Archivia per Dicembre, 2007

titoli di testa

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 31, 2007 da Simone Buttazzi









Questa pagina propone una galleria pressoché sconfinata di titoli filmici. Titolo: lo stampiglio di pochi secondi che dà il nome a una storia. Di solito in testa, ma a volte, come nel caso di Eastern Promises, in coda. E spesso, nel caso di Cronenberg, nel contesto di una texture (testura? tessuto omogeneo?) che fonde i crediti con una fantasia grafica che riassume il sapore della narrazione a venire. Dei bei titoli di testa sono in grado di dare al film quell’energia iconica che lo rende, come suolsi dire, indimenticabile. Registi come Hitchcock, Scorsese (coadiuvati da Saul Bass), Cronenberg e Lynch hanno portato alla perfezione l’arte della texture introduttiva. Altri, come Pasolini o Allen, sono abitudinari e sobri - PPP con i suoi titoli nero su bianco, Woody bianco su nero e la stessa font da sempre. E val la pena di citare anche Moretti, con i suoi bianchi su rosso e i titoli diaristici scritti a penna, o Wong, che in testa a In the Mood for Love si affrettò a mettere un cartello rosso degno di un poliziottesco anni ‘70, pur di lanciarlo in concorso a Cannes a montaggio appena finito. Un titolo preparato in cinque minuti che resta una delle immagini più potenti dell’intera pellicola. Questo per dire che (quasi) tutti i film di David Cronenberg, soprattutto gli ultimi due, segnati dalla presenza fisicissima di Viggo Mortensen, sono esperienze audiovisive da testacoda. L’una lo specchio - oscuro - dell’altra. L’una più sobria, invisibile, lineare dell’altra. Straight stories in cui si annidano, e covano, metamorfosi dell’identità. Give me head, give me head, give me head fitcion instead.

homais

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 28, 2007 da Simone Buttazzi

Strong Opinions (12/09/05 - 31/05/06):

On the origins of the state, On anarchism, On democracy, On Machiavelli, On terrorism, On guidance systems, On Al Qaida, On universities, On Guantanamo Bay, On national shame, On the curse, On paedophilia, On the body, On the slaughter of animals, On avian influenza, On competition, On intelligent design, On Zeno, On probability, On raiding, On apology, On asylum in Australia, On political life in Australia, On Left and Right, On Tony Blair, On Harold Pinter, On music, On tourism, On English usage, On authority in fiction, On the afterlife.

Second diary:

A dream, On fan mail, My father, Insh’Allah, On mass emotion, On the hurly-burly of politics, The kiss, On the erotic life, On ageing, Idea for a story, La France moins belle, The classics, On the writing life, On the mother tongue, On Antjie Krog, On being photographed, On having thoughts, On the birds of the air, On compassion, On children, On water and fire, On boredom, On J.S. Bach, On Dostoevsky.

Sono questi gli argomenti di Diary of a Bad Year, 2007, di John Maxwell Coetzee, premio nobel per la letteratura anno 2003. Ed è proprio la sua nobel lecture l’unico video disponibile in rete in grado di testimoniare la sua fisicità nell’atto di leggere e di confrontarsi, timidamente, con una platea. Il testo che Cotzìi lesse a Stoccolma s’intitola He and his Man, e rumina la sua antica passione per Daniel Defoe, culminata vent’anni orsono con la pubblicazione di Foe, personale remake di Robinson Crusoe.

Coetzee è stato spesso accusato di bovarismo. Non solo per le due autografie apocrifre Boyhood e Youth. Quando in The Master of Petersborough azzarda un Dostoevsky protagonista, è un Dostoevsky che ha perso un figlio esattamente come lui. Quando Elizabeth Costello si fa portavoce scomoda e saccente delle Lives of animals, novella Miss Marple che fa capolino ovunque ci sia puzza d’intellettuale, la sua voce si sovrappone a quella di John Maxwell. Fino al senor C - sigla: JMC - di Diary of a Bad Year, scrittore laureato ultrasessantenne che dal natìo Sud Africa si è trasferito in Australia, cambiando cittadinanza. Eppure I, ci ricorda Coetzee, non sono I. "I" è il mio personaggio.

