti, con le parole TEAM ZUKUNFT
tatuate sul petto. Team del futuro. Herbalife, si. Forza
Italia, forse.

Il futuro cancelliere e´ di rosso vestito, circondato da
parlamentari e presidenti di Länder cosi ben piazzati da sembrare
guardie del corpo. Parla di lavoro, investimenti, qualitä della vita,
stop alla euroburocrazia, ahinoi religione, fa due o tre battutine a
mo´ di affondi nei confronti di Schröder e dei rivali rossoverdi. Senza
infierire. Tanto, come dire, sono giä morti. Tira fuori il cavallo di
battaglia di Kohl, l´eins zu eins: uno sta a uno, un marco occidentale
sta a a uno orientale. Grande mossa emotiva che non fece molto bene
all´economia tedesca, tant´e´ che tuttora ha il fiato corto nonostante
la facciata sia corrusca. La prosa della Kanzlerin e´ fluente,
posata, elegante. Per quanto abbia potuto intuire, sia chiaro. Il
lessico mi e´ parso semplice. Il discorso e´ stato monocorde ma fermo,
senza alcuna volontä di infervorare la piazza. Ogni tanto c´e´ stata
un´alzata generale di cartelloni Angie. Moderazione, insomma. Un
comizio da paese civile con un´impalcatura da campaign d´oltreoceano.
Il palco era comunque piccino. Il tutto e´ durato quaranta minuti
scarsi. Dopodiche´ alles Gute e tutti a casa a far decantare i
pensieri, in attesa della croce da piazzare il diciotto settembre
prossimo et venturo.

In autostrada ha diluviato, poi e´ saltato fuori un sole cocente
alle 6 di sera, e ho visto una spianata con una cinquantina di
generatori di energia eolica. Moderni mulini a vento: bianchi,
segaligni e puliti come gli alieni di Spielberg. Poi ha diluviato. Poi
ho ho pensato a McEwan, al Muro che domani avrebbe 44 anni, mentre io,
che sono ancora in piedi, come si dice qua divento 29. Il paesaggio era
di colline e foreste. Ovunque fumi in ascesa, come falö. L´Assia,
fradicia, evaporava.

 

M.

Pubblicato su cruccate bastarde il Agosto 11, 2005 da Simone Buttazzi

E quindi Baden-Baden e´ un´ isola piccina piccina dove tutto riluce, il fiumiciattolo scorre, i parchi assai rigogliosi sono e la cosa piu´ entusiasmante - ed estranea - e´ il Penny Markt. Allora via da li in un batter d´occhio (im Augenblick! blinkete blinkete, come strega per amore) e buttiamo la nostra carcassa su Karlsruhe, dove nell´ombra c´e´ un edificio che regge l´anima coi denti e reca la parola Hotel. Entro, cerco invano reception e campanelli orizzontali. E´ un condominio. Busso a una porta, mi apre una signora ben pasciuta in tuta da ginnastica e le dico ist das Hotel hier, e lei replica kein German bitte, al che io dico kein Hotel? e lei serafica alza le spalle e conclude con nur Polish, chiudendomi la porta in faccia. Busso a un´altra porta ma non mi aprono. Di la´ sento musica metallara con i capelli grigi, di quella che va qua, tipo Toten Hosen. Ricontrollo i campanelli, leggo solo cognomi polacchi scribacchiati alla meno peggio. Dal tramonto all´alba Karlsruhe e´ bella, poi sorge il sole sul castello e sulle sue vie a raggiera, i parchi vengono innaffiati, il dominio polacco si dissolve come Nosferatu al primo tepore.


La Saarland e´ un primo Land dominato dal caos stradale. Non dal traffico. Non dai lavori, onnipresenti ma giustificati - wir bauen für Sie… - bensi (sebbene sia in disuso, bensi, quasi quanto giacche´) dallo spirito reticolare e solipsistico del manto asfaltato. Non si capisce un cazzo. Alcune citta´ sembrano nascondere chissa´ quali segreti, vista l´omerta´ segnaletica vigente. Arrivare a Saarbrücken e´ stata un Abenteuer, piroettare e bestemmiare fino a Völklingen ancora di piü. Völklingen e´ un ex borgo industriale immerso in una regione che vanta solo ciminiere sbuffanti e camion carichi di roba pesante, tanto pesante e arrugginita. A Völklingen quella che fino all´86 era l´acciajeria dove lavoravano tutti ora e´ chiusa - lavorativamente parlando - ma e´ tuttavia aperta al pubblico, visto che e´ stata decretata patrimonio dell´umanitä da nientepopodimenoche l´Unesco. Il luogo ha un fascino lynchiano che toglie il fiato - cfr. Eraserhead, The elephant man o Film di Samuel Beckett - ma bisogna ammettere che la sensibilitä locale ha giuocato di fino costruendoci dentro una sorta di esperienza in puro stile gardaland chiamata Ferrodrom. Schade, dumme Leute!


