Archivia per Novembre, 2007

zuppa di quartiere

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Novembre 30, 2007 da Simone Buttazzi

Il dizionario Zanichelli mi dice che Eintopf è un sostantivo maschile che significa "piatto unico di verdure, patate e carne". Il Garzanti piccino non mi aveva detto niente, lasciandomi il compito di aggrapparmi alla parola e di arrivarci d’intuito. Col rischio di cannare di brutto. Ma in questo caso, come suolsi dire, ci si arriva. Topf è pentola / pignatta / marmitta, ein è in, quindi trattasi di un qualcosa che finisce in pentola e che viene spignattato a dovere. Un bel pappone per marmittoni, m’ero immaginato. Questo per dire che non c’è niente di meglio di una zuppa. Specie di sera, tra le 19 e le 20, abbarbicato su un tavolaccio di legno a guardare fuori che piove, o sventaglia, o nevica obliquo. Specie se nella zuppa galleggia un bel salsicciotto di seitan. Specie se sul tavolaccio c’è lo Spiegel, o un giornale di oggi, o una copia del Friedrichshainer Kronik, con i suoi articoletti che parlano del dietro l’angolo o di come il Bezirk sia cambiato - non troppo - da diciott’anni a questa parte. Lo zupparo dietro al bancone spignatta tutto il giorno e quando hai fame, di sera, ti scodella quel che vuoi. Ogni Suppe, o Eintopf, è disponibile in due maxicategorie - con animali morti, o senza - e in varie quantità, dal piatto mezza porzione alla scodella, fino al pentolotto da un litro. Alle pareti, quadri di pittori che abitano nell’isolato o poco più in là. E la radio trasmette Motor FM. Più di così non me la sento di chiedere. Forse un caffè, visto che lo fanno con una macchina che ci mette due minuti a riscaldarsi e poi secerne veleno. La perfezione, meno un caffè.

soft rock is not a guilty pleasure

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 27, 2007 da Simone Buttazzi

Quando i Mercury Rev pubblicarono All is Dream nel 2001, avevano tra le loro fila un co.co.pro. di nome James Russo. Uno che di musica ipnagogica se ne intende. Tre anni dopo, Russo mette su la sua band - The Silent League - e incide l’album rivelazione dell’anno, The Orchestra Sadly Has Refused. Rock morbido e sognante, da mettere sul piatto del grammofono quando si è in camera soli soletti. Un po’ come i brani più smussati del doppio cd di Nick Cave and The Bad Seeds (Abattoir Blues / The Lyre of Orpheus), uscito più o meno nello stesso periodo: coniglietti saltellanti, solarità e ampio respiro melodico. Come dire diurama invece che nocturama. Ora abbiamo tra le mani e le orecchie questo Of Stars and other Somebodies, fatica numero due di Russo & Friends. Il disco si apre con un’immagine degna del romanzo americano-verista McTeague, di Frank Norris, ispiratore del Greed di Erich von Stroheim. Un canarino in una miniera. Sebbene meno sorprendente e compatto di The Orchestra, Of Stars è un ascolto prelibato e nutriente, che non stufa alla prova del loop. Brani come Kings & Queens e Let It Roll, poi, sono piccoli gioielli. Un must per chi non si sente in colpa a nel prediligere il lato soffice della roccia che rotola.

sydne

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 24, 2007 da Simone Buttazzi

La Sydne senza ipsilon alla fine, che soggetto. L’avevamo lasciata nella palude delle produzioni televisive Lux Vide, in odor di sagrestia, ed eccola rifar capolino sul grande schermo, sagoma bionda dal buio come Laura Dern in Blue Velvet. E a vederla oggi, nel Nascondiglio di Pupi Avati, pare quasi Baby Jane. Sydne fu lo stampino da cui nacquero fenomeni come Heather Parisi: l’oca giuliva che parla un italiano stentato e attira a sé danni e maschioni. A lanciarla è stato Roman Polanski nel suo suo film più perfido & leggero, Che? (1972), in cui la Nostra arriva in una villa inseguita da un branco di wannabe stupratori e finisce concupita da tutti, a partire da quel vecchio maiale del padrone di casa fino a un Marcello Mastroianni autocaricatura del Marceeeello della Fontana di Trevi. Nel ‘79 la Rome fu co-protagonista di Schöner Gigolo, Armer Gigolo, imbarazzante pellicola girata a Berlino da David Hemmings, con Bowie (fuori forma) nel ruolo principale, omaggiato dall’ultima performance di una Marlene Dietrich col piede nella fossa. Sydne canta, balla, flirta tra le svastiche e fa venire la pelle d’oca. Brividi kitsch. Dopo il Quo Vadiz (1984) televisivo di Nichetti si erano perse le sue tracce e ora ritorna, con tanto di boccoli, in uno dei film più appetitosi della stagione.

la la la

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 21, 2007 da Simone Buttazzi

