Archivia per Settembre, 2007

il mondo? nostro

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Settembre 30, 2007 da Simone Buttazzi

A tre anni dallo splendido Solarized, la scimmia britannica per eccellenza ci ribalza sulle spalle blaterando un nuovo album. Con le controgonadi, quest’album. E un scimmiesco blaterare, il suo (i gorilla poco c’entrano: pussate via) che complici il timbro d’Ian e il massiccio ricorso all’orchestra rischia di assordarci, ma ben venga. Lasciatisi alle spalle gli Stone Roses, Ian ha attraversato gli anni ‘90 come un sopravvissuto dalle idee musicali chiare ma non molto appetitose. Il miracolo avviene nel 2001: con Music of the spheres, Ian fonde l’ormai anziano trip-hop, lo amplifica (wagnerianamente) e mantiene i suoi tratti distintivi: voce che è un’eco lontana, bambagia visionaria, vasto respiro. Regalandoci pezzi magnifici come Whispers (2001), o Time is my everything (2004). The World is Yours è un album militante fin dalla copertina - registrato insieme a Sinead O’Connor e altra gente incazzosa - i cui testi calpestano spesso il terreno minato della politica estera. E nonostante qualche porta aperta spalancata (in fatto di contenuti), The World is Yours è monkey business d’alto bordo.

pim pum pam

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Settembre 27, 2007 da Simone Buttazzi

Prater è un documentario della regista tedesca Ulrike Ottinger che ricostruisce la storia e l’impatto immaginifico del famoso luna park di Vienna. Quello immortalato da Carol Reed nel Terzo uomo (1947), protagonisti Welles e Cotten che si fanno pure un giro sulla ruota panoramica. Prater è prima di tutto uno spaccato di cultura austriaca: le attrazioni filmate in stile sigla di Bim Bum Bam, il pubblico intercettato mentre strepita o tira cazzotti per misurarsi i muscoli, le persone scelte da Ottinger come "testimoni" del luogo - tutto incarna lo spirito a tinte forti, un po’ sado un po’ maso, tipico del regno dell’est, della Germania in minore, quella di Haneke, Seidl, Elfriede Jelinek. E proprio Jelinek compare quando meno te l’aspetti, testa infilata in un pannello per foto turistiche, e legge un testo scritto appositamente per il documentario in cui descrive l’impatto che ebbe il Prater sulla sua infanzia, e il suo rapporto con le macchine sparpagliate di giuoco in giuoco. Ancora oggi, il Prater è il trionfo dell’intrattenimento analogico. Come il king kong meccanico - vociona teutonica in loop - che l’ex modella (e icona) Veruschka tenta di sedurre vestita da Barbarella, aggirandosi in questo ipertrofico, scricchiolante paese dei balocchi.

stasi due punto zero

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Settembre 24, 2007 da Simone Buttazzi

[prima di tutto, un applauso commosso alla piattaforma bloggers.it/blogdrops.com, che anche questo fine settimana si è fatta di nebbia. alla faccia della mission di conquistare maggiore credibilità]

In questi ultimi mesi anche i muri hanno parlato della legge 129 a e b, ritocchino tedesco alla normativa sulla privacy. Voluta dal ministro degli Interni Wolfgang Schäuble, questa legge attualmente al vaglio consentirebbe allo Stato di raccogliere informazioni di ogni tipo sui cittadini e di conservarle - come "dati a disposizione" - per un massimo di sei mesi. La grande novità consisterebbe nelle intercettazioni telematiche (posta elettronica, "impronte" IP) e in quelle degli sms. Ratio dell’ambaradan: lotta al terrorismo. Va ricordato che siamo in pieno trentennale del cosiddetto autunno tedesco e che poche settimane fa è stata scoperta una cellula di matrice islamica composta unicamente da ragazzi tedeschi. Una notizia che ha traumatizzato il Paese. Le reazioni alla legge 129 sono state varie, e intense. Si è aperto un vero e proprio dibattito sulla figura di Schäuble e sia l’opposizione (Verdi, Fdp) sia la società civile hanno manifestato un disaccordo a dir poco bollente. La legge 129 è il provvedimento più criticato dalla nascita della Große Koalition. Quando dico che ne hanno parlato anche i muri, mi riferisco alla campagna Stasi 2.0 innescata dal web, che ha scelto di occupare le superfici cittadine mediante i canali del graffitismo e della sticker art. Sabato scorso, nella capitale, c’è stata una grande manifestazione. La gente ha camminato lungo gli Unter den Linden brandendo cartelli a forma di freccia che riportavano svariati aggettivi. Il più usato: verdächtig (sospetto), seguito da Kiffer (fumatore di canne), Hetero, Linke Zeitung Leser (lettore di giornali di sinistra) e così via burlando. Perché Stasi 2.0? Perché a detta di molti questa legge rischia di ripristinare, in tutto il Bund, la vecchia piaga della paranoia spiona targata DDR. Vedasi, a tale proposito, il noto film Das Leben der anderen.

