Archivia per Agosto, 2007

l’ultimo film della DDR

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 31, 2007 da Simone Buttazzi

Almeno simbolicamente, visto che la sua data di uscita nelle sale è il 9 novembre 1989. Coming out è l’unico film di tematica omosessuale prodotto nell’ex Germania dell’est. Come la massima parte dei film ossie anche Coming out è stato girato, almeno in parte, negli studi della DEFA, a Babelsberg, tra Berlino e Potsdam. Ora, Babelsberg è una specie di Gardaland del cinema dantan. Il film di Heiner Carow è bello. Dico, al di là del suo fascino da modernariato e del suo essere un simpatico hapax di celluloide. Non ha nulla da invidiare ai classici dell’epoca (Once more di Paul Vecchiali, Torch song trilogy di Paul Bogart…) e, rispetto a un avanguardista di lusso come Fassbinder - che, lo ricordiamo, ha fatto cinema militante tra il 1974 e l’82, anno in cui è morto - ha uno sguardo più pudico, controllato, ma non per questo meno autentico. Inoltre, Coming out ha il pregio di sfruttare alcune location storiche, che ora non ci sono più o hanno cambiato radicalmente faccia. Una di queste, la siddetta Fontana delle Fate (o delle Favole), è attualmente in restauro ma non ha perso la sua funzione, diciamo, performativa. Da luogo di battuage. Premiato con un orso d’argento meritatissimo e col Teddy - l’orso schwul! - al Festival di Berlino dell’anno successivo, Coming out è una pellicola intrisa dello stesso lirismo agrodolce di Goodbye Lenin, con la differenza non da poco che invece di rielaborare e cannibalizzare il passato in chiave cool, lo fotografa - perché c’è dentro fino al collo. Vietato lasciarsi ingannare dal sottotitolo anglofono: quello originale, che campeggiò sui (pochi) cartelloni recitava: Letzendlich musst du deinem Herzen folgen.

mangiar freddo

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 28, 2007 da Simone Buttazzi

Come nella migliore tradizione, non si capisce che animali siano. Forse maialini - uno picciò, uno abnorme e butterato - forse alieni precipitati nella metropoli. Poco importa. Didi & Stulle sono la punta di diamante della casa editrice Reprodukt, che pure ha in catalogo pezzi da novanta come Crumb o Lutes. E Fil, il creatore del duo, è proprio una sorta di Robert Crumb berlinese: tratto svelto e versatile, gusto per il grottesco a volte lirico, a volte gioiosamente volgare. Con le nuvolette che accolgono testi in gergo cittadino scritti come si pronunciano. Didi & Stulle vivono nei confini della classica striscia, o meglio: una tavola, una paginetta alla volta, con avventure (o meglio birbonate goliardiche) che in certi casi si fanno seriali. Ma più che l’ampio respiro, Fil cerca solo la variazione sul tema, l’esercizio di stile à la Queneau. La dinamica da strana coppia, un po’ Laurel & Hardy, con Didi (quello grosso) sciocco e vessatore, e Stulle (quello mingherlino) passivo e ingegnoso. Mario mi spiega che Stulle indica il tipico pasto tedesco di chi ha fretta e non ha voglia di cucinare. Ich esse kalt, ich schmiere mir ne Stulle. Pane, cetriolo e roba affettabile: mangio freddo.

klischees

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 25, 2007 da Simone Buttazzi

Italia pizza mandolino mafia. Mamma. Ma Germania? Ecco una lista scarna ma azzeccata di stereotipi crucchi. Come gli orologi a cucù dell’Assia (altro che ninnoli elvetici!), il solito muro eretto, abbattuto e musealizzato a destra e a mancina, il maggiolino della Volkswagen, l’imponente duomo di Colonia, la statua della Loreley sul Reno - a mo’ di sirenetta -, la birra (amburghese, dicono, più che bavarese), la cittadina universitaria di Heidelberg, gli osceni pantaloni di pelle (nera? con baffoni, crapa pelata e moto scurreggiante?), il castello di Ludwig / Disney, i Biergarten di Monaco e dintorni. E, aggiungerei io, i krimi televisivi.