Ora mi trovo a Colonia, Köln per chi mastica il crucco e fuol fare il fico. Köln ha un problema. A giorni arriva il goblin vestito di bianco e qua la follia e´ totale, totale. Qua come nelle citta´ del circondario, che non sono poche. Se la Saarland e´ una sfida per chi guida, il bacino Köln-Bonn-Düsseldorf-Dortmund e´ un rompicapo ragnesco dinanzi al quale Cronenberg prenderebbe appunti per due motivi: e per l´intreccio di strade autostrade e cavalcavia, senza soluzione di continuitä (in Germania le autostrade non si paganooooo), e per la qualitä aracnidea del suddetto intreccio. Dicevasi della follia totale. Ai piedi del duomo di Colonia un madonnaro ha disegnato con un gessetto un Joseph grande quanto il sagrato, vergando la richiesta di denaro in font rigorosamente gotica. Si vendono magliette con la scritta MACH ET RATZE - che non ho ancora capito cosa voglia dire - e la Bild ha cosparso il Land di manifesti con donzelle invasate sulle quali campeggia la scritta D´R PAPST KÜTT - che non ho ancora capito cosa voglia dire. A Bonn, tra uno sbadiglio e l´altro, si leggono sui muri citazioni dai Vangeli. Ovunque nella regione ci sono baraccotti per accogliere i pellegrini, e si e´ creato un esercito di volontari pronti a offrire aiuto non richiesto. Ho paura. Per fortuna me ne vado prima de ste cacchio di giornate mondiali della juventute.


Ma non e´ tutto macchiato di idolatria. Qua a Colonia, ad esempio, passano in settimana una ridda di film gore, horror, fantastici e ribelli. A Bonn, be´, a Bonn niente. A Bonn non succede mai niente. L´unica cosa che si muove e´ il Reno, e il palazzo delle Poste vale la pena di essere visto da lontano. Magari dall´autostrada. Düsseldorf, invece, e´ un´altra storia. Ma questa e´ un´altra storia, scriveva Michael Ende.


Düsseldorf aveva poco sapore fino a ieri. Era la cittä del mostro, ca va sans dire. Era la cittä dove nel 1970 Daniel Spoerri apri un ristorante dove serviva - ed esponeva - la sua Eat Art, e dove invitava i suoi amici Nouveaux Realistes. Ah, Daniel Spoerri! I suoi quadri trappola! Il suo film, Resurrection, con un pezzo di carne che viene seguito dal momento in cui viene cacato a ritroso fino alla povera vacca da cui viene divelto, che nell´ultima inquadratura bruca ignara in un bel prato verde. Ah, i Nouveau Realistes! Spoerri e´ il piü viscerale del gruppo, quello che ha anche saputo tenere a bada la facile arte della ripetizione del proprio stilema di successo. Mica ha fatto solo quadri trappola, in vita. Ne ha fatte di ogni, mica come un Fontana qualsiasi, che appena trova l´oro sbragando una tela diventa una erogatrice automatica di sbobba per galleristi. Chiusa parentesi.