Avere un debole, anzi, un soffice. Per il pop. Prediligere da un film o da un libro scosse e scapaccioni, ma che la musica culli. Almeno un po’. E come la mettiamo coi la la la. O gli sha la la. O i na na na. O gli ye ye yeah. Sono grandi momenti. Quando una canzone lalla, vuol dire che è arrivata al suo obiettivo. Ha inferto il suo colpo, scodellato il suo uncino - the hook, il ritornello - e quel che le resta da fare è offrire una strofa vuota di parole in cui solo si lalla, o un bridge strumentale che conduca verso una nuova piega melodica. Quando vige il la la la ci si lascia andare all’ottovolante delle note senza più lo stupore del primo giro, bensì con la voglia dell’eroimane di riacchiappare il drago. Impossibile. Ma lallando è sempre un bel cacciare, un bel lasciarsi alla coazione a ripetere. Come capita agli Okkervil River nell’ultima parte dell’ultimo brano di Down the River of Golden Dreams, Sees too far to reach.
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l’università della germania invincibile

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 18, 2007 da Simone Buttazzi

David Lynch ha comprato un pezzo di terra appena fuori Berlino. L’appezzamento si chiama Teufelsberg - letteralmente: Montagna del Demonio - ed è una zona boschiva non lontana da Spandau, a ovest del centro cittadino. Lynch ci vuole costruire un’università. Mica da solo: in combutta con i suoi amici Raja, allo scopo di insegnarvi la meditazione trascendentale. La fissa di Lynch per questa disciplina è nota. La segue da più di trent’anni e a detta sua gli fa bene. Non è certo il primo a farsi abbindolare dai maghi otelma delle meningi spremute: prima di lui c’erano cascati anche George Harrison e transitivamente tutti i Beatles, anche se solo per il tempo necessario a introiettare il sitar nei loro pezzi e a farsi immortalare in pose strafiche. George però ci credeva davvero, e lo stesso vale per il James Stewart venuto da Marte, il quale sostiene candidamente che venti minuti di meditazione al giorno levano le guerre di torno. E così ha in animo di erigere un ibrido tra Versailles e la torre di Pisa in quel di Berlino.

Il problema è che, sebbene il terreno sia già suo e abbia già deposto la prima pietra con tanto di rituale notturno a base di incenso e candele, non ha ancora ricevuto il permesso di costruire. Lynch conta di iniziare nel febbraio 2008, ma non ha fatto i conti con le autorità locali, che paiono non gradire il nome scelto per l’istituto: Università della Germania Invincibile. Per tacere dell’opinione pubblica, che mugugna e storce nasi all’unisono. E così, sotto il fuoco incrociato di articoli impagabili ("Regista di Hollywood vuole comprare Teufelsberg" è quello più mansueto) che mischiano lodi a Mulholland Drive con accigliate disquisizioni sull’affidibilità delle sette - Berlino vanta già una faraonica sede di Scientology - Lynch s’è fatto un giretto nel Vecchio Continente e magari ha anche visitato qualche amico in Polonia, dove un paio di anni fa ha girato un bel tocchettone di INLAND EMPIRE. Per quanto demente sia questo progetto, non possiamo che dedicare un pensierino all’impatto filmico dell’edificio che (forse) verrà. E un altro pensierino al suo vecchio progetto della Metamorfosi: altro che candide università, noi vogliamo interni grigi con bacarozzo.

tutto qua?

Pubblicato su oreilles trouvées sur les prés il Novembre 15, 2007 da Simone Buttazzi

Kitschalarm rosso fuoco - e fuori tempo massimo - per l’ultimo album di Amanda Lear, che ha visto la luce al neon dei negozi solo in Francia. Si chiama With Love (2006) e contrariamente alla media dei compact disc in circolazione vale la pena dell’acquisto solo per il libretto. Libretto in cui campeggia un sorridente manichino che ha le fattezze di Amanda Lear. Anzi no: è proprio Amanda Lear. In botulino e ossa acciaccate. Incappai nell’album per caso, cercando in rete coperture e riletture di un brano di Jerry Leiber e Mike Stoller, anno 1969, che mi si conficcò nel cranio dopo molteplici visioni di After Hours (1985). Scorsese lo usa nel pre-finale, quando Griffin Dunne incontra Verna Bloom nel locale deserto. Il brano, esistenzialista con brio, è Is That All There Is?, reso celebre dall’interpretazione di Peggy Lee. Trattasi di una ballata recitata il cui motto è: la vita è tutta qui? Se la vita è tutta qui, amici, allora balliamo e prendiamoci la ciucca, che tanto di meglio da fare non c’è. E se la versione di Peggy Lee resta insuperata, merita almeno una segnalazione quella trattenuta e trista di Pj Harvey incisa per la colonna sonora di Basquiat (1999)… e naturalmente quella di Amanda, che martoria le note di Leiber e Stoller con impassibile, atonale androginia.

bloggo ergo sum?

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 13, 2007 da Simone Buttazzi

Mi auguro proprio di no, ma il dibattito è aperto da più di un anno, per l’esattezza da un ormai famoso numero dello Spiegel che additava gli aspetti più narcisistici e masturbatori del web 2.0. Nel frattempo, è passata la legge del Ministro degli Interni Schäuble che ci vuole tutti sospet(tat)i. Ne avevamo già parlato. A questo punto, come dire, tanto vale mettere le mani avanti.

capitan berlino contro hitler!

