Archivio per la Categoria bye bye life (all that jazz)

avantindrè

Pubblicato su bye bye life (all that jazz) il Febbraio 24, 2006 da Simone Buttazzi
Potrebbe essere la Gina Pane di questi anni pesti e telecomandati.

Qua giace un articolo su di lei.

Se si clicca sull’immagine in bianco e nero parte il video integrale di FF/REW.
Lei si chiama Ene-Liis Semper ed è estone.

dissipAzione

Pubblicato su bye bye life (all that jazz) il Dicembre 21, 2005 da Simone Buttazzi

È altrettanto sicuro che sono fuori del tempo. Ne ho una conferma perentoria: non mi si presenta il problema, che prevedevo e paventavo, del tempo-libero. Problema coevo all’umanità e suo, verosimile, peccato originale, chiedersi: e dopo, che cosa farò? – Io non me lo chiedo. Sto scoprendo che l’eterno, per me che lo guardo da un’orbita di parcheggio, è la permanenza del provvisorio. La dilatazione estrema dell’attimo, e in termini empirici questo vuol dire: stato di differibilità assoluta. Agisco ma non posso preventivare la durata dell’azione, so solo che è incalcolabile: so caricando la pipa, ma quando sarò pronto per prendere un fiammifero e accenderla? E lo sarò mai?

    A parte objecti l’eternità, mi accorgo, è poco ortodossa, si concilia bonariamente con la mobilità, la successione, il cambiamento, l’alba e il tramonto: i gatti (pasciutissimi) che giostrano a frotte per le vie, strepitando e lasciando indisturbati i topi (numerosissimi). E è scarsa di aspetti arcani, non risuona con parole di tuono, come s’immaginava Bach. Include le consuete file di auto in sosta, con la batterie appena un poco ‘giù’, i tubi al neon alternanti il loro giallo cromo al blu ossidrico, come di solito. Qualunque metafisico arriccerebbe il naso, troverebbe che è una eternità Kitsch.

    Chi l’ha voluta, evidentemente non ci teneva a passare per grande regista. Non ne aveva bisogno.

 

Guido Morselli, Dissipatio H.G., 1973. Edizione Adelphi, 1977, pagina 144.

Immanenza

Pubblicato su bye bye life (all that jazz) il Novembre 9, 2005 da Simone Buttazzi

Crimes and misdemeanors, Woody Allen, 1990. Il professor Lévy, che aveva passato la vita a dire di sì (alla vita), che aveva detto parole come queste:

Per tutta la vita siamo messi di fronte a decisioni angosciose, a scelte morali: alcune di esse, importantissime; la maggior parte, meno importanti… e noi siamo determinati dalle scelte che abbiamo fatto, siamo - in effetti - la somma totale delle nostre scelte. Gli avvenimenti si snodano così imprevedibilmente, così ingiustamente. La felicità umana non sembra fosse inclusa nel disegno della creazione. Siamo solo noi, con la nostra capacità di amare, che diamo significato all’universo indifferente. Eppure, la maggior parte degli esseri umani sembrano avere la forza di insistere e perfino di trovare gioia nelle cose semplici: nel loro lavoro, nella loro famiglia, e nella speranza che le generazioni future possano… capire di più”.

Sapete che fa il professore? Si defenestra.

Parigi, 4 novembre 1995. Gilles Deleuze, malato da tempo, apre gli scuri e si scaraventa dal quarto piano. Poche storie, niente biglietti, niente testamenti. Deleuze è stato un pensatore acuto e sfuggente, furbastro e fondamentale. La sua più grande intuizione è stata quella di una metafilosofia, una riflessione sempre "di secondo grado" (se non terzo, in tutti i sensi) capace, quando meno te lo aspetti, di conquistare la ribalta e scodellare una frase illuminante, o un concetto utile. E ho detto utile. Da usare. Come un attrezzo. Un dispositivo. Un tool. Deleuze, un po’ warholianamente, vedeva la filosofia come una fucina: la sua factory. Il filosofo deleuziano è sempre rimasticatore, bricoleur (e qua emerge Lévi-Strauss, prepotente e salvifico) ma soprattutto un produttore. Di cosa. Di concetti. E lui, anche in combutta con l’amico Guattari, di concetti ne ha prodotti tanti. Alcuni sono confusi e scivolosi, altri riempiono solo la bocca, altri ancora puzzano lontano un miglio di slogan da sticker. Ma forse non dovrei dire così; dovrei solo dare la colpa a chi (troppi) di Deleuze si è impadronito cavalcandolo come un’onda - una new wave… un’onda anomala che dal ‘68 prende solo le mosse, un certo gergo ahinoi, ma prende soperattutto le dovute distanze - e lo ha riciclato senza leggerlo e senza suggerne lo spirito sghembo. Deleuze non voleva fare scuola. Non aveva in mente alcun sistema. Voleva fare movimento: un extraparlamentare della filosofia. Non voleva avere discepoli bensì utilizzatori coscienti, creativi e appassionati (desideranti!) delle sue macchine concettuali, dei suoi piccoli ingranaggi inferenziali. Da utilizzare qui, ora, con i piedi per terra. La trascendenza la lasciamo ai rigattieri truffaldini.