Con Diary of a Bad Year, l’autore di Disgrace raffina una delle sue ossessioni letterarie: la fusione tra saggistica e narrativa. Una (con)fusione finora incarnata dalla scrittrice Costello, che tra il romanzo-patchwork che porta il suo nome e il farraginoso Slow Man era diventata una presenza ingombrante e stucchevole. Non che manchi, in Diary. La si riconosce, non citata, tra le righe del capitolo Idea for a story, che speriamo rimanga tale. La grande idea di Diary è un’altra. E’ l’idea di prendere (quasi) ogni pagina del testo e di dividerla in tre parti, separate da una linea continua. Dall’alto in basso: un brano di saggistica o di diaristica scritto dall’autore ("I"); poche righe della vita privata di "I", ricalcate dai suoi pensieri; poche righe della vita privata di Anya, la sua dattilografa. Anche in questo caso pensieri. Anche in questo caso, in prima persona. I tre flussi narrativi (anche ciò che è saggistico diventa narrativo) sono temporalmente sfalsati. E la lettura procede saltando, di pagina in pagina, da una linea del tempo all’altra. A volte i brandelli di linea non si conludono con un punto, e il lettore può decidere se proseguire lunga quella linea - meglio se non bisogna voltar pagina - o se obbedire ai dettami della classica lettura facciata per facciata.

L’innesco della trama è dato da un finzionale editore tedesco, Mittwoch Verlag, che commissiona a JMC (a lui come ad altri scrittori laureati) una serie di opinioni. L’editore è in dubbio se intitolare il testo Meinungen o Ansichten. Le Meinungen possono fluttuare, le Ansichten sono più ferme. JMC vorrebbe chiamare il testo Harte (Feste, lo corregge l’editore) Ansichten. Strong Opinions.

Non aggiungo altro. Se non che nobel o non nobel, J.M. Coetzee è un autore prodigo e nutriente. E che Diary of a Bad Year è un libro da mangiare senza fretta, con abbondante piluccamento di dita. Per apprezzarne la puntualità, il coraggio e perché no, anche la pedanteria. Altro che Bovary. Homais, c’est lui.

la storia di auggie wren

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 26, 2007 da Simone Buttazzi

neanche per sogno!

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 23, 2007 da Simone Buttazzi

C’è una formula bellissima in tedesco: von wegen. Von è una preposizione utile per esprimere il complimento di specificazione, per indicare autorialità (ein Film von…), provenienza spaziale (non temporale, ma anche metaforica) e in generale per fare le scarpe al genitivo, visto che è abusata e regge il dativo. Wegen, da sola, regge il genitivo e significa "per via di", "a causa di". Il bestseller Der Dativ ist dem Genitiv sein Tod, nato da una rubrica giornalistica, esordisce con un esempio ancorato al malo uso di wegen. E’ ormai normale dire "wegen dir", a causa tua, ma è sbagliato, perché sembrerebbe che wegen regga il dativo. La formula corretta - e oscura - è deinetwegen… Ma il bello è che, insieme, von e wegen significano neanche per sogno.

L’editore Dan neue Berlin ha acquistato uno spazio pubblicitario sul Friedrichshainer Chronik di dicembre per promuovere un libricino uscito nel settembre di quest’anno: Von wegen Beitritt! Offene Worte zur Deutschen Einheit - Adesione? Manco per sogno! Libere opionioni sull’unità tedesca. Il libretto è un serraglio di testimonianze raccolte in vari strati della Gesellschaft,  da cui emerge un’opinione dominante - che è anche la tesi del curatore - ovvero che nel 1990 non si sia verificata un’adesione della DDR alla BRD, no. A detta di tutti, la Bundesrepublik si pappò la Demokratische Republik esattamente come accadde nel ‘38 ai danni dell’Austria. Cioè a dire Anschluss, annessione territoriale. Va detto che nel ‘38 l’Austria fu piuttosto entusiasta di lasciarsi ingoiare dal Reich. E va detto che Anschluss si scrive con due s e non con la ß, come scrivono quelli della Neues Berlin dimostrando di non aver fatto caso alla riforma ortografica del 1998.