Düsseldorf. Appena arrivo leggo, su un muro: SPENDE BLUT. Dopo un kilometro, su un ponte: D´DORF MACHT MEIN BLUT GUT. Düsseldorf fa buono il mio sangue, Düsseldorf fa buon sangue. Dona / Versa sangue. Düsseldorf e´ per metä profondo business, intenso negozio. Per l´altra metä coraggio e fantasia. Ha, come ogni cittä della Germania che si rispetti, almeno due grandi musei o gallerie di arte contemporanea. Ha le sue chiese puntute, le sue piste ciclabili, le sue librerie immense, il suo punto informazioni gravido come non mai. Ha, sui suoi muri, manifesti con i quali la cittä ti viene incontro. Solo in seconda battuta spuntano le pubblicitä. Fino a qua ordinaria amministrazione. Poi si arriva sul Reno. Che e´ lo stesso fiume di Bonn o Colonia, eppure. A Düsseldorf la visione del Reno e´ accompagnata, perdonate la vibrazione, da una Sehnsucht dei giorni nostri. Sul fiume passano due ponti carichi di macchine pronte a incolonnarsi in autostrada. Tra i due ponti un´isoletta, la zona industriale, su cui campeggia la torre della televisione. La quale non manca in ogni cittä della Germania che si rispetti, come le piste ciclabili e via dicendo. Tuttavia non sempre e´ bella, e non sempre e´ collocata in un luogo fatto per essere guardato con insistenza seduti su un gradino o una panchina o un muretto. O uscendo dal museo del cinema. O vogando su una canoa. La zona industriale ai piedi della torre e´ una vasta, sconfinata terra di nessuno sbattuta in faccia a tutti, confinante con una distesa a perdita d´occhio di verde puro e semplice, vuoto. Questa penisola di pura riflessione - horror vacui? produzione e mero vagar? Furcht und Verlangen, paura e desiderio? - si collega al resto della cittä con una striscia di terra. Li hanno deciso di costruire il Neuer Zoll, una zona di uffici e abitazioni dove furoreggia l´architettura d´avanguardia. Non ho modo di descrivere le maraviglie di quel fazzoletto di terra. Rimando alle future foto che aploderö oppure consiglio di darci un colpo di google. Provare per credere. Sta di fatto che ogni cittä ha il suo odore, la sua prima impressione che riverbera durante la visita e ti scampanella dentro. Düsseldorf non e´ affatto un villaggio, come suggerirebbe il nome. E non ha piü nulla delle ombre che vi gettö Fritz Lang. Düsseldorf, ora, e´ il Neuer Zoll.


In attesa di vedere qualche film di laceramenti e scream ladies, Ian (McEwan) mi ha insegnato come ammazzare una persona per legittima difesa, come farla a pezzi con metodo, come liberarsene infilandola nelle classiche due valigie pesantissime. E come farla franca, se si eccettua qualche incubo e le braccia indolenzite. Nella Berlino di cinquanta anni fa, sia chiaro.


 

La La Land

Pubblicato su cruccate bastarde il Agosto 9, 2005 da Simone Buttazzi

La terra sotto i miei piedi si chiama Germania. Ieri, scampato alle
grinfie rumene - leggi vampiriche - dell Impero austroungarico, mi sono
fermato al primo parcheggio autostradale, sono sceso, e ho baciato l
asfalto. Ah, Bayern, benedetta sedicesima Baviera. I pascoli del cielo
a nuvoloni, gli alberi folti, le distese rurali in cui l autostrada si
snoda come un serpente pietrificato. La Baviera e dannatamente bella.
Soffre, a detta di molti tedeschi non bavaresi, di “bavarismo”, diciamo
una sorta di autocelebrazione che sostituirebbe volentieri una tattica
di secessione con una piü vitalistica Anschluss del resto del mondo.
Lasciatevi bavarizzare, direbe il Land trionfante, matronale, quasi la
tabaccaja di Amarcord, nell atto di fagocitare l orbe terracqueo. Ora
sono a Ulm perche la Baviera stucca in fretta, ma c´e´ un ma.

Ieri sono passato da Passau, su antico consiglio di Roberto
Roversi: la cittä dei tre fiumi e, in un certo senso, il cuore
simbolico d´europa, con la Danubia che la circonda. I fiumi qua sono
tutti femminili, tutti eccetto der Rhein. Mi e´ giunta voce che da noi
la Poa sia in secco. Leghisti, versate lacrime e donate nuova
linfa al vostro dio del menga! Ho fatto poi un salto a Regensburg,
ridente cittadina dove un libraio mi ha mostrato una foto di Herbert
Achternbusch. A Regensburg lo conoscono. Gute Wahl, meine Freunde.
Stasera, infine, schiaccerö un pisolino a Baden Baden, al cui proposito
Mirella mi ha riportato questa frase di Bismarck: “Se mi viene
annunciata l´imminente fine del mondo io scappo a Baden Baden, perche´
li ogni cosa accade almeno due settimane dopo”. Giä mi cala la palpebra.