marx und schwulens

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Settembre 21, 2007 da Simone Buttazzi

A un anno dalla pubblicazione di Entscheidungen, l’autobiografia dell’ex cancelliere Schröder, arriva in libreria l’autografia - coadiuvata - di uno dei candidati più papabili al ruolo. In un futuro forse non troppo lontano. Trattasi di Klaus Wowereit, sindaco frocio di Berlino. E dico frocio non perché sia la traduzione corretta del termine tedesco schwul, ma perché ne potrebbe essere l’adattamento ideale nel contesto della lingua italiana. Originariamente offensiva, la parola schwul venne adottata dalla comunità gay tedesca e utilizzata come termine per definirsi - tra sé, e tra tutti. Un’adozione orgogliosa, scherzosa, affettuosa: un modo per dire chiaro e tondo alla Gesellschaft (la società intesa come luogo di discussione) che il movimento esisteva, era maturo e tranquillamente alla luce del sole. Inizialmente confusa dall’uso di schwul al posto di gay o di homosexuell, la società reagì prendendo sul serio detto movimento. Senza polemiche o altre demenze. Fine del riassuntino. In Italia la situazione è ancora verde banana, in molti, troppi sensi. Dal canto mio, sono frocio e va bene così.

Il titolo dell’autobiografia di Wowi si richiama alla celebre frase che il futuro sindaco dell’SPD pronunciò durante la campagna elettorale del 2001 per confermare (e zittire) alcune voci che volevano essere malevole. Ne abbiamo già parlato qua, con tanto di audio. Il libro in sé arriva un po’ prestino, visto che Klaus ha 53 anni. Politicamente parlando è un grande oratore e un sindaco molto amato e laborioso, nonostante alcune sonore gaffe e la scelta, del tutto scriteriata, di trombare l’ex assessore alla cultura per agguantarsi l’interim durante il secondo mandato. L’ex assessore, il senatore Thomas Flierl (PDS), ha svolto un lavoro di altissimo profilo. Certo è che il Bürgermeister berlinese è quanto di più vicino a una star ci sia al momento nella politica tedesca, e da un punto di vista strettamente editoriale l’autobiografia è un colpaccio. La Bild, ad esempio, regina del giornalismo cannibale e populista, se n’è già uscita con almeno tre civette basate su presunte dichiarazioni choc contenute nel libro. Non ve n’è, ovviamente. Ma il sottotitolo vale come una candidatura e i sottotitoli, si sa, dopo i titoli, sono tutto.

vivere a vacca variopinta

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Settembre 18, 2007 da Simone Buttazzi

Un altro gioiello demente della Welt am Sonntag, cioè a dire: la mappa delle località tedesche aventi i nomi più infelici. Tra i quali citiamo, traducendo a impronta e in rigoroso disordine numerico: Tribunale delle Lenticchie, Buco Estivo, Squallido Anteriore, Cervello di Gatta, Inferno, Purgatorio, Mezzo Mondo, Burropigro, Droghe, Africa, Villaggio delle Scimmie, Petting (che non si traduce) e, va da sé, Vaccavariopinta. Nomen? Omen.

tinerete fara de tinerete

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Settembre 15, 2007 da Simone Buttazzi
 
