zuppa di quartiere
Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Novembre 30, 2007 da Simone Buttazzi
Il problema è che, sebbene il terreno sia già suo e abbia già deposto la prima pietra con tanto di rituale notturno a base di incenso e candele, non ha ancora ricevuto il permesso di costruire. Lynch conta di iniziare nel febbraio 2008, ma non ha fatto i conti con le autorità locali, che paiono non gradire il nome scelto per l’istituto: Università della Germania Invincibile. Per tacere dell’opinione pubblica, che mugugna e storce nasi all’unisono. E così, sotto il fuoco incrociato di articoli impagabili ("Regista di Hollywood vuole comprare Teufelsberg" è quello più mansueto) che mischiano lodi a Mulholland Drive con accigliate disquisizioni sull’affidibilità delle sette - Berlino vanta già una faraonica sede di Scientology - Lynch s’è fatto un giretto nel Vecchio Continente e magari ha anche visitato qualche amico in Polonia, dove un paio di anni fa ha girato un bel tocchettone di INLAND EMPIRE. Per quanto demente sia questo progetto, non possiamo che dedicare un pensierino all’impatto filmico dell’edificio che (forse) verrà. E un altro pensierino al suo vecchio progetto della Metamorfosi: altro che candide università, noi vogliamo interni grigi con bacarozzo.
E’ buffo vedere, inoltre, come la stampa locale cerchi di leggere aprioristicamente la nuova goliardata di Butti come un esempio - per quanto grottesco - di Vergangenheitsbewältigung, cioè a dire (ormai) ritrita rielaborazione critica del Novecento tedesco, da Vaterland a Heimat (Edgar Reitz docet). Film come il recente Mein Führer, del sopravvalutato regista Daniel Levy, non fanno ridere, non fanno pensare e non servono a una cippola. Idem per i dubbi che quotidianamente attanagliano storici e opinionisti sui giornali, ogni due per tre. Abbiamo storicizzato bene il dodicennio, si chiedono. Mah. Tanto vale tornare a Syberberg, a Sokurov o molto più semplicemente all’opera storiografica di Joachim Fest. Nel frattempo, nel qui e ora, da Butti ci aspettiamo solo grasso, grossolano divertimento.
Roman Signer è attualmente celebrato presso l’Hamburger Bahnhof, il museo berlinese più grande e mutante dato all’arte contemporanea. Nell’ala nuova del museo, talmente lunga (e doppia, con tanto di scantinato) da perdersi, c’è anche una parte permanente, con chicche dalla collezione Flick. Come una sala in cui sono ammassati uno addosso all’altro una dozzina di videogiochi di venti, trent’anni fa, e ci si può giocare gratis. Il sogno di tutti noi che andavamo in sala giochi. Ora, solo in quella sala, si hanno crediti infiniti per giocare a Donkey Kong, Pepper, Pacman, e per sparare sulle astronavi. Una sala giochi piena di giochi nella forma ufficiale di un’installazione di Jason Rhoades. E nell’ultima Halle, gigantesca, buia e fredda come un hangar, ci sono dei televisorini che trasmettono i primi video di Paul McCarthy. Come il leggendario Rocky del 1976. Altro che Stallone!