Archivia per Ottobre, 2007

spalancare, ancora

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 31, 2007 da Simone Buttazzi

I nuovi edifici che crollano sono di nuovo tra noi. Tre anni sono passati da Perpetuum Mobile, quasi trenta anni dal lordo esordio, Kollaps, registrato in un tunnel di cemento. A quel tempo, Nick Cave saltellava tra i Birthday Party e i Die Haut e si guadagnava sul campo l’appellativo di Nick The Stripper. Magro come una sigretta, chioma da manga e perennemente scalzo, dal canto suo Blixa era già abbonato alla bottiglia. Ora Blixa Bargeld non fa più parte dei Bad Seeds. Cinque anni fa, dopo la registrazione di Nocturama, decise di concentrarsi sui suoi Neubauten per festeggiare a dovere il primo quarto di secolo della band e incidere un album memorabile dalla prima all’ultima traccia, dopo anni di belle copertine, grandi performance concettuali e musica un po’ in declino, un po’ minestra riscaldata. Perpetuum Mobile mantenne le promesse e si accompagnò a un lungo tour - con lo spettacolo audiovisivo Grundstück - e all’avvio del progetto neubauten.org, cresciuto in rete. L’idea del progetto era di scansare anelle e catene dell’industria discografica e colloquiare direttamente con il folto zoccolo duro di appassionati del gruppo. In soldoni, i sostenitori degli EN hanno rotto i porcellini e gli EN hanno regalato loro chicche di vario tipo (B-sides, cofanetti, quant’altro), fino a pubblicare il nuovissimo Alles wieder offen grazie agli euro versati dai fan. I quali hanno ricevuto una versione speciale dell’album , più lunga. Una specie di In Rainbows alla crucca, insomma, meno radicale dal punto di vista distributivo visto che l’album è regolarmente nei negozi.

Blixa ha detto che se Alles wieder offen va male, questo sarà il loro ultimo album. Speriamo di no. Perché perché perché gli Einstürzende Neubauten sono davvero in gran forma, e sembrano aver trovato una terza via tra il rumorismo industriale, raw e stooshy dei primi anni, e la svolta arty, sommessa e recitata dei tardi anni ‘80. Sì, suonano ancora gli oggetti presi dalla strada. Sì, Blixa alterna ancora un salmodiare demoniaco a strilli degni di Giuni Russo. In Alles wieder offen ci sono brani distesi e ipnotici come Die Wellen o Ich warte, altri evocativi come Nagorny Karabach e Susej, altro ancora giocosi e roboanti come il singolo Weil weil weil, Von wegen o Let’s do it a dada. Un disco magnifico col quale Blixa e amici si confermano, a mio modesto parere, il meglio della Germania musicale. Pre-, post-, elettronica nonostante.

umano, troppo umano

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 28, 2007 da Simone Buttazzi

Ulrich Seidl. Cineasta in attività dal 1990. Colpaccio noto ai più: Hundstage (Canicola), che nel 2001 arrivò come un ciclone nella sezione collaterale del festival di Venezia, in lizza per il Leone dell’anno. Che andò a Cantet e al suo Emploi du temps. Colpacci meno noti: i documentari Tierische Liebe (1995), Models (1998), Jesus, du weißt (2004). Rispettivamente: un’analisi dei rapporti tra animali domestici e padroni, un pedinamento à la Model behaviour, una serie di interviste a credenti cattolici, girate in chiesa. Il cinema di Seidl è sempre, profondamente documentario. Anche quando l’etichetta ufficiale è di tipo narrativo. Ulrich ha un metodo. Girare ore e ore di materiale, a braccio. Seguendo un’idea molto generale. Poi tranciare, asciugare, modellare al montaggio. Canicola nacque così: dall’idea di documentare esemplari di varia (in)umanità in un’Austria ferragostana. Già, l’Austria. Seidl è austriaco, e come tutti i grandi austriaci della Gegenwart - la "contemporaneità" - è impietoso con la sua Heimat. Proprio come Bernhard, Jelinek, o Haneke.

