Archivio per la Categoria alexandrinenstraßeachtundneunzig

neukölln

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Gennaio 18, 2008 da Simone Buttazzi

In "Heroes", pubblicato nel tardo 1977, David Bowie dedica uno dei pezzi strumentali al Bezirk di Neukölln, relativamente vicino al suo appartamento di Schöneberg, tra Kreuzberg e Tempelhof. La Neukölln di Bowie è notturna, dolente, straziante. Secoli addietro, il villaggio di Neukölln era l’originale "Berlino est", con il nucleo occidentale costituito da Spandau. Con lo sviluppo della città, Spandau è rimasta a se stante, nel profondo ovest, e sono nati molti quartieri a est (soprattutto a nord-est) di Neukölln, tanto che dopo la guerra, al momento della spartizione della città, Neukölln restò in mano angloamericana. Fino all’89, questo sconfinato Bezirk - il più grande di tutta Berlino - è stato, insieme al piccolo Kreuzberg, il terzo mondo del settore occidentale. Il cuore dell’ovest pulsava attorno allo Zoo e pompava alta borghesia e denaro. Kreuzberg e Neukölln, quartieri di confine, arrancavano con le loro belle pezze al culo. E se Kreuzberg è tuttora un quartiere "hip" per via dei molti locali, del fascino bohemien e della storia "sozial" pur in un contesto non socialista, Neukölln, priva di attrazioni turistiche, con le sue stradine maccadamate, è rimasta un enorme contenitore residenziale. Povero. E connotato, come Kreuzberg, da un’altissima presenza turca.

Il grafico soprastante distribuisce i "criminali recidivi" arrestati a Berlino nel 2007 a seconda del Bezirk di appartenenza; la torta ne illustra l’età. Neukölln svetta senza rivali, seguita da sei ex Bezirke occidentali. Il primo ex quartiere della DDR a comparire è Hohenschönhausen, che ospitava il carcere della Stasi. Segue il malfamato - ma perché? - Marzahn, via via fino al quieto Mitte, cuore della città dove si trovano i palazzi della politica e le ambasciate. Un altro quartiere dalla pessima fama, Pankow, la violenza di strada manco sa cosa sia.

A colpire è anche il grafico a torta, che sottolinea l’allarme giovinastri già lanciato dal governo, con tanto di proposta delirante di istituire boot camps di rieducazione. Il caso Neukölln è noto da tempo, anzi, è già leggenda. Un discreto film del 2006, Knallhart - letteralmente: osso duro - narra di un teenager della borghese Zehlendorf che si trasferisce con la famiglia a Neukölln, subisce angherie di ogni tipo fuori e dentro la scuola e alla fine, per necessità, diventa un assassino. I giornali di pochi giorni fa rimbalzavano la notizia concernente tale dj Massiv, un armadio turco con catenine, che all’uscita di un club è stato aggredito dalla mala e per poco non inghiottiva pallottole come 50 cent. Ovviamente a Neukölln, lungo la Karl Marx Straße, principale arteria del girone. Ciò non toglie che Neukölln meriti sempre una visita, e una lunga passeggiata.

zuppa di quartiere

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Novembre 30, 2007 da Simone Buttazzi

Il dizionario Zanichelli mi dice che Eintopf è un sostantivo maschile che significa "piatto unico di verdure, patate e carne". Il Garzanti piccino non mi aveva detto niente, lasciandomi il compito di aggrapparmi alla parola e di arrivarci d’intuito. Col rischio di cannare di brutto. Ma in questo caso, come suolsi dire, ci si arriva. Topf è pentola / pignatta / marmitta, ein è in, quindi trattasi di un qualcosa che finisce in pentola e che viene spignattato a dovere. Un bel pappone per marmittoni, m’ero immaginato. Questo per dire che non c’è niente di meglio di una zuppa. Specie di sera, tra le 19 e le 20, abbarbicato su un tavolaccio di legno a guardare fuori che piove, o sventaglia, o nevica obliquo. Specie se nella zuppa galleggia un bel salsicciotto di seitan. Specie se sul tavolaccio c’è lo Spiegel, o un giornale di oggi, o una copia del Friedrichshainer Kronik, con i suoi articoletti che parlano del dietro l’angolo o di come il Bezirk sia cambiato - non troppo - da diciott’anni a questa parte. Lo zupparo dietro al bancone spignatta tutto il giorno e quando hai fame, di sera, ti scodella quel che vuoi. Ogni Suppe, o Eintopf, è disponibile in due maxicategorie - con animali morti, o senza - e in varie quantità, dal piatto mezza porzione alla scodella, fino al pentolotto da un litro. Alle pareti, quadri di pittori che abitano nell’isolato o poco più in là. E la radio trasmette Motor FM. Più di così non me la sento di chiedere. Forse un caffè, visto che lo fanno con una macchina che ci mette due minuti a riscaldarsi e poi secerne veleno. La perfezione, meno un caffè.