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 10, 2007 da Simone Buttazzi

Di Butti, come lo chiamano qua, abbiamo già parlato l’anno scorso in occasione dell’uscita del suo libro sui mostri giapponesi. Ora Jörg Buttgereit torna letteralmente alla ribalta con uno spettacolo teatrale tratto da un suo Hörspiel passato in radio nel febbraio del 2006. Il radiodramma si chiamava Captain Berlin vs. Dracula. Ora, adattato per il raffinato palcoscenico dello Hau 1, lo Stück prende il rocambolesco nome di Captain Berlin vs. Hitler. Sembra un fumetto, sembra un film di serie B, sembra un incrocio perverso tra Chaplin e Stan Lee. No. E’ teatro. Notare, in ogni caso, le due crocette al posto della svastica che fasciano il braccio sinistro del supervillain, calco fedele dal Grande dittatore. Buttgereit ha rilasciato un’intervista a Motor FM in cui descrive a grandi linee la sua nuova opera. Un caos camp e dionisiaco in cui, pare, Dracula non è del tutto scomparso. Stavolta è al fianco di Capitan Berlino per un semplice motivo: viene dai Carpazi, quindi è rumeno, e vista l’età è stato anche amico di Ceausescu. Conclusione: Dracula sotto sotto è un Sozialist, quindi è nemico di Hitler. Sull’uso dell’etichetta Sozialismus e dell’aggettivo sozial nella Germania di oggi, di ieri e dell’altro ieri (nazi era solo un’abbreviazione, ricordate?) non basterebbe azzardare una Treccani. Azzardare, perché è materia davvero anguillosa e complessa.

E’ buffo vedere, inoltre, come la stampa locale cerchi di leggere aprioristicamente la nuova goliardata di Butti come un esempio - per quanto grottesco - di Vergangenheitsbewältigung, cioè a dire (ormai) ritrita rielaborazione critica del Novecento tedesco, da Vaterland a Heimat (Edgar Reitz docet). Film come il recente Mein Führer, del sopravvalutato regista Daniel Levy, non fanno ridere, non fanno pensare e non servono a una cippola. Idem per i dubbi che quotidianamente attanagliano storici e opinionisti sui giornali, ogni due per tre. Abbiamo storicizzato bene il dodicennio, si chiedono. Mah. Tanto vale tornare a Syberberg, a Sokurov o molto più semplicemente all’opera storiografica di Joachim Fest. Nel frattempo, nel qui e ora, da Butti ci aspettiamo solo grasso, grossolano divertimento.

maggiore età

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 9, 2007 da Simone Buttazzi

razzi e cazzotti

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 6, 2007 da Simone Buttazzi

Roman Signer è un artista svizzero tedesco in attività da una trentina d’anni. Sembra un impiegato di banca, occhialoni e passo lemme. A Roman piacciono le esplosioni, i rinculi, gli elicotterini telecomandati, i vulcani, i kajak, i secchi d’acqua, le biciclette e gli sbuffi d’aria compressa. Roman produce essenzialmente due tipi di materiale esponibile. I video delle sue performance; sequenze fotografiche delle stesse. Ciò significa che quando Roman decide di mettersi un cappuccio in testa, di attaccare il cappuccio a un razzo e di accendere la miccia di detto razzo (che decollando, lo scappuccia), abbiamo il privilegio di vedere o il video completo, o una ficcante sequenza di tre, massimo quattro immagini esplicative. Nel bel video Heufieber, Roman sta seduto e legge con una maschera antigas sul volto. Da un buco nel pavimento cominciano ad arrivare fiotti di fieno, finché la stanza non ne è piena. In Old Shatterhand, Roman si attacca a una fascia vibratile - che Wanna Marchi avrebbe apostrofato Scioglipancia - poi prende una pistola e cerca di centrare, invano, un barattolo. In un contesto crucco il video fa ridere perché Old Shatterhand è il nome del protagonista cowboy dei vecchi romanzi di Karl May. E se traduciamo letteralmente Old Shatterhand otteniamo più o meno "vecchio dalla mano tremolante".

Roman Signer è attualmente celebrato presso l’Hamburger Bahnhof, il museo berlinese più grande e mutante dato all’arte contemporanea. Nell’ala nuova del museo, talmente lunga (e doppia, con tanto di scantinato) da perdersi, c’è anche una parte permanente, con chicche dalla collezione Flick. Come una sala in cui sono ammassati uno addosso all’altro una dozzina di videogiochi di venti, trent’anni fa, e ci si può giocare gratis. Il sogno di tutti noi che andavamo in sala giochi. Ora, solo in quella sala, si hanno crediti infiniti per giocare a Donkey Kong, Pepper, Pacman, e per sparare sulle astronavi. Una sala giochi piena di giochi nella forma ufficiale di un’installazione di Jason Rhoades. E nell’ultima Halle, gigantesca, buia e fredda come un hangar, ci sono dei televisorini che trasmettono i primi video di Paul McCarthy. Come il leggendario Rocky del 1976. Altro che Stallone!


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