 

Deleuze si vede spesso, ultimamente. Su Fuori Orario il lunedì notte. Videocassette smagnetizzate e rudimentali dele sue lezioni a Vincennes, nel 1975. Il documentarista Nicolas Philibert fece un film - nel 1996, mi pare - chiamato La moindre des choses e ambientato nella casa di cura per malati mentali detta La Borde, co-fondata da Deleuze e Guattari, i quali furono grandi rielaboratori (e rivoltatori di guanti) delle teorie psicologiche e psicanalitiche vigenti. Un bel film da recoperare, in qualche modo. Deleuze ha scritto molto. Su altri filosofi (Foucault, Nietzsche), su scrittori (Kafka: un testo magnifico), su pittori (Bacon), su tutti i registi del mondo. La sua tassonomia in due volumi sulla settima arte - L’immagine movimento e L’immagine tempo - è stata, e parlo ovviamente a titolo personale, il testo più folgorante conosciuto in un’aula universitaria. Ma per conoscerlo basta vedere Fuori Orario, non c’è bisogno di iscriversi all’università. I suoi testi seminali sono tanti. Cito solo Che cos’è la filosofia?, l’ultimo e il più cristallino, dove emerge la concezione della scatola degli attrezzi. Cito Millepiani, il primo libro-ipertesto, un’architettura geniale, labirintica, generosissima, aperta dal piano dei piani: Rizoma. Cito, infine, la lunga videointervista concessa a Claire Parnet, di prossima  pubblicazione anche in Italia, in dvd. E’ il suo abbecedario concettuale. Ecco. Ancora frammentazione, ancora mobilità dei caratteri - Gutenberg rules -, ancora libertà di creare la propria frase a partire da elementi minimi che vanno cercati. Pescati perché ritenuti adatti al nostro cranio. Usati. Deleuze non ha mai dato la pappa pronta. Ci ha dato quelli che Pasolini chiamava cinemi, le "lettere" o gli elementi sintattici minimi della lingua visiva. Sta a noi ingoiare, interiorizzare, montare il nostro film. Quante scatole degli attrezzi abbiamo in casa, nel computer, in testa? Forse è anche ora di usarle.

 

dead ringers

Pubblicato su bye bye life (all that jazz) il Aprile 9, 2005 da Simone Buttazzi

Lost Highway (1996) è un film che scorre su una
striscia di Moebius. Senza fine e senza soluzione (di continuità). Come
sappiamo già da Blue Velvet, l’oscuro e il brulicante sono a due passi
da noi, basta chinarsi e piegare due ciuffi d’erba. Bene e male,
sebbene suoni roba da Lapalisse, sono due facce della stessa medaglia.
Due lati della stessa striscia, che si torce a suo piacimento.

In Lost Highway ci sono due figure moleste. Due
villains. Uno classico, di carne e sangue: un criminale che impreca,
schiocca le dita e minaccia. Mr Eddie. Uno metafisico, che i credits
additano come The Mystery Man. Egli vive in una casa immersa nel
deserto, che ogni tanto implode. Egli si trastulla con una videocamera
antidiluviana che usa per filmarti mentre dormi. La mattina dopo ti
alzi, apri la porta e davanti all’uscio c’è una busta di carta
contenente una videocassetta. Il segnale di quella cassetta, spurio e
in bianco e nero, sì, sei proprio tu che dormi. Può capitare che The
Mystery Man ti si avvicini a una festa, millantando la tua conoscenza,
deridendo i tuoi tentativi di negarlo e arrivando a porgerti il suo
telefono - un modello di quindici anni fa - con una provocazione:
digita il tuo numero. Chiamami. Tu digiti il tuo numero di casa e Lui
risponde. Collocare le malefatte di quest’uomo sotto l’etichetta del
Disturbante è quantomeno limitativo.

Ebbene, in molti hanno notato che questo Mystery Man ha un
fratello gemello. Dire “sosia” sarebbe dire poco, ben poco. Si tratta
di un uomo poco più anziano di lui. Un pericolo pubblico,
parimenti.

The Mystery Man fu interpretato da Robert Blake, meglio noto come Baretta negli anni ‘70. Recentemente, Blake è stato accusato di uxoricidio. Si è dichiarato innocente. Certo. Sappiamo tutti chi è stato:

 

corporale, dozzinale, perecchiano

Pubblicato su bye bye life (all that jazz) il Marzo 16, 2005 da Simone Buttazzi

Urca che fermento. Sta succedendo qualcosa anche qui


Questo post, scritto dal mio blogger di riferimento (Crosetti! Sappi che ormai sei in naftalina. Puta rules), la dice lunga sui primi passetti montanari compiuti dal suddetto qui:


http://www.puta.it/blog/index.php?p=275


Se proprio devo fare un appunto a puta, è la fallocrazia malriposta. Ma sono bagatelle.


Tiriamo le somme: dopo il Dogma 95, END/corpo12 propone un Dogma 2005 di ispirazione perecchiana. Uno che di dogmi creativi se ne intendeva, il Perec. Uno che amava ideare gatti a nove code che frustassero l’estro letterario, cilici che facessero frignar parole sublimi. Uno (per farla finita) che sapeva snocciolare le figure retoriche - e tutte - per giuoco e non per vanto. Chissà chi saprà coglierne lo spirito. Costui dovrà essere paziente e inventivo. E curioso, occhi e orecchie spalanchi come pochi. Per farsi un’idea di cosa si intenda per antropologia perecchiana e arte della sottrazione, un link da godersi anche sul piano della LETTERA:



 Cosa è scomparso?