l’ultimo film della DDR
Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 31, 2007 da Simone Buttazzi
documenta 12 si snoda tra cinque luoghi principali: lo storico Museum Fridericianum, la recente documenta Halle, l’Aue Pavillon (eretto per l’occasione), la Neue Galerie e il castello di Wilhelmshöhe, solitamente dato all’arte classica e moderna, in cui le opere della mostra fanno capolino (e pendant) tra una cornice dorata e un paesaggio romantico. Chi cerca i grandi nomi, l’arte che basisce il borghese, i frizzi e i lazzi di certa produzione artistica da fiera resterà a bocca asciutta. A dettar legge, a Kassel, è la documenta in sé: l’allestimento, e la ricerca. documenta è prima di tutto un’esperienza da passeggiare eyes wide open, con la mente sgombra e disponibile come una tavoletta di cera. La documenta di quest’anno punta tutto su un iter entusiasmante in cui i nomi degli artisti, invece di venire concentrati in sale monotematiche, ritornano regolarmente e dialogano con altre visioni, e altri spazi.
Graciela Carnevale, ad esempio, è presente su entrambi i piani del Fridericianum, con il medesimo documento: una foto scattata a Buenos Aires quarant’anni fa, quando chiuse gli avventori della sua performance dentro una galleria con vetrata. A chiave. I convenuti, come personaggi usciti dall’Angelo sterminatore, dovevano capire che la mostra erano loro stessi, e che la performance era in realtà la loro reazione al trovarsi reclusi. Con un’unica soluzione: infrangere la vetrina e andarsene.
Cosima von Bonin è la grande protagonista della spaziosa documenta Halle, un unico, enorme spazio in cui le sue opere giocose, soffici e tondeggianti - o, al contrario, fredde e squadrate: delle panche scambiabili per comune oggettistica d’interni - vanno a comporre un’installazione che è come un piccolo labirinto, per la gioia dei bimbi che si aggirano copiando le sculture su grandi bloc notes. La loro preferita è la finta giraffa impagliata di Peter Friedl, che è anche presente al Fridericianum con un video tigrone e in una saletta della Neue Galerie con i suoi disegni d’infanzia. Sfacciataggine d’artista, provocazione del curatore o semplice conferma che è il contesto a contare.
Sparpagliati per la documenta troviamo le idee in forma di monoliti laccati firmate John McCracken, i dipinti e i fumetti all black (culture) di Kerry James Marshall, i mosaici zodiacali, in bianco e nero, con i quali Zofia Kulik si allinea al classicismo folleggiante di Gilbert & George. O i grandi dipinti di Juan Davila, che Freud avrebbe bollato con un aggettivo e un naso torto: anali. Coloratissime, caotiche, vampiriche dell’immaginario del sud del mondo, piene di cazzi culi fighe tette chimere, oggetti appiccicati e scritte irriverenti, le tele di Davila sono una sorpresa e una rivelazione. Consiglio: andare su flickr e cercare "documenta 12 davila". Saltano fuori tutti. Il che vale anche per le altre opere della mostra.
Altre folgorazioni: Anatoli Oslomowsky che bisbiglia qualcosa (cosa?) all’orecchio della statuona di Majakowskij a Mosca, le "immagini della salute" di Jo Spence, malata di cancro al seno, ironica e impietosa fotografa di se stessa, la teiera dandy di Lukas Duwenhögger, progetto bocciato per il monumento berlinese alle vittime omosessuali del nazismo, i volti senza corpo che fluttuano nei dipinti di Monika Baer, i totem dada architettati da Romuald Hazoumé con oggetti trovati per strada.
Tra i video, l’imperdibile Lovely Andrea di Hito Steyerl, che torna in Giappone dopo vent’anni per cercare le foto di una sessione di bondage scattata ai tempi dell’università e ne approfitta per teorizzare sui concetti di libertà, vergogna, nodo, rete, lavoro. Una sessione fotografica fetish da trovare tra milioni e milioni, per chiudere un proprio circuito privato - ma non troppo. O James Coleman, che prende Harvey Keitel e lo sbatte a ciancicare tra statue di Apollo, fondali di cartapesta, rovine e scheletri polverizzati.
Ma alla fin della licenza quel che tocca, e rimbomba nel cervello, è un tappeto iraniano dell’800 appoggiato al muro della documenta Halle in tutti i suoi dieci metri e passa di lunghezza, e una scritta, che mi ricorda gli Einstürzende Neubauten, intercettata su una pezzo di cemento quando ormai brandivo le chiavi della macchina, e pensavo che fosse tutto finito.