top (e bottom) trenta

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Luglio 13, 2007 da Simone Buttazzi

Zitty, che è un po’ il Time Out berlinese, propone una classifica così concepita: i trenta omosessuali più importanti di Berlino. Fissi e non, cioè a dire chi ci vive tutto l’anno e chi, come Rufus Wainwright o Jake Shears dei Scissor Sisters, ha giusto un pied-à-terre dove passare qualche fine settimana. Un concetto ben sviscerato dalla vecchia canzone di Hildegard Knef, attrice leggendaria e icona della schwulkultur: Ich hab’ noch einen Koffer in Berlin. Ho ancora una valigia a Berlino. Segue selezione dalla ricca lista:

* trentesima posizione: Monique Berger, organizzatrice della serata Café Fatal nello storico locale SO36, a Kreuzberg. Danze antiquate a suon di Schlager (la musicaccia popolare tedesca), sotto il segno dell’ironia.

* ventinovesima posizione: Rosa von Praunheim, regista militante fin dal 1971. Suo, fra le altre cose, l’esilarante cortometraggio Can I be you Bratwurst, please? (1999), avente come protagonista Jeff Stryker, star del porno gay.

* diciannovesima posizione: Peter Plate, cantante dei Rosenstolz, duo adorato dai gay crucchi. Plate combatte da anni come un leone per i diritti della comunità LGBT. Non aggiungo "Q" perché sennò mi sa di LHOOQ.

* diciottesima posizione: Guido Westerwelle, segretario della FDP, partito di centro-destra la cui collocazione nello spettro parlamentare è assimilabile a quella di Forza Italia, ma con un peso elettorale analogo a quello di AN. Paragoni nonostante, trattasi di un partito rispettabile. Guido fece coming out nel 2004 in compagnia del suo fidanzato, presentandosi simpaticamente come Tante Guido, cioè a dir Zia Guido. Con un altro paragone forzato, il buon Guido è una sorta di Cecchi Paone che non ha bisogno di aggrapparsi a concetti peregrini come l’omoaffettività.

* sedicesima posizione: Matthias Landwehr, agente letterario con un fiuto infallibile. Grazie a lui, soggetti come Wladimir Kaminer (il Nori tedesco, di origine russa) o Florian Illies sono diventati dei casi letterari.

* tredicesima posizione: Norbert Bisky, signor pittore che porta innanzi un discorso estetico legato a doppio filo con la vecchia propaganda giovanile della DDR (vedasi figura)

* decima posizione: Thomas Hermanns, fondatore del Quatsch Comedy Club, fulcro della comicità schwul. Un fenomeno culturale di portata nazionale, che setta l’agenda ridarola gay al pari della serie britannica Absolutely fabulous.

* nona posizione: Gloria Viagra, "drag queen politica". Regina della notte e delle dimostrazioni diurne di piazza.

* ottava posizione: Norbert Thormann e Michael Teufele, i re della notte. Fondatori del Berghain, il locale notturno assurto a sinonimo del clubbing galattico. O così dicono.

* settima posizione: Bruno Gmünder, editore. La guida Spartacus l’ha inventata lui nel 1987.

* quarta posizione: Wieland Speck, a capo della sezione Panorama del festival di Berlino. Anche lui ebbe una grande idea nel 1987: dare uno spazio fisso al cinema gay nell’ambito della Berlinale, e assegnare annualmente il Teddy Award, premio trasversale (interessa tutte le sezioni del festival) deciso dai voti del pubblico.

* terza posizione: Volker Beck, politico dei Verdi. Se in Germania ci si può sposare anche tra persone dello stesso sesso, è anche e soprattutto merito suo e del suo lavoro svolto sotto l’amministrazione Schröder.