Il tono del libretto, della pubblicità dello stesso e più in generale del benemerito giornale di quartiere Friedrichshainer Chronik è perfettamente in linea con la famigerata Ostalgie, il movimento socioemotivo che sostiene quanto segue: si stava meglio prima, a Germania divisa. Opinione tutt’altro che isolata e peregrina. Soprattutto perché, nell’ipotesi di mettere la parola fine alla divisione tedesca, molti auspicavano un autentico anno zero, una sintesi hegeliana delle due parti. Dei due Provisoria descritti da Ernst Richert. La storia ci dice che una delle due è scomparsa inglobata dall’altra, la quale non ha modificato la propria denominazione e la propria costituzione e ha esportato pure il cancelliere - Kohl - tranquillamente in carica fino al 1998 (era stato eletto a ovest nel 1982). Nel suo terzo volume di memorie, relativo agli anni 1990-1994. l’Altkanzler si esprime così in merito all’ipotesi di modificare lo statuto della BRD in sede di Beitritt, cioè a dire dell’annunciata "adesione": von wegen!

occhi recisi

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 20, 2007 da Simone Buttazzi

In un racconto di Clive Barker di quasi vent’anni fa, incluso in uno dei suoi sei "Books of blood" - so che è molto generico, ma proprio non ricordo quale - un personaggio viene descritto in base ai suoi gusti filmici. In dettaglio, Barker lo tratteggia come "uno a cui i piacciono i film di Polanski degli anni ‘60". L’intento è quello di bollare detto personaggio di radicalchicchismo e velleitarismo culturale. A ben vedere, il decennio ‘60 è stato fondamentale per il regista polacco naturalizzato francese: dopo una batteria di splendidi cortometraggi, nel ‘62 dirige il suo primo film, in Polonia (Il coltello nell’acqua), poi va in Francia a girare un segmento de Le più gandi truffe del mondo (1963), realizza Repulsion tra interni ed esterni londinesi (1965) e resta in Inghilterra per il beckettiano gioco al massacro di Cul de sac (1966) e Dance of the vampires (1967), recentemente trasformato in un musical. Il 1968 è l’anno del suo primo progetto americano, Rosemary’s Baby, cui seguirà il massacro di Bel-Air.

Repulsion e Cul de sac sono sicuramente due "art films", ma non sono affatto arty. L’acume e la cattiveria di Polanski e del suo co-sceneggiatore Gérard Brach fanno sì che queste pellicole gli occhi non li strizzino, bensì li recidano. Li taglino come la celebre prima scena di Un chien andalou (1928). Repulsion, in particolare, è davvero programmatico da questo punto di vista. Polanski utilizza una Catherine Deneuve pre-Bella di giorno: una bambola bionda, gelida, frigida, con un sincero scollamento dalla realtà e dall’umanità. La repulsione del titolo è quella che lei prova nei confronti dell’Uomo, e in particolare degli uomini. Non c’è alcun motivo, alcun trauma nel suo passato, un qualcosa che possa, per così dire, argomentare questo rigetto. La repulsione della protagonista è un a priori. E la foto di lei bimba - l’ultima immagine del film - serve a gettare un ponte immaginifico con Il villaggio dei dannati più che a "spiegare" qualcosa. L’ultima immagine di Repulsion è un perfetto finale à la Shining (15 anni prima di Shining…) e un inquietante escamotage per dare alla pellicola la famigerata composizione ad anello. Come nel caso del Lynch più sfrenato, la soluzione non c’è: il film, tuttavia, "regge" in virtù di una propria coerenza interna, di una sclerosi omogenea, di un cortocircuito comprensibile solo tramite i dogmi dettati dalla stessa narrazione / audiovisione.