Import Export è stato presentato quest’anno a Cannes. Voci di corridoio hanno parlato con insistenza di un Canicola 2, meno caustico, meno incisivo. In parte, è vero. Import Export nasce dall’idea di mostrare alcune storie di mobilità umana tra l’Europa ricca e quella povera. Ulrich si è spostato tra Vienna e l’Ucraina, passando per la Repubblica Slovacca. Nel casting in loco è stato coadiuvato dal regista rumeno Cristian Mungiu, che a Cannes si è portato a casa una Palma sacrosanta. Le storie di Import Export dovevano essere sei. Si sono ridotte a due. La storia di Olga, ex infermiera ucraina con prole che si reca da sola in Austria per alzare qualche euro; la storia di Pauli, austriaco fino al midollo nonché ruzzo di ultima, che si spinge fino in Ucraina per sfuggire ai debiti e sistemare qualche affaruccio da due copechi. Una cosa va detta subito: la storia di Olga è bella, intensa, commovente. Urgente. Quella di Pauli, no.

Il problema di Import Export sta proprio nella volontà di ridurre a due le storie da "raccontare" - anche se i personaggi rispondono tutti al nome di battesimo degli attori - con la conseguenza che uno dei dei due fili narrativi, più fiacco e pretestuoso, finisce per annacquare l’energia del film. La storia di Olga è un grande passo in avanti per Seidl nella direzione di un cinema davvero umanista, che alterna semi-improvvisazione a tableux vivants capaci di bucare la schermo e fonderlo come burro. Un cinema che cerca a tutti i costi la verità e non ha paura di nulla, con buona pace del dardennismo e di altre correnti furbette del cinema attuale. Quando è inquadrata Olga, l’obiettivo di Seidl sa esattamente cosa sta facendo, come, e perché. E noi spettatori si soffre, si ride e si singhiozza. Il segmento "Import" contiene anche le famigerate sequenze girate nel reparto geriatria - leggasi: malati terminali - di un ospedale viennese reso celebre da uno scandalo da malasanità. Sequenze che Seidl gira con grande pudore, senza scadere mai nel vampirismo. E in questa parte del film fa la sua apparizione anche Maria Hofstätter, nei panni di un’infermiera poco raccomandabile. Maria era l’unica attrice professionista di Canicola: l’autostoppista logorroico/autistica ossessionata dalle top ten.

Cosa ci dice Import. Ci dice una cosa che forse sapevamo già, ma che giova ripetere: che "noi" ricchi siamo viscidi, stronzi e invidiosi. E "loro", poveri in canna, disperati e ignoranti, sanno almeno cos’è la dignità, e l’integrità. Mentre noi siamo patetici contenitori vuoti. Fatti i dovuti aggiustamenti, è la stessa teoria descritta da Houellebecq in Piattaforma. Solo che Seidl "ci" odia e "li" compatisce. Olga è una figura straziante, ricettacolo di tutta l’empatia dello spettatore. Così come i pazienti del reparto, alcuni dei quali affiancati, nei titoli di coda, da una una croce. Sono morti prima dell’uscita del film. C’era davvero bisogno di ricordarcelo?

In "Export", invece, le cose non vanno. Tutto pare forzato, declamatorio, "messo in scena". Si salva solo la bellezza selvaggia dei panorami urbani. C’è una scena in particolare che la dice lunga sull’inefficacia di Export. Una scena in albergo, con una prostituta di 19 anni trattata - letteralmente - come una cagna, e costretta a un rapporto orale. Un esempio del cinema macchiettistico, voyeur, in definitiva sciocchino che Seidl dovrebbe imparare e lasciarsi alle spalle. In Import c’è una lunga sequenza ambientata in una delle aziende che campano di cybersex, con le modelle che si toccano davanti a un microfono e a una cam. Eppure, funziona. Colpisce ma non irrita. Ti si conficca dentro ma non ti sembra di essere preso in giro, o di assistere a una forma di sfruttamento, di tratta di chi si concede all’obiettivo. Nel caso della sequenza in albergo non si può davvero dire lo stesso.