* prima posizione: il sindaco. Ich bin schwul - und das ist auch gut so.

man of good fortune

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Giugno 19, 2007 da Simone Buttazzi

Un uomo si aggira per l’Europa. Ha profonde rughe d’espressione e delle vene grosse così che gli alterano la silhouette degli avambracci. Nei manifesti ha grossomodo la stessa espressione della copertina di Ecstasy, 2000 (and you and I / we’d sleep beneath a moon / moon in June and sleep till noon), la scenografia dello spettacolo è curata dall’artista e regista Julian Schnabel - quello dei quadri di piatti rotti - e a coadiuvarlo nel canto c’è un coro di bimbi niuiorchesi e tanto di archi, fiati e via andare. In queste settimane Lurìdo - c’è chi lo chiama, affettuosamente, così - porta in giro Berlin a fare la pipì. Sono passati più di trent’anni dalle vicissitudini della coppia di bighelloni con la siringa appesa al braccio, narrate in pezzi come Caroline says, Sad song, l’eponima Berlin. E di eponimia in eponimia succede che il nostro affezionatissimo finisca proprio lì, dove si immaginò che fosse cominciato tutto.

vegan kebab

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Giugno 7, 2007 da Simone Buttazzi

Non solo falafel. Sul finire di Boxhagener Straße, a destra, zitto zitto bbòno bbòno, c’è un negozietto casalingo che confeziona Döner vegetali. Dicesi: Vöner. I due proprietari hanno aperto da poco, sotto il segno della sobrietà e del profondo spartanesimo. Bravi. Tre tavolacci in croce, un frigo con "Getränke" scritto sopra a pennarello, una pila di fumetti à la Crumb editi dalla Malatempora berlinese pieni zeppi di umori corporali e di parole scritte come si pronunciano in gergo. Il piatto forte è il pane ciabatta lacerato e iniettato d’ingredienti fino a gonfiarsi come un rospo. Il classico Döner. Solo che a far compagnia ad aglio, cipolle ed erbette non ci sono frattaglie varie ed eventuali, bensì un mix di seitan e verdure. Che il negoziante sega via da un malloppo rotante, esattamente come capita col barbaro Döner. Il tocchettone rotante, scaldato all’uopo, ha una consistenza meravigliosa e commovente, quasi da moquette arrotolata. Si veda la figura 2. Quando precipita nel pane e finisce sotto i denti eccola, questa pasta densa e saporita, che ti titilla le papille e ti fa chiudere gli occhi, felice. Per quei cinque minuti buoni. Tanto buoni. Importiamoli.

v for vomit

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Giugno 1, 2007 da Simone Buttazzi

Una domanda si aggira da anni per la Germania, accompagnata da una risposta nella seconda persona singolare. Questa risposta è: du bist Deutschland. Come dire chi è la Germania, ma che diamine è facile, la Germania sei tu. Un po’ come la Coop. La domanda è naturalmente retorica e la risposta, per quanto mossa da buone intenzioni, esce spesso da certe bocche, tipo quelle di chi vota NPD. Subendo, ivi, un bizzarro ribaltamento di senso. Ma se mi si chiedesse chi è la Germania io farei un nome e un cognome: Vicki Vomit. Nato a Erfurt più di quarant’anni fa, Vicki è un capellone con la chitarra intento in un tour perenne di localino in localino, dove si esibisce come stand up comedian e strimpella canzoni parodistiche . Quasi un David Riondino del centro Europa tendente alla Scandinavia metal, quella che stacca la testa ai corvi morti e urla col microfono in gola e la voce di tenebra. O un Elio, ecco, un Elio ibridato con Alice Cooper. Vicki è un buon cristiano, uno che lavora sodo. Memorabile il suo esordio del 1994, Ein Schritt nach vorn, cioè a dire Un passo in avanti, per tacere del capolavoro datato 2001, Ficken für Deutschland (basta cambiare la i in u) o del suo ultimo dvd, Die Globale Erwärmung: unser Weg aus der Krise - Il riscaldamento globale: come uscire dalla crisi. Sì. Vicki Vomit ist Deutschland.

centosessantakilometri

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Maggio 29, 2007 da Simone Buttazzi