La narrazione di Repulsion esce, letteralmente, dall’occhio della protagonista, e rientra nel suo occhio di tanti anni fa, l’occhio fotografato di una bimba ariana da incubo. I titoli di testa scorrono interamente lungo la cornea della Deneuve, e l’ultima stringa di testo, quella della regia, che fa. Come il rasoio di Bunuel, l’occhio, lo taglia.

hitchcock in bottiglia

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 17, 2007 da Simone Buttazzi

Anche Scorsese ha un’anima mignotta che riemerge ogni tanto, carsica. Come quando girò una lunga marchetta per Armani, nella Milano da bere. E bere gli piace. Non ha le sue vigne col pedigree come Coppola, ma un flute con le bollicine è in grado di zittire per qualche secondo la sua leggendaria logorrea a mitraglietta.

Cliccando sulla bonuskarte quas sopra si finisce a vedere un cortometraggio su commissione che il regista italoamericano ha girato da poco, per conto di una casa produttrice di vini da intorto. O spumanti. La mia competenza in materia è nulla. Sta di fatto che Martin c’ha preso gusto e ha imbastito un gioco di rimandi e metacinema sosfisticato e succulento, a base di Hitchcock. S’è inventato tre pagine e mezzo di uno script "perduto" del maestro del brivido - The Key to Reserva - e dopo un’introduzione per illustrare il metodo si passa in medias res, cioè a dire tre minutini in puro stile Hitchcock, titoli di testa compresi. Scorsese riutilizza lo score che Bernard Herrmann compose per Intrigo internazionale (1959) - e non dimentichiamoci che la colonna sonora di Taxi Driver fu il suo ultimo lavoro… - e crea un succinto pastiche, un distillato della scena clou de L’uomo che sapeva troppo con tanto di Uccelli minacciosi (a digitali) in coda, a mo’ di scorpioni cinefili. Dopo una visione così gioiosa, poco conta se lo scopo era solo di reclamizzare uno sciampagno. Il bicchiere di frizzantino è ormai diventato il bicchiere di latte dell’Ombra del dubbio, un pezzo di torta di quelli che cucinava Hitch con sa(r)d(on)ico genio.

nel segno del male

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 13, 2007 da Simone Buttazzi

Re-visione coatta: Touch of evil, 1958. Titolo italiano, L’infernale Quinlan. Titolo tedesco, Im Zeichen des Bösen (Nel segno del male). Uno dei tanti film girati a spizzichi e mozzichi da Orson Welles (causa penuria di pecunia) e destinati a subire uno scriteriato maciullamento da parte di produttori e distributori. Per fortuna che il tempo è cinefilo e ogni tanto raddrizza i torti. Da una decina d’anni circola una versione director’s cut di Touch of evil, lunga il giusto e punteggiata da tutti i primissimi piani deformati, tutte le inimmaginabili profondità di campo e tutte le spigolose finezze di montaggio che fanno di (quasi) ogni film di Welles un flipper della visione, una manna di shock therapy per cornea e corteccia. Aperto da uno dei piani sequenza più - letteralmente - esplosivi della storia del cinema, il film ha in Marlene Grimaldello una sorta di mus(ic)a ispiratrice, ogni volta introdotta dalle note messicaneggianti dell’organetto girellato da Henry Mancini. Welles è già ridotto a una balena d’uomo, e il trucco lo illaidisce ancora di più. Morirà nella melma, lui, dirty harry ante litteram, con i fatti che gli danno ragione e l’etichetta che gli dà torto marcio. La Grimaldello, crucchissima e magnetica anche in panni zingari, lo vede crepare e dice a voce bassa:

Well, Hank was a great detective, all right. And a lousy cop.

Is that all you have to say for him?

He was some kind of a man. But what does it matter what you say about people?

Good-bye, Tana.

Adios.

le dieci regole d’oro della posta elettronica

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 10, 2007 da Simone Buttazzi


In un articolo pubblicato dalla Welt am Sonntag, lo scrittore Wladimir Kaminer azzarda un paragone semicomico tra tedeschi e russi. L’occasione è una mostra appena inaugurata a Berlino, che mette a confronto due immagini nel corso del tempo: i russi secondo i tedeschi, i tedeschi secondo i russi. Trattasi, del resto, di due popoli che hanno bisticciato a fasi alterne per 150 anni, e dopo la parentesi di 40 anni della DDR e il caos eltsiniano i rapporti con la Russia di Putin restano cruciali nella politica tedesca ed europea. Si pensi solo alla questione delle risorse energetiche. In un certo senso, mentre la Germania ha sempre avuto rapporti difficili con la Polonia - per via di un complesso di superiorità e di un crescente desiderio di rivalsa maturato dai polacchi - la sua relazione con la Russia è inversa e speculare. Una sorta di complesso d’inferiorità con rivalsa in attachment.