la nuova divisione della Germania

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 22, 2007 da Simone Buttazzi

Uno studio anticipato dalla Welt am Sonntag disegna una nuova frattura tra i vagoni della locomotiva d’Europa. E questa volta, invece di essere longitudinale, si prefigura come una buona, vecchia, vista e rivista linea latitudinale, che screma un sud da un nord. In termini, tuttavia, del tutto opposti rispetto al caso italiano. Qua sopra troviamo due degli schemi pubblicati dal giornale. Il primo visualizza la percezione della sicurezza di Land in Land, il secondo fotografa l’introito medio. Che la Baviera (in basso a destra) fosse un posto di conservatori ricchi e trincerati in giardino si sapeva già, così com’erano già noti la pulizia brilluccicante delle sue strade e i riflessi al fulmicotone della polizia di laggiù, che neanche Derrick o Rex. Quel che non si sapeva, o almeno non si immaginava in termini così spiccati, era la forte ripresa dell’economia in Sassonia (dove si trovano Dresda e Lipsia) e il degrado sempre più spiccato della Germania del nord, in cui la presenza da un lato di Amburgo, dall’altro della capitale costituiscono sì puntini isolati di brio, ma al contempo fulcri di una diffusa sensazione di caos, insicurezza e abbandono. In buona sostanza non è solo parte dell’ex territorio della DDR a essere depresso, ma l’intera costa che dà sul mare del Nord. Non sorprende, a questo punto, che proprio là l’NPD riesca talvolta a superare lo sbarramento elettorale.

i cani zoppicano per le strade

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 18, 2007 da Simone Buttazzi

e fino a cinque anni fa erano dieci volte tanti, e quaranta persone al giorno venivano morse. Così hanno deciso di sterminarli. Oggi li vedi che claudicano lungo la linea di mezzeria, lungo i marciapiedi, persino tra rotaia e rotaia. Ci sono le macchine che li strombazzano via, quelle che rallentano, che si fermano. Quelle che li colpiscono come in un videogioco (cai!) e quelle che li stendono (tu-bump, tu-bump). A Bucarest ci sono cani bellissimi e se vuoi, per pochi bai, te ne prendi uno dagli zingari. Bucarest è una magnifica bolgia. Cavi elettrici in eccesso disegnano linee flosce tra palo e palo o vengono arrotolati sotto le luci dei lampioni. Miseria, caos e bellezza vanno a braccetto. I centesimi di leu non valgono nulla: non bisogna aspettarseli quando si prende il resto, è cafone darli quando si paga. Ovunque, condizionatori fuori dalle finestre dei palazzoni-alveare che Ceausescu impose tra i ‘70 e gli ‘80 per normalizzare l’aspetto della capitale, alternandoli a godzilla architettonici come la Casa del Popolo, il secondo edificio più grande del mondo dopo il Pentagono. Appena si esce dal centro, cantieri su cantieri: è il momento, per le famiglie, di abbattere le catapecchie di terra e fieno e costruirsi la casa. Per conto proprio. Per poi rivenderla. Fuori dalla città, due autostrade senza stazioni di servizio, in tutto duecento kilometri e sblisga. Mi dicono che la Romania libera è riuscita a fare solo questo, dai tempi della rivoluzione di dicembre. Ma nel dicembre dell’89 c’erano ancora le code fuori dagli alimentari e l’unico canale televisivo trasmetteva per tre ore al giorno, dalle 19 alle 22. Ora la Romania è un grande Paese. Nel sud, distese di nulla piatto punteggiate di woodpeckers di ferro, estrattivi. Nel nord le gole, i torrenti, i villaggi sperduti, l’odore di verde e il telefonino che non prende: la Transilvania. (ma fuori da ogni casa, una parabola). All’est, i casinò di Costanza e compagnia bella sulla latrina del Mar Nero, che sa tanto di Adriatico. A ovest, Timisoara - la Milano rumena - dove la rivoluzione cominciò e che ora è in mano alla mafia imprenditrice italiana. Un miracolo del nord-est estesosi, colonizzante, un poco più a est. E a nord-est della Romania ecco la Moldavia indipendente, scheggiