Ulrich Seidl. Cineasta in attività dal 1990. Colpaccio noto ai più: Hundstage (Canicola), che nel 2001 arrivò come un ciclone nella sezione collaterale del festival di Venezia, in lizza per il Leone dell’anno. Che andò a Cantet e al suo Emploi du temps. Colpacci meno noti: i documentari Tierische Liebe (1995), Models (1998), Jesus, du weißt (2004). Rispettivamente: un’analisi dei rapporti tra animali domestici e padroni, un pedinamento à la Model behaviour, una serie di interviste a credenti cattolici, girate in chiesa. Il cinema di Seidl è sempre, profondamente documentario. Anche quando l’etichetta ufficiale è di tipo narrativo. Ulrich ha un metodo. Girare ore e ore di materiale, a braccio. Seguendo un’idea molto generale. Poi tranciare, asciugare, modellare al montaggio. Canicola nacque così: dall’idea di documentare esemplari di varia (in)umanità in un’Austria ferragostana. Già, l’Austria. Seidl è austriaco, e come tutti i grandi austriaci della Gegenwart - la "contemporaneità" - è impietoso con la sua Heimat. Proprio come Bernhard, Jelinek, o Haneke.
Import Export è stato presentato quest’anno a Cannes. Voci di corridoio hanno parlato con insistenza di un Canicola 2, meno caustico, meno incisivo. In parte, è vero. Import Export nasce dall’idea di mostrare alcune storie di mobilità umana tra l’Europa ricca e quella povera. Ulrich si è spostato tra Vienna e l’Ucraina, passando per la Repubblica Slovacca. Nel casting in loco è stato coadiuvato dal regista rumeno Cristian Mungiu, che a Cannes si è portato a casa una Palma sacrosanta. Le storie di Import Export dovevano essere sei. Si sono ridotte a due. La storia di Olga, ex infermiera ucraina con prole che si reca da sola in Austria per alzare qualche euro; la storia di Pauli, austriaco fino al midollo nonché ruzzo di ultima, che si spinge fino in Ucraina per sfuggire ai debiti e sistemare qualche affaruccio da due copechi. Una cosa va detta subito: la storia di Olga è bella, intensa, commovente. Urgente. Quella di Pauli, no.
Il problema di Import Export sta proprio nella volontà di ridurre a due le storie da "raccontare" - anche se i personaggi rispondono tutti al nome di battesimo degli attori - con la conseguenza che uno dei dei due fili narrativi, più fiacco e pretestuoso, finisce per annacquare l’energia del film. La storia di Olga è un grande passo in avanti per Seidl nella direzione di un cinema davvero umanista, che alterna semi-improvvisazione a tableux vivants capaci di bucare la schermo e fonderlo come burro. Un cinema che cerca a tutti i costi la verità e non ha paura di nulla, con buona pace del dardennismo e di altre correnti furbette del cinema attuale. Quando è inquadrata Olga, l’obiettivo di Seidl sa esattamente cosa sta facendo, come, e perché. E noi spettatori si soffre, si ride e si singhiozza. Il segmento "Import" contiene anche le famigerate sequenze girate nel reparto geriatria - leggasi: malati terminali - di un ospedale viennese reso celebre da uno scandalo da malasanità. Sequenze che Seidl gira con grande pudore, senza scadere mai nel vampirismo. E in questa parte del film fa la sua apparizione anche Maria Hofstätter, nei panni di un’infermiera poco raccomandabile. Maria era l’unica attrice professionista di Canicola: l’autostoppista logorroico/autistica ossessionata dalle top ten.
Cosa ci dice Import. Ci dice una cosa che forse sapevamo già, ma che giova ripetere: che "noi" ricchi siamo viscidi, stronzi e invidiosi. E "loro", poveri in canna, disperati e ignoranti, sanno almeno cos’è la dignità, e l’integrità. Mentre noi siamo patetici contenitori vuoti. Fatti i dovuti aggiustamenti, è la stessa teoria descritta da Houellebecq in Piattaforma. Solo che Seidl "ci" odia e "li" compatisce. Olga è una figura straziante, ricettacolo di tutta l’empatia dello spettatore. Così come i pazienti del reparto, alcuni dei quali affiancati, nei titoli di coda, da una una croce. Sono morti prima dell’uscita del film. C’era davvero bisogno di ricordarcelo?
In "Export", invece, le cose non vanno. Tutto pare forzato, declamatorio, "messo in scena". Si salva solo la bellezza selvaggia dei panorami urbani. C’è una scena in particolare che la dice lunga sull’inefficacia di Export. Una scena in albergo, con una prostituta di 19 anni trattata - letteralmente - come una cagna, e costretta a un rapporto orale. Un esempio del cinema macchiettistico, voyeur, in definitiva sciocchino che Seidl dovrebbe imparare e lasciarsi alle spalle. In Import c’è una lunga sequenza ambientata in una delle aziende che campano di cybersex, con le modelle che si toccano davanti a un microfono e a una cam. Eppure, funziona. Colpisce ma non irrita. Ti si conficca dentro ma non ti sembra di essere preso in giro, o di assistere a una forma di sfruttamento, di tratta di chi si concede all’obiettivo. Nel caso della sequenza in albergo non si può davvero dire lo stesso.
Import Export è un film imperfetto e potente. Un terzo della sua durata è zavorra pura, alternata a immagini di rara bellezza. Cos’ha che non va un film di 80 minuti, asciutto come un atleta? Ce ne fossero. La sintesi, la chiarezza, la morale. Sono cose importanti.