Cosa dice Kaminer (il Nori tedesco) nel suo articoletto. Dice in sostanza che i russi sono beoni, orgogliosi e chiassosi. Grazie. E dice che potete togliere tutto a un tedesco, ma non il suo ordine. La parola Unordnung, nella cultura tedesca, collima con una bestemmia. Io, nel mio piccolo, non posso che dichiararmi d’accordo. Kantianamente d’accordo: l’ordine è un imperativo categorico. Una roba che spazza via qualsiasi de gustibus. E’ il punto di partenza, la condicio sine qua non, e via di latinorum.

Questo per dire che sulla Zeit di un paio di settimane fa trovo questo decalogo per gestire la posta elettronica, pensato per chi, di mail, ne riceve (e ne manda) troppe. Per carità, niente di nuovo sotto il sole (latinorum: nihil sub sole novi). Di vademecum del genere se ne son già visti a bizzeffe. Tuttavia è stata la sua colllocazione a colpirmi: nella sezione Chancen, dedicata per l’appunto a occasioni lavorative e analisi del mercato, diciamo, delle risorse umane. La sovrabbondanza di mail veniva percepita come una seria minaccia all’Ordnung, per cui la redazione della Zeit si è sentita in dovere di emanare queste dieci regole che dovrebbero ricacciare indietro il nemico.

Qualche esempio: disattivare il rumorino che segnala l’arrivo di nuova posta; rispondere alle mail tra le due e le quattro volte al giorno, in orari predefiniti; riordinarle a seconda della tipologia (complesse, questioni in sospeso, solo da leggere); se la non si legge per molti giorni, organizzare la posta per autore, non per data; trattare un solo argomento per messaggio; inviare mail solo a chi le considera un medium importante; rispettare la netiquette e le più generali regole della cortesia, senza mail lasciarsi andare a messaggi abbozzati o svogliati.

Che dire. Ognuno ha il suo metodo. Io, ad esempio, dovrei aggiungere più regole nel mio programma di posta e smontare quella cartella mostruosa e indifferenziata che è la Posta Inviata. L’autogestione è sempre la migliore, ma il pensiero che la Zeit abbia voluto promulgare il suo decalogo - in linea di principio, efficacissimo - mi somministra una dose aggiuntiva di pace interiore.

this is hardcore

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 7, 2007 da Simone Buttazzi

L’altra sera sono andato al cinema con Kilian, in quartiere. O meglio. Siamo entrati in una casa, abbiamo attraversato un corridoio, preso i biglietti in cucina. Lo schermo era sistemato in un salotto con soppalco, arredato con comodi divanzi atti allo spaparanzamento. Trattasi del b-ware! cinema di Friedrichshain. Il film è uno di quelli che insegui per mesi e che finisci per scaricare via mulo. La prima volta che l’ho visto in cartellone è stata quest’estate in occasione del Fantasy Film Festival crucco itinerante, ma l’unica data berlinese era scomoda. Poi è uscito al cinema come uno spettro a metà novembre, e ora eccolo lì, in salotto.

Ex Drummer è un film belga di quest’anno, diretto da Koen Mortier. La fonte letteraria è un romanzo di Herman Brusselmans dato alle stampe per la prima volta nel 1994. Brusselmans è una via di mezzo tra Bukowski, Baudelaire e Irvine Welsh. Grafomane (i detrattori dicono: ripetitivo), ossessivo, sintonizzato costantemente su droga, sesso, rock e cazzeggio, Brusselmans ha dato un ottimo la a Mortier. Il risultato, come ribadiscono gli strilli, è una perfetta fusione de Il cameraman e l’assassino (film belga a sei mani del 1992, in b/n) e il ritrito Trainspotting. Con la differenza non da poco che Mortier ha idee da vendere e una cattiveria autentica. Sul manifesto tedesco del film campeggia la frase cockeriana: This is hardcore.