Iniziata nel 2002, completata l’anno scorso, questa sottile linea rossa non è una pista ciclabile come le altre. Segue passo passo la cosiddetta protezione antifascista eretta sotto il segretariato di Walter Ulbricht il 13 agosto 1961, nell’anno tredicesimo della DDR. Quando il potere passerà al successivo segretario della SED, Erich Honecker, la protezione serpeggiante verrà rinforzata e ampliata, fino a diventare quella che il popolo tedesco smartellerà via nel novembre dell’89. Nel gennaio dello stesso anno, il lungimirante Honecker aveva detto che ne sarebbe durati altri cento, di anni. Cose che succedono quando si sniffano i tempi ma si gira il capo dall’altra parte. Nata come un unico serpentello di cemento e filo spinato presidiato dai Vopos, diventerà col tempo un doppio serpentone parallelo coronato da garbugli arrugginiti e torrette, al centro del quale vige la landa desolata della polizia di confine, incaricata di sparare a vista. Una landa che è un’autostrada vuota, grigia, tra due guardrail alti tre metri o giù di lì. Ogni lato esterno del serpentone, specie quello che dà a ovest, è graffitato secondo i mutevoli costumi dell’arte urbana che piglia la pioggia e le intemperie (qua, frequenti): arte che scivola via come le madonne di gesso dei madonnari, senza protezione alcuna. Questi centosessanta kilometri che isolavano l’inviso spicchio di BRD dalla capitale della DDR - come dire il diavolo e l’acqua santa, ma il popolo, quello, uno - questi centosessanta kilometri ora sono una pista ciclabile da godersi con calma, senza mani.

odie

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Aprile 26, 2007 da Simone Buttazzi

Fabio mi fa presente - e non a torto - che Amorselva è un cicinin come il cane della striscia di Garfield. Bello ma ****ido. Tant’è che il cane della striscia si chiama Odie. A volte ci penso quando Amorselva tira rasentando l’autoimpiccagione orizzontale, per poi ansimare in preda a genuina iperattività carente di concentrazione. O quando insiste a leccare e ciucciare gli organi genitali di qualsiasi altro cane, poco conta il gender. Odin è polisex come Ivan Cattaneo tanti tanti anni fa. Odin è gender bender in salsa nietzschiana. Il prossimo stadio dell’evoluzione ontologica terrestre.

bollicine come dio comanda

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Aprile 20, 2007 da Simone Buttazzi

Rissani è uno dei miei posti preferiti. Entri, mangi e bevi a sazietà con quattro euro, con sei e cinquanta ti tocca lasciar lì o ruttare per una dozzina d’ore. Rissani è un bistro arabo tra Wiener Straße e Skalitzer Straße, meglio noto come il Gigi er Trojone della Mitteleuropa. Sì perché i gestori di Rissani, se sei europeo, puntano all’umiliazione. Se sei tedesco, poi, figuriamoci: calcinculo e dita nell’occhio. Da Rissani pane e tè sono gratis, ma se non li chiedi a dovere, sfidando le orecchie da mercante dei giovanotti, non ti arrivano. Da Rissani ti cullano con lo stesso vellutato disco di musica araba strumentale tutte le sere, sempre quello, tutte le sere, è come essere a casa, o nella zona del crepuscolo, ma se non capti la tua chiamata, se non sei svelto a ritirare la tua linsensuppe scodellata sul bancone, son cazzi. E mazzi. Ieri sera mi stavo nutrendo contemporaneamente dal piattone e dal nugolo di vibrazioni che anguillano nelle sale di Rissani, quand’ecco che l’occhio mi cade. Su una bevanda. Nel frigo. La prendo, la scolo. E’ una Cola. Come la CocaPepsi, l’Afri, o altre cole più o meno di fantasia come la Scroto Cola e l’Intal Cola. Torno a casa e guardo in rete. Non ve n’è traccia. Che mistero! mi verrebbe da sbottare. Questa Cola è adattissima a Rissani, e la sua etichetta è bilingue. Davanti, arabo. Dietro, bastarda grafia occidentale, che recita imperiosa:

poster per i posteri

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Marzo 23, 2007 da Simone Buttazzi

L’artista berlinese Jan Egesborg ha realizzato di recente una serie di manifesti il cui obiettivo è sbertucciare l’NPD in costante ascesa. I poster fanno il verso allo stile della cartellonistica nazionalsocialista, ad esempio le opere di Ludwig Hohlwein. In questo bell’esempio ragnesco - ragno si dice spinne, e "spinner", filatore, significa anche uomo insano di mente - Egesborg minaccia un ritorno al passato e apostrofa senza mezzi termini l’elettorato dei Nationalen. Vale la pena fare un salto anche sul sito dell’artista, per lanciare un occhio agli altri poster e sorprendersi dell’accezione che ha la parola "Roma" nel contesto della satira politica tedesca.