Crimes and misdemeanors, Woody Allen, 1990. Il professor Lévy, che aveva passato la vita a dire di sì (alla vita), che aveva detto parole come queste:
“Per tutta la vita siamo messi di fronte a decisioni angosciose, a scelte morali: alcune di esse, importantissime; la maggior parte, meno importanti… e noi siamo determinati dalle scelte che abbiamo fatto, siamo - in effetti - la somma totale delle nostre scelte. Gli avvenimenti si snodano così imprevedibilmente, così ingiustamente. La felicità umana non sembra fosse inclusa nel disegno della creazione. Siamo solo noi, con la nostra capacità di amare, che diamo significato all’universo indifferente. Eppure, la maggior parte degli esseri umani sembrano avere la forza di insistere e perfino di trovare gioia nelle cose semplici: nel loro lavoro, nella loro famiglia, e nella speranza che le generazioni future possano… capire di più”.
Sapete che fa il professore? Si defenestra.
Parigi, 4 novembre 1995. Gilles Deleuze, malato da tempo, apre gli scuri e si scaraventa dal quarto piano. Poche storie, niente biglietti, niente testamenti. Deleuze è stato un pensatore acuto e sfuggente, furbastro e fondamentale. La sua più grande intuizione è stata quella di una metafilosofia, una riflessione sempre "di secondo grado" (se non terzo, in tutti i sensi) capace, quando meno te lo aspetti, di conquistare la ribalta e scodellare una frase illuminante, o un concetto utile. E ho detto utile. Da usare. Come un attrezzo. Un dispositivo. Un tool. Deleuze, un po’ warholianamente, vedeva la filosofia come una fucina: la sua factory. Il filosofo deleuziano è sempre rimasticatore, bricoleur (e qua emerge Lévi-Strauss, prepotente e salvifico) ma soprattutto un produttore. Di cosa. Di concetti. E lui, anche in combutta con l’amico Guattari, di concetti ne ha prodotti tanti. Alcuni sono confusi e scivolosi, altri riempiono solo la bocca, altri ancora puzzano lontano un miglio di slogan da sticker. Ma forse non dovrei dire così; dovrei solo dare la colpa a chi (troppi) di Deleuze si è impadronito cavalcandolo come un’onda - una new wave… un’onda anomala che dal ‘68 prende solo le mosse, un certo gergo ahinoi, ma prende soperattutto le dovute distanze - e lo ha riciclato senza leggerlo e senza suggerne lo spirito sghembo. Deleuze non voleva fare scuola. Non aveva in mente alcun sistema. Voleva fare movimento: un extraparlamentare della filosofia. Non voleva avere discepoli bensì utilizzatori coscienti, creativi e appassionati (desideranti!) delle sue macchine concettuali, dei suoi piccoli ingranaggi inferenziali. Da utilizzare qui, ora, con i piedi per terra. La trascendenza la lasciamo ai rigattieri truffaldini.

Deleuze si vede spesso, ultimamente. Su Fuori Orario il lunedì notte. Videocassette smagnetizzate e rudimentali dele sue lezioni a Vincennes, nel 1975. Il documentarista Nicolas Philibert fece un film - nel 1996, mi pare - chiamato La moindre des choses e ambientato nella casa di cura per malati mentali detta La Borde, co-fondata da Deleuze e Guattari, i quali furono grandi rielaboratori (e rivoltatori di guanti) delle teorie psicologiche e psicanalitiche vigenti. Un bel film da recoperare, in qualche modo. Deleuze ha scritto molto. Su altri filosofi (Foucault, Nietzsche), su scrittori (Kafka: un testo magnifico), su pittori (Bacon), su tutti i registi del mondo. La sua tassonomia in due volumi sulla settima arte - L’immagine movimento e L’immagine tempo - è stata, e parlo ovviamente a titolo personale, il testo più folgorante conosciuto in un’aula universitaria. Ma per conoscerlo basta vedere Fuori Orario, non c’è bisogno di iscriversi all’università. I suoi testi seminali sono tanti. Cito solo Che cos’è la filosofia?, l’ultimo e il più cristallino, dove emerge la concezione della scatola degli attrezzi. Cito Millepiani, il primo libro-ipertesto, un’architettura geniale, labirintica, generosissima, aperta dal piano dei piani: Rizoma. Cito, infine, la lunga videointervista concessa a Claire Parnet, di prossima pubblicazione anche in Italia, in dvd. E’ il suo abbecedario concettuale. Ecco. Ancora frammentazione, ancora mobilità dei caratteri - Gutenberg rules -, ancora libertà di creare la propria frase a partire da elementi minimi che vanno cercati. Pescati perché ritenuti adatti al nostro cranio. Usati. Deleuze non ha mai dato la pappa pronta. Ci ha dato quelli che Pasolini chiamava cinemi, le "lettere" o gli elementi sintattici minimi della lingua visiva. Sta a noi ingoiare, interiorizzare, montare il nostro film. Quante scatole degli attrezzi abbiamo in casa, nel computer, in testa? Forse è anche ora di usarle.