La storia è quella di uno scrittore di successo che viene contattato da tre balordi che stanno cercando un batterista per completare il loro gruppo rock. L’unico requisito necessario per farne parte è avere un handicap. Lo scrittore accetta e mente: non so suonare la batteria, dice, direi che è un handicap piuttosto evidente. Gli altri componenti del gruppo sono un cantante serial killer, un chitarrista sordo e un bassista gay con un braccio paralizzato. A far da contorno troviamo una madre calva, grassa e imparruccata che se la fa col serial killer (il quale, dal canto suo, squarta solo donne giovani e belle), una bimba immersa nella sporcizia che crepa mentre i genitori sono strafatti (e qua l’ombra di Trainspotting incombe), un padre pazzo legato al letto, un cantante rivale chiamata Grasso Cazzo il cui pene è lungo 50 cm a riposo. Il gruppo rock si chiama The Feminists e punta a vincere un agone locale che vede, tra i concorrenti, una band chiamata Six million Jews.

Ora. Tenere a bada una siffatta mole di goliardate e di eccessi non è facile. Basta un soffio e cadi nel già visto, nella provocazione da due copechi, nel cattivo gusto che fa ridere per un minuto, poi stucca. Mortier fa un piccolo miracolo e imbastisce una narrazione caustica e freddissima, che agghiaccia e regala grasse risate a più riprese. A colpire, alla fine della corsa, non è tanto quanto descritto qua sopra, bensì la figura dello scrittore. Ricco, pulito, sessuomane, quasi un Patrick Bateman senza pulsioni omicide, l’Ex Drummer del titolo è una figura razionale e disumana, che accetta di scendere nella bolgia al solo fine di raccogliere materiale per un nuovo romanzo. Impagabili i suoi monologhi su Re Baldovino, anche se bisognerebbe essere fiamminghi per capirli fino in fondo.

Due ulteriori motivi per somministrarsi Ex Drummer sono: 1) la regia di Mortier, che regala idee di messa in scena acuminate come un punteruolo (l’assassino sempre inquadrato "capovolto" quando è in casa, la sequenza iniziale a ritroso in stile Rules of attraction, qualche flash surreale propinato con mezzi artigianali e una sfacciataggine che basisce) e 2) la colonna sonora, che oltre a un quintale di rock urticante ti piazza anche Mongoloid dei Devo e due brani spaccacuore dei Mogwai. A film finito, ci sente davvero h(a)unted by a freak.

un posto per la letteratura

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 4, 2007 da Simone Buttazzi

A pagina 143 di The Sportswriter (1986), Richard Ford dice una cosa molto bella. Ma prima di citare le sue parole ci tengo a dire che The Sportswriter è il terzo romanzo di Ford, nonché il primo della cosiddetta trilogia di Frank Bascombe, proseguita nel 1995 con Independence Day e conclusa pochi mesi fa con The Lay of the Land. The Sportswriter parla di un uomo che in gioventù ha scritto un romanzo che l’ha lanciato nell’empireo della letteratura. Il romanzo si chiamava Blue Autumn. A Frank quel libro non piace più, né è mai riuscito a finire la sua seconda opera, che avrebbe dovuto intitolarsi Tangier. Frank si è sposato, suo figlio è morto che era ancora un bambino, ha divorziato, si è riciclato come giornalista sportivo. E scrivere di sport gli piace tantissimo. Tant’è che a pagina 143 registra la sua reazione nel riavere tra le mani un giornale locale che leggeva quando era uno studente. Un giornale senza grilli per la testa, che va dritto al punto. Ford, per bocca di Bascombe, dice che "There is a place for literature, but a bigger one for sentences that are meant to be read, not mused over". C’è un posto per la letteratura, ma ce n’è uno più grande per frasi che vanno lette, non rimuginate. Richard Ford va letto anche per questo.