Il titolo di questo post è in rumeno semplificato. La versione corretta è Tinereţe fără tinereţe: giovinezza senza giovinezza. Trattasi di un racconto di Mircea Eliade, l’uomo che sta dicendo questa non è una pipa. Eliade è stato uno degli intellettuali di punta della Romania novecentesca: storico delle religioni, filosofo, narratore, è pubblicato in patria dalla casa editrice Humanitas. Dal 1957 si esiliò volontariamente negli Stati Uniti, contrario com’era al regime comunista che avrebbe condotto, pochi anni più tardi, alla dittatura. Negli anni ‘70 Ceausescu cercò in tutti i modi di richiamare Eliade, per darsi lustro.  Nel frattempo, i detrattori fecero del loro meglio per screditarlo, riportando alla luce certe sue vecchie simpatie fasciste. A ventun anni dalla morte, Eliade è quanto di più vicino alla stella polare della cultura rumena accademica. Tra qualche settimana Francis Coppola presenterà alla Festa del cinema di Roma il suo nuovo film, il primo in dieci anni. Straordinario, direbbe Veltroni. Questo film s’intitola Youth Without Youth ed è tratto dal racconto di Eliade. Prima di capire chi fosse il signor Mircea, pensavo che fosse una semplice storia a sfondo bellico, ambientata durante e dopo la seconda guerra mondiale. In realtà, Eliade adotta un canovaccio bellico come mero pretesto per sviluppare una novella filosofica su un uomo che non invecchia, Passa il tempo. Resta giovane. Ecco il perché del titolo. Un’idea, questa, che fa faville con l’universo filmico di Coppola, in particolare le pellicole firmate senza “Ford”. Qualche esempio: il dittico The Ousiders - Rumble Fish (1982-1983), all’insegna di una nuova gioventù bruciata; Peggy Sue Got Married (1986), una sorta di Back To The Future più amaro ed emotivo in cui una ragazza conosce i propri genitori prima che si sposino; Gardens of Stone (1987), post-vietnamovie girato da Coppola subito dopo la perdita di un figlio, e intriso di domande senza risposta sul senso di una vita stroncata prematuramente. Fino a Jack (1996), il cui titolo potrebbe benissimo essere Vecchiaia senza vecchiaia: il corpo di Robin Williams corre verso la morte, ma il suo cervello, che non ha fretta, è ancora quello di un bambino. E che dire di Dracula: un caso archetipico di giovinezza senza giovinezza. A scapito della vita altrui. Coppola ha più volte affermato che con questo nuovo film intende tornare alle origini, ai film che girava con pochi soldi e molto estro negli anni ‘60, sotto l’egida di Roger Corman. E se lo dice un ragazzino di quasi settant’anni, così sia.

apostrofi

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Settembre 12, 2007 da Simone Buttazzi

In questi giorni a Berlino c’è il Festival della letteratura. Un po’ come a Mantova, solo che dura di più ed è di poco più anziano. L’andazzo non cambia. Presentazioni e chiacchiere - spesso imbarazzanti - a pagamento, accompagnamenti acustici che fanno rimpiangere David Riondino e pubblico con la scopa nel culo. L’altra sera c’era Veronesi col suo Stilles Chaos e la sua voce calda, profonda, sudeuropea, quindi foriera di mille brividini tra gli astanti. A un dato momento egli pronuncia una paroletta, ossimoro, e l’interprete tentenna. La top manager seduta accanto a me alza gli occhi dai grafici che analizzano l’afflusso di pubblico al festival (torte, colonnine, panorami tridimensionali), scuote la testa, apre la bocca, spara un Oxymoron. Niente. L’interprete non raccoglie. Ossimoro, al Festival della letteratura, non si traduce. Che ossimoro! Il simbolo del Literaturfestival è un apostrofo su sfondo rosso, che i testimonial si mettono sulla testa o sotto braccio - in forma di cartoncino. Mi ritornano in mente le annunciatrici di RaiTre, quando erano virgolettate.

Però devo dire che se non avessi fatto un salto al Festivàl, non avrei mai scoperto una collanina di libricini gratuiti editi dal Guardian, in numero di sedici. Si chiama Great Speeches of the XX Century e raccoglie, per certi versi, i più influenti discorsi - politici - dello scorso secolo. L’ottica è profondamente britannica, ma ciò non toglie che la scelta del materiale sia di indubbio interesse. I libretti sono articolati così: introduzione a firma eccellente, testo del discorso in inglese, impatto dello speech sui quotidiani inglesi del tempo. Sul sito del Guardian il tutto (o quasi) è disponibile con tanto di mp3. Per sentire con le proprie orecchie, ad esempio, il celebre discorso della Thatcher del 1980 ("The lady’s not for turning"), o un frammento della dichiarazione di Nehru del 1947, in occasione dell’indipendenza indiana. Per ovvie ragioni manca l’mp3 del discorso tenuto da Kruscev il 25 febbraio 1956 durante il ventesimo congresso del partito comunista sovietico. Il titolo dell’orazione era "Il culto dell’individuo": Kruscev tirò un sospirone e prese le distanze dallo stalinismo, denunciandone alcuni crimini. Un ciclone. In platea, ci fu chi svenne.