Nel buco di questo itinerario ci sta Monaco e una mostra di Paul
McCarthy alla Haus der Kunst. Ora, la mia opinione e viziata, perche lo
ritengo il piu necessario artista vivente. La mostra in questione si
chiama La La Land. Parodie Paradies. La stampa l´ha definita “keine
Ausstellung: das ist Krieg”. Non una mostra, una guerra. McCarthy, noto
Nestbeschmutzer della sua americana Heimat, e´ strenuo propugnatore
dell idiozia sempre e comunque. La quale porta con se libido (bloccata
alla fase anale), distruzione (o meglio caos senza controllo), assenza
di pudore, voglia di fare le cose non in grande: grandi. Una sorta di
Oldenburg demente e iperattivo, un Koons senza la pazienza di fare le
cose in ceramica o porcellana - gomma o plastica, e via - un Mueck
che non falsa le misure e mostra l´umanitä in tutta la sua naturale
bassezza. In tutto il suo avere a che fare, di continuo, con lo sporco,
la deiezione, il cervello che si inceppa o che comunque non
funziona.

Pe il vernissage dello scorso maggio, Paul e figlio, insieme
alla loro banda di compagnoni festanti, hanno organizzato una
imbarazzante parata bavarese con tanto di sfilata di carri (far west
style), banda strombazzante e balli russi. Finita la quale Paul ha
gonfiato due enormi fiori di plastica sul museo. E entrato. E nella
prima sala, quella dell installazione F-Fort (rielaborazione del boot
camp Sod and sodie sock visto a Lione nel 2003), ha orchestrato una
bolgia a base di birra, piscio libero, inseguimenti a scopi lubrichi e
abbrutimento generale. Di questo rimane l´audio, e il video. Mostrati e
irradiati in luoghi diversi. Le altre sale intersecano il tema
piratesco - che lo ossessiona da almeno 5 anni - con video e serie
fotografiche appartenenti al passato dell artista. Ma qua si apre un
maelstrom che prima o poi dovrö riempire magari in una sede diversa da
questa. Tra quadri che in realtä sono schizzi Cy Twonbly style con
tanto di collage di ritagli licenziosi e disegni da cesso delle scuole
superiori, tra l audioanimatrone di una scrofa e il robot rotto del
Capitano Morgan, tra manichini fracassati e pubblicitä “deturnate”
(ancora Debord…), naufragare in questo mare non basta: bisogna
affogare dibattendosi come anguille sbattute vive sulla piastra. Il
clou sono due video, “Pirates” e “Houseboat”, entrambi della durata di
un ora e mezza ricavata da 150 ore di girato. Il primo e´ la messa in
scena di un attacco piratesco a un villaggio con tanto di razzia,
ratto, rocchenrollo e arti mozzati; il secondo e´ un grazioso festino
su un piccolo panfilo. I video sono proiettati sulla nuda parete,
utilizzando piü lettori contemporaneamente. Nella sala adiacente,
giganteschi, non i modelli ma i luoghi veri e propri della messa in
scena, con cio che rimane della performance. Andare nel dettaglio non
servirebbe, perche non ci sono parole. Tornando al discorso sugli
azionisti viennesi, nei video di McCarthy nessuno si fa male.
Non sono il dolore o il sangue a essere alla base di tutto, ma una
devozione maniacale alla demenza, che tutto appiattisce su un piano
sessuale come se lo potrebbe immaginare un tredicenne. Gli umori
corporali sono finti, e si vede. Tutto e finto fuorche il corpo,
mostrato senza remore: uno strumento come un altro, difettoso e sporco.
Tutto e finto fuorche il caso che viene generato, la sporcizia, l
aggressione a trecentosessantagradi, senza perche, senza se, senza ma.
Dionisiaca, questa aggressione. Stupida e imbattibile.

Riporto con religiosa deferenza solo alcune delle scritte sparse per
la La La Land: PENIS SASAGE FACTORY, CUT THE CAP PENY, PENIS HAT, DEAD
MAN PINE, CUT THAT PAENIS. Tra i video spicca PENIS DIP PAINTING.
Titoli nonostante, lo giuro e spergiuro: tutto cio e molto, molto
anale. La lente usata da McCarthy non e il grottesco, sia chiaro. E non
e nemmeno la strizzata d occhio. Dal 1968 il suo discorso e uno e uno
solo, divenuto nel tempo da nicchia vomitevole ad avanguardia capace di
aprire le porte piu fighe: re-gres-sio-ne. Re. Gres. Sio. Ne.