Import Export è un film imperfetto e potente. Un terzo della sua durata è zavorra pura, alternata a immagini di rara bellezza. Cos’ha che non va un film di 80 minuti, asciutto come un atleta? Ce ne fossero. La sintesi, la chiarezza, la morale. Sono cose importanti.

pecore al pascolo davanti all’acropoli

Pubblicato su irresistibili boutades il Ottobre 25, 2007 da Simone Buttazzi

puf

Pubblicato su [comunicazioni di servizio] il Ottobre 20, 2007 da Simone Buttazzi

Basta un carattere, e puf. Ad esempio il rettangolo crociato che campeggia qui sopra. Su questa piattaforma ("bloggers.it", ora "blogdrops.com") è sufficiente inserire questo carattere per fottere la codifica xml degli archivi, e puf. Ma un passo indietro.

Come sappiamo bene, il web 2.0 si fonda sulla pubblicazione di articoli (post) mediante pannelli di controllo, diciamo dei word processor in linea che consentono di preparare un testo e pubblicarlo pigiando due pulsanti. I post vengono poi archiviati secondo criteri variabili. Su questa piattaforma l’archiviazione è mensile, coatta e semiautomatica. Il risultato è che ogni trenta giorni, i post del mese precedente vengono zippati in un archivio. Detto archivio è comunque consultabile: agli occhi di chi capita sul blog via google non c’è (quasi) alcuna differenza tra il post più recente e un post, che so, di due anni fa. Tutto il contenuto viene indicizzato dai motori di ricerca e diventa patrimonio del web. Eppure, basta che in un post appaia un carattere come quello soprastante per fare impazzire il sistema di archiviazione. Conseguenza: l’archivio c’è, ma non si vede. Diventa materia criptata e illeggibile. Non si clicca più.

Dopo il mese di luglio, anche il mese di settembre è scomparso da questo blog. Colpa del rettangolo crociato che si accompagna, talvolta, alla Eszet tedesca (la doppia esse che sembra una B, quella di Straße). Trattasi di una mera bizzarria della tastiera. Uno sfarfallamento che, in questo caso, produce piccioli uragani.

Ora. Per risolvere il problema basterebbe intervenire sugli archivi e cancellare il carattere. Purtroppo gli archivi, una volta creati, sono inaccessibili. E la piattaforma, da quando è diventata "blogdrops", è del tutto sorda alle richieste di assistenza. In questa maniera si viene a incrinare il tacito rapporto di fiducia tra chi produce contenuti e chi offre, diciamo così, il pezzo di carta e il tazebao per diramarli. Bloggers.it non è più un bel posto dove scrivere.

Lo spirito di questo blog non è mai stato schiacciato sul presente, cronachistico - a parte rare occasioni. L’intento è di offrire segnalazioni dal fiato lunghetto nel contesto pur fluido e (vivaddio) mutevole della Rete. Che è un po’ il fiume di Eraclito dei giorni nostri, con la differenza che chi cerca trova. Trovo che smarrire così stupidamente delle goccioline di blog (chi cerca, non trova più) sia davvero un peccato. Motivo per cui kitsch si prende una pausa di riflessione, durante la quale ripubblicherò alcuni degli interventi di luglio e settembre. Poi, se ci saranno le condizioni, riprenderò il filo. E parlerò, magari, del nuovo disco degli Einstürzende Neubauten (Alles wieder offen), o del buon vecchio Ulrich Seidl (Import / Export). Chiusa parentesi.

abbiate cura di voi

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 16, 2007 da Simone Buttazzi

Alla vigilia della premiazione, due passi e un saltello negli spazi la cinquantaduesima Biennale di arte contemporanea. A Venezia. L’edizione di quest’anno vanta un buon allestimento ai Giardini, un pastrocchio all’Arsenale e, in generale, un’ottima scelta limitatamente ai padiglioni nazionali, con il ritorno dopo otto anni del famigerato padiglione italiano. Che non imbarazza, anzi. Collocato alle estreme propaggini dell’Arsenale, appena prima di quello cinese, il padiglione di bandiera contiene due grandi installazioni: il nostro caro frociaro Francesco Vezzoli con l’esilarante (e acuminato) Democrazy - feat. Sharon Stone - e Giuseppe Penone, che al contrario azzarda un sublime tutto naturale con le sue sculture di linfa.