ScriptGenerator©®

Pubblicato su oreilles trouvées sur les prés il Settembre 9, 2007 da Simone Buttazzi

Il n’y a plus d’art, seulement des hobbies. Plus de beau: du joli. Plus de spectateurs: des amis. Recita così la quarta di Bande alternées, Fayard, 2006, terzo romanzo di Philippe Vasset. Laureato in filosofia, arso dal fuoco di internet e ossessionato dalle carte geografiche e dall’idea stessa del mappare, Vasset ha esordito nel 2003 con Exemplaire de démonstration, pubblicato in Italia da Minimum Fax nel 2006 con il titolo Il generatore di storie. Il libro parla, per l’appunto, di un software in grado di generare non solo storie (racconti, romanzi, sceneggiature, videogiochi: tutto ciò che è narrativo) ma anche gli autori delle stesse. Con i loro tic e le loro biografie letterariamente plausibili. Come il computer-dio ipotizzato da Fredric Brown in Answer, ScriptGenerator©®™ attinge da tutto ciò che è stato scritto nella storia dell’umanità, ed è in grado di produrre nuove trame in base alle uniche regole che contano, oramai: quelle del mercato. Il titolo Exemplaire de démonstration gioca sul piano meta-, in quanto indica da un lato la "copia per consultazione" dei libri incellophanati, dall’altro, (e questo è uno spolier), è una vera e propria dimostrazione di ciò che ScriptGenerator©®™ è in grado di fare. Con la narrazione sintetica che si alterna ai 47 punti del manuale d’uso del Generatore di storie.

E se Exemplaire de démonstration è una storia macchinica - il sottotitolo è Machines, I - i due romanzi successivi non sono da meno. Carte muette (2004) narra di un manipolo di eroi degni di Jules Verne che vogliono cartografare l’intero web mondiale. Bandes alternées ipotizza la creazione di un’opera "mondiale", assemblata grazie alle possibilità offerte dalla rete e dalle tecnologie digitali. Una proiezione orwelliana in cui il massimo di democrazia - sulla carta - diventa un inferno, una babilonia innescata da una saturazione di velleità artistiche. Arriviamo infine alla rentrée littéraire di quest’anno, che vede Vasset in prima linea con Un livre blanc, romanzo non romanzo, balade urbana e cartomaniaca il cui protagonista non fa che vagare per Parigi in cerca dei "punti bianchi" della mappa cittadina, quelle terre di nessuno, quei luoghi adorati da Ballard o da Marc Augé in cui non dovrebbe esserci nulla. E invece c’è sempre qualcosa.

in ginocchio

Pubblicato su soqquadri il Settembre 6, 2007 da Simone Buttazzi

Erwin Wurm è un po’ il Cattelan austriaco. Tardo profeta del ready made e di tutto ciò che tende a basire il borghese (lo mettiamo tra virgolette, il borghese, o virgolettiamo stupire?), Erwin è quello delle macchine grasse, delle casette pingui, dei veicoli snodabili, delle one minute sculptures - interazioni tra uomo e oggetti improvvisate in quattro e quattr’otto. In un’opera della serie Artist begging for mercy Erwin sta immobile in ginocchio, occhi al cielo, un limone grosso così in bocca. L’immagine incollata qua sopra riproduce invece Deleuze in ginocchio (2006). Il filosofo francese, uno dei più influenti della fine del ‘900 ma anche uno dei meno invasivi - niente teorie monolitiche, niente diktat o slogan da salotto: solo concetti sparpagliati, strumenti per la nostra scatola degli attrezzi - ecco, Gilles Deleuze sta lì placido, le mani in tasca e il giubbetto preferito. Più che inginocchiato, torto. Come dire che l’arte, come la filosofia, sembra fatta per consegnarci torsioni di realtà in grado di aprirci gli occhi.

achtung, vasistas e schadenfreude

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Settembre 3, 2007 da Simone Buttazzi

Parole a prestito, concetti adottati; passaparola che finiscono per diventare vere e proprie emigrazioni. A detta della Welt am Sonntag, sono questi i termini tedeschi più usati all’estero. [clic sull'immagine per ingradirla] Non solo achtung, Glockenspiel e kaputt, quindi. Nella lista troviamo ad esempio Schadenfreude, parola usatissima nei Paesi anglofoni per indicare il perverso piacere che si prova nell’udire delle disgrazie altrui, o nell’assistervi - con il dovuto distacco. Hinterland e Sehnsucht fanno parte di questa piccola ondata neocoloniale, insieme ad alcune espressioni che, a detta del giornale, hanno attecchito in Italia. Quali: fare Bad Godesberg (fare un passo indietro, pentirsi, cambiare idea), fur ewig (per sempre, per un’eternità, togliendo la umlaut alla u) o, per l’appunto, hinterland (quello milanese, in primis) o la Sehnsucht sulla bocca di molti liceali o di chi, alla bocca, vuol dare aria. Coccarda alla Finlandia che ha trasformato kipp es! in kippis, e lo usa per brindare. Altro che prost!