 

im Kreise gehen wir nachts und werden vom Feuer verzehrt

Pubblicato su cruccate bastarde il Agosto 7, 2005 da Simone Buttazzi

Di notte andiamo in giro e veniamo consumati dal fuoco. In latino tutto cio e palindromo: In girum imus nocte et consumimur igni. Guy Debord ci fece un film. Oggi vidi questa scritta in versione neon: un neon rosso, circolare, in loop, appesa al soffitto del MUMOK. Che e il museo di chi gode a vedere larte contemporanea. Per i gusti piu classici ce il Kunsthistorisches Museum a due passi. Tutti i musei di Vienna sono a un tiro di schioppo luno dallaltro. Sono ammucchiati in quello che si chiama MQ, Museum Quartier. Una sorta di gabbia dorata, di ghetto radical chic. Un conglomerato di cultura a rischio overdose. Un romanzo di Thomas Bernhard si svolge interamente nella Sala III del Kunsthistorisches Museum. Reger, cosi il nome del protagonista, passa molte ore davanti al Vecchio dalla barba bianca di Tintoretto. Reger, come Bernhard, come tutti i protagonisti dei romanzi di Bernhard, e un intellettuale anziano, verboso, con un debole per la ripetizione, facile allodio e alla spocchia. Alte Meister e il titolo del romanzo. Oggi ho incontrato il suddetto quadro nel mio passeggio a casaccio, una freccia mi ha attraversato il cranio di tempia in tempia e mi ci sono seduto davanti. Ce una poltrona, davvero. Cosi Reger, ripete Thomas di continuo. Cosi Reger, scrive per riportare il discorso diretto senza virgolette di sorta, incassando tutto nel flusso verbale, nella pagina di testo che pare un monolito nero. Ho pensato, magari avessi con me ledizione Adelphi del libro, e facessi bookcrossing. Ce chi scambierebbe il libro per uno di quei cataloghi sparsi da sfogliare a scopo di approfondimento. Be´, lo e.


Cosa vuol dire Vienna. Per me Vienna e, si, la secessione. Bla bla bla. Per me Vienna, altroche, e azione. Aktion! Gli azionisti viennesi: Hermann Nitsch, Otto Muehl, Günter Brus, Rudolph Schwarzkogler. Questultimo morto a 29 anni in circostanze a me ignote, che vorrei chiarire. Schiele mori a 28 anni, spazzato via dallinfluenza spagnola. Schiele ha tuttora una forza grafica, iconica - diciamo pure fumettistica: Angelo Stano non ha preso un esempio a caso - a dir poco impressionante. Lui, Klimt, Kokoschka, passarono molti guai con la censura perche mostravano dei corpi. Nudi come vermi, quotidiani, potenti. Schiele fini in prigione nel 1912 perche sospettato di molestie a una ragazza di 14 anni a cui aveva dato asilo. I quadri che appendeva nella sua casa di campagna davano da pensare ai passanti. Klimt la faceva franca dribblando la censura con argomenti mitologici: nudo si, ma dantan. Cio non toglie che la prima Plakade della Secessione, che raffigurava Teseo e il Minotauro, dovette essere ammansita piazzando un elegante tronco dalbero davanti alle pudenda delleroe. Ai tempi degli azionisti (dal 1962 in poi) questo rischio non cera piu. Questo e uno dei due punti che fiaccano la compagine capeggiata da Nitsch. Azionismo viennese significa un bagno di sangue. O di rosso, o di sugo di pomodoro, o di succo di mirtillo. Una doccia di umori corporali e di interiora danimale. Atta a ricorpire il corpo dellartista, o dei suoi modelli. Tele, foto, performance, conferenze, video. Nitsch e soci non si sono privati di nulla, e ovunque hanno schizzato sangue, sparpagliato cervella (e cervelli) di animale. Altrui, quindi. Cio che differenzia gli azionisti da Gina Pane o da Franko B., tanto per fare due esempi, e che il sangue che versano questi idoli locali non appartiene a loro. Gli azionisti non soffrono. Si cospargono e in generale innaffiano i corpi che hanno a tiro del suddetto succo vermiglio, ma non si mettono in discussione. Fanno un casino senza pagare scotto alcuno. Hanno le mani lorde, ma la superficie del corpo intatto. Come dire: non vale.