La grande protagonista ai Giardini è Sophie Calle, amica e musa di Paul Auster (leggasi Leviathan, 1992) e di Grégoire Bouillier (L’invité mystère, 2004), col quale ordì il questionario de Les Inrockuptibles apparso nell’autunno 2003. Sophie appare timidamente tra le stanze del padiglione principale, e ha quello francese tutto per sé. Concentriamoci su quest’ultimo. Come al solito, l’artista preleva un dettaglio dalla propria sfera privata, lo disseziona, lo ritualizza, lo rende pubblico. Prenez soin de vous è una grande installazione che nasce da una lettera. Una missiva "de rupture", per la precisione una mail che sancisce la fine di una relazione. Sophie la riceve nel 2004 e decide di rielaborare la mazzata stampando la mail e dandola a 107 persone diverse (tutte donne) affinché la digeriscano a modo loro. Analizzandola, reinterpretandola, facendo le veci di Sophie. Queste donne sono attrici - da una clown a Jeanne Moreau, dalla Littizzetto a una danzatrice indiana - traduttrici, nobili e commissarie di polizia, fumettiste e pappagalle, fino a una ragazza che si diletta ai poligoni di tiro… la cui analisi coincide con un sano crivellamento della lettera firmata "X" e che si conclude, per l’appunto, con "Prenez soin de vous", come dire take care, mi stia bene cara signora. Per Sophie, un colpaccio da maestro in grando di zittire le voci che la davano per archiviata dopo la grande retrospettiva al Beaubourg.

Tra le altre partecipazioni nazionali, la bellissima struttura ferrosa di Monika Sosnowska eretta nel padiglione polacco, la psichedelia di Andrei Bartenev (Russia), le statue meccaniche e dolenti della georgiana Tamara Kvesitadze. All’Arsenale si salvano almeno la performance Glottis, dell’ex femminista militante Valerie Export (si noti bene: youtube, da quando appartiene a google, ha paura delle immagini. Non ha creato l’anteprima del video perché sembra una vagina, quando è l’interno di una bocca) e i megaschermi di I will die, fimato Yang Zhenzhong. L’artista cinese si avvicina a mille volti e quando raggiunge il primissimo piano chiede loro di pronunciare - ognuno nella propria lingua - la frase più vera che c’è. Morirò.

Breve excursus sull’artista rumeno Dan Perjovschi, i cui disegnini a matita ricoprono il muro che conduce all’entrata dell’Arsenale. Perjovschi si vede nei musei d’arte contemporanea già da qualche anno. Lui non "inquadra", né scolpisce, né filma, né tanto meno installa. Fa quello che fanno in molti, cioè a dire imbratta i muri con scritte e bozzetti. Solo che lo fa con lo stesso spirito di un vignettista satirico da quotidiano, come se fosse il Vincino dei musei. Da Perjoscvhi non ci si può aspettare un’unica opera monolitica, bensì un proliferare di idee scarne, piccine, chiarissime. Se il concettuale è l’elevazione dell’idea a forma principe dell’arte - poco conta l’esecuzione, poco o nulla i criteri estetici - allora il buon Dan è forse il miglior artista concettuale in circolazione.

videocassetta

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 12, 2007 da Simone Buttazzi

I Radiohead hanno questo genio per le ultime tracce. Si pensi solo a Life in a Glasshouse, 2001, excipit di Amnesiac. Con In Rainbows colpiscono ancora e ci regalano Videotape. Ah, le videocassette. Ogni volta che leggo o sento che dire vhs is dead mi si torcono le budella. Da videocollezionista come sono stato per lustri. Fulminato come fui dal videocassettame di Lost Highway (1996). E fermo, fermissimo sostenitore che il digitale ci aiuta, ma non ci appartiene. Noi siamo analogici, e ci attende una morte analogica / analoga a quella che coglierà audiocassette e videocassette. Una cassetta ha una durata, non una capienza. E’ fatta per effettuare un prelievo dal flusso. E’ duttile, disturbata, di dubbia qualità, corruttibile. Come noi. Si scassa che è un piacere, ma con un po’ di ingegno torna in carreggiata. Sfido chiunque a spezzare un dvd e a leggerlo ancora. E nel passato ci sono ricordi bellissimi di cassette fatte e ricevute, trovate negli alberghi dove pulivo le stanze, pescate nei cassonetti sotto casa, rigate da un vcr crudele, copiate a non finire, smagnetizzate, contuse dopo un viaggio in aereo, mai viste ma collezionate, zuppe dopo un tuffo fluviale a occhi bene aperti. Video is a banquet on which we feed.

acquisti di oggi

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 10, 2007 da Simone Buttazzi

grossolana intrusione

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 9, 2007 da Simone Buttazzi

Pubblicata per la prima volta nel 1979, Gross Intrusion and Other Stories è una raccolta di racconti a firma Steven Berkoff, uscita in Italia nel 1995 per Gremese col titolo Racconti erotici. Berkoff è un attore magnifico, sanguigno, crudele, che nella migliore tradizione del teatro britannico ha sempre sfruttato piccolo e grande schermo solo per alzare qualche sterlina. John Gielgud docet. La scrittura di Berkoff ha la delicatezza di un ariete quando bussa alla porta. Quando scrive per il teatro regala monologhi incazzosi e prolissi. Quando narra - cosa rara - eccede in puntini di sospensione, interiezioni e maiuscole. L’aderenza al parlato, la fascinazione per il volgare, è una costante. Cito questo libro perché il Flesh World di Berkoff mi ricorda i sinistri carnali di Ballard e Cronenberg, e perché l’altro giorno un’attrice capitata per caso da queste bande mi ha detto che vuole portare sul palcoscenico un personaggio tratto da uno dei racconti, Dal mio punto di vista. Una donna sui quaranta che va tutte le sere in un locale a rimorchiare, una sorta di June (Verna Bloom), la donna solitaria del prefinale di After Hours (1985), che passa di pacca da una vita apollinea a un sabba dionisiaco. Is that all there is? Giammai.

occhio agli okkervil

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 6, 2007 da Simone Buttazzi

Da quando mi allungarono gli auricolari per farmi ascoltare For Real, e sobbalzai, è stato un tutt’uno. Gli Okkervil River vengono da Austin, Texas, e fanno un indie rocchenrollo malinconico e country che strazia, delizia e trascina a f(r)asi alterne. Il boom coincise nel 2005 con l’uscita di Black Sheep Boy - anticipato proprio da For Real, omonimo del signor singolo di Tricky anno 1999 - e la pubblicazione, quest’anno, di The Stage Names non ha fatto che ampliare l’eco e motivarla ulteriormente. I tre album precedenti, Stars Too Small to Use, Dont’ Fall in Love with Everyone You See e Down The River of Golden Dream sono meno d’impatto, ma inanellano un sublime da basso profilo. E con questo ho detto tutto, perché bisognerebbe partire di jukebox o di playlist interattiva. Nei confini della lettura e della visione (o della visione lettrista) segnalo almeno William Shaff, autore delle copertine degli ultimi due album. Immerso negli umori cerebrali di Kafka e di Lovecraft, il suo universo grafico vale davvero una passeggiata a pupille spalancate.

smatafloni spedibili

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 3, 2007 da Simone Buttazzi

Non capita tutti i giorni di imbattersi in una nuova iniziativa editoriale. Che catturi l’attenzione e valga la pena di essere divulgata. E’ il caso di Schiaffo, progetto nato quest’anno da un patto di sangue, colori e materia grigia tra il collettivo grafico Meat e l’associazione Lavabo - Officine Grafiche Vignolesi. L’idea è realizzare "racconti illustrati spedibili", uno al mese. Ogni volta un diverso narratore e un diverso illustratore. O -trice. Il prodotto finale è un pieghevole a quattro ante di formato chiuso 10 x 15 cm, infilato nella sua brava busta per la spedizione. Costi: due euro per il racconto illustrato, sessanta eurocent per la spedizione. Trattasi di oggetto bavoforo per bibliofili e adoratori di ninnoli, per lettori forti e occasionali. L’accento posto sulla "spedibilità" del tutto - apparentemente superfluo: quale prodotto editoriale NON lo è? - aggiunge poi quella brillantinatura di ossessione e di idea regalo, come suolsi dire. Io ho porto la guancia a Schiaffo in occasione del numero 7, Il treno di Floresta - omaggio minimo a Italo Calvino, dell’ottimo Marco Busetta, illustrato da Francesca Tancini. Con tanto di fantomatico falcopesce. Si sappia in giro, inoltre, che Schiaffo è alla costante ricerca di penne e matite.