sette nature per una guerra postmoderna
Pubblicato su animalismi il Ottobre 2, 2005 da Simone ButtazziJeffrey è nato nel 1996, Reagan nel 1998. La grafia del nome di Reagan è sempre stata un mistero. Egli è gatto ribaldo, quindi non c’è etichetta da cui non sgusci come anguilla molesta ed elettrica. Potrebbe essere Regan, pensai, come l’indemoniata dell’Esorcista. Potrebbe essere Reagan, come il presidente dello scudo spaziale. In ogni caso si pronuncia Régan, il che coincide anche - scoprii tempo dopo - con il nome del più grande filosofo animalista, Tom Regan, incontrato a Riccione nei sotterranei di un hotel mastodontico e fatiscente, vero gioiello di kitsch acromegalico. Una strutturona appoggiata sul lungomare, tra gigantesche strutture coloniche lasciate a se stesse. Bellissime, selvagge. Di una bellezza involontaria, cresciuta con le erbacce e l’avanzare delle crepe. Tra fellinismi, fascismi e architettismi scriteriati e piadinari degli ultimi decenni, la riviera è una lunga carrellata senza soluzione di continuità.
Vate americano fino al midollo, sacerdote catodico oserei dire, Tom è apparso al IX congresso europeo vegetariano. In questa cornice Regan non ha parlato del suo testo fondamentale, I diritti animali, ingiustamente dato per irreperibile in Italia (provate qua). Non ha nemmeno parlato di Gabbie vuote (ed.Sonda) o di un altro suo testo appena edito da Cosmopolis. I suoi libri parlano da soli, e lo dico con sincera passione. Tom è arrivato, è sceso dal palco, ha infervorato la folla e si è messo la mano sul cuore suggendo come miele tutta la standing ovation che gli è stata riservata. Meritatamente, anche se dopo aver fissato le coordinate dell’animalismo trent’anni orsono non si può certo ammettere che abbia continuato a offrire dei contributi, come dire, groundbreaking. Tom è un simbolo e come tale funziona: elemento aggregante, nome che mette tutti d’accordo.
Tra le sei séances aperte a tutti, la più incisiva è stata sicuramente quella condotta da Massimo Filippi, traduttore italiano di Regan e, mi si consenta, uomo con i controcoglioni nonché dotato di una finissima capacità di analisi.
Filippi è partito dalla guerra in Iraq intesa come prototipo di guerra postmoderna. In quanto tale, essa vanta sette caratteristiche salienti. Una guerra postmoderna è:
* preventiva (attacco un nemico potenziale che non ha ancora fatto nulla per nuocermi)
* pianificata (prendo questa decisione con largo anticipo, collegandola a vantaggi che non dichiaro)
* totale (il nemico è potenziale, il mio atto di violenza no: è una guerra di principio, quindi a vasto raggio)
* asimmetrica (io infliggo e bombardo, tu subisci)
* impietosa (non c’è bambino che mi possa fermare)
* pubblicitaria (la "vendo" in altri termini, la comunico in chiave glamorous)
* umanitaria (dopo averla spacciata per buona, segue codazzo con ricostruzione e altri business "emotivi")
Detto questo, Filippi ha applicato la nuova categoria e le sue sette nature all’ "eterna Treblinka" di cui parla Patterson, o la Dachau legalizzata nelle parole di Elizabeth Costello, noto personaggio coetzeeiano. L’idea di guerra postmoderna calza a pennello all’industria della carne e ai suoi allevamenti intensivi, i suoi macelli. Una guerra preventiva, pianificatissima, totale, asimmetrica, spietata, pubblicitaria (eccome!) e umanitaria nel senso di specista, poiché solo l’uomo conta e il Creato è ai suoi piedi. Che tremi, il creato: shock and awe cali sulle creature tutte. Una guerra alla vita degli animali. Una guerra che ne ignora i diritti, primo fra tutti quello all’esistenza, passando per una caterva di altri come il diritto alla dignità e a una vita decente, fuori dalle gabbie.
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