LAustria e un po cosi: farlocca. Magniloquente e fifona. Tutti sti edifizi imperiali, e che cacchio. E una gioia abbassare lo sguardo e tuffarlo nelle pagine di un romanzo di Ian McEwan. Sto leggendo The innocent (in italiano Lettera a Berlino), credo il suo unico romanzo “di genere”, di fatto una spy story ambientata nella Berlino a settori degli anni cinquanta. Schlesinger ne trasse un film nel 1993 o giu di li, con Isabella Rossellini. Ecco, la scrittura di McEwan mi sorprende tutte le volte. E trascinante e fiera, racconta. Ha grandi soluzioni lessicali e strutturali, eppure non e pavona. Stamattina, dopo aver letto il capitolo 4, mi son detto: ma se non danno il nobel anche a lui qua, be´, buona camicia a tutti.


 

Erika Kohut

Pubblicato su cruccate bastarde il Agosto 6, 2005 da Simone Buttazzi

Cosa vuol dire Mitteleuropa. Per me vuol dire essere qua a
smanacciare sulla Tastatur, privo delle vocali accentate. Vuol dire
passare per Trieste a chiedere lumi a Patrick (Karlsen), rampollo
diletto della cultura di cui sopra. Tra qualche anno, oltre alle statue
di Joyce, Svevo, e Saba sparpagliate per la citta a far due passi, ci
sara anche una figura di metallo torreggiante. Senza alcun bisogno di
falsare le misure. Vuol dire fare un salto nella simpatica colonia
giovanilistica di Ljubljana, incappare casualmente in Mathausen,
infilarsi in un tunnel, uscirne con una voglia matta di parlar tedesco
e zacchete, ecco lóccasione su un piatto dárgento. La polizia austriaca
mi ferma, mi chiede se parlo tedesco - ja, dico, tronfio e svolazzante
- mi mostrano una foto digitale della mia auto da tergo con accanto una
cifra - Ihre Geschwindigkeit! - e mi spillano trenta euro di multa per
aver superato di 46 unitä la velocitä consentita nella montagna
trivellata. Benvenuto in Oiropa, pisquano.

L´Austria e´ un paese pregno di cultura disturbante. Gli
azionisti viennesi, Ulrich Seidl, Thomas Bernhard, Elfirede Jelinek,
Michael Haneke. Lo si intuisce giä in autostrada, quando cartelli che
illustrano la dannositä acustica dellándar veloci - Schnell ist laut! e
foto di bimno che si tappa le orecchie - vengono alternati ad altri,
random, recanti unúnica parola: Danke. La strategia psicologica mi
sfugge e comunque trasuda perfida a priori. Mi viene in mente Pennac e
il suo libercolo sui ringraziamenti, ma lui non e´ mitteleuropeo. Pussa
via. Dovrei citare Magris a go-go, ma non ne so fondamentalmente nulla
quindi lo salto a pie´ pari. In Austria la luce nei cessi e´ a tempo,
il cartolinesco abbonda, i prezzi svettano piu´ dei monti, non sanno
chi sia Urlich Seidl. Herbert Achternbusch vive in incognito non
lontano da Linz. Transfuga della Baviera che odia e che non lo vuole. O
meglio, che non sa chi sia e ogni tanto gli organizza giusto una mostra
di quadri. Lui non sa dipingere. Lui sa scrivere, recitare, dirigere e
scorticare.

L´Austria, per me, e´ La pianista della Jelinek e di Haneke.´ E´
quello spietato pastrocchio austrofrancese che ogni volta che lo vedo
c´ho la sindrome di Stendhal. L´ho rivisto ieri sera, per caso,
nell´unico cineclub di Ljubljana. Non ricordavo la lunghezza sfiancante
delle scene di sesso: masturbazione, fellatio, menate e rapporto
canonico in coda. Una propensione al piano sequenza che punta al
sublime quasi piü del primo piano. Talvolta stanca, sarö franco. La
seconda parte frana a tre quarti. L´ultima inquadratura,
tuttavia, e´ di rara purezza. L´esterno della Konzerthaus. Erika
esce dopo essersi accoltellata un cicinin, rinunciando a esibirsi. Apre
la porta, gira alla sua sinistra, se ne va. La porta si chiude
pian piano. Clac. Passano macchine da destra a sinistra. Titoli di
coda. Silenzio di tomba.

Ho trovato quel luogo. Li´ Accanto c´e´ un internet point
esoso. Oggi ci sono dentro e guardo fuori, lä dove la Huppert tagliö
lángolo - spende Blut, Isabelle!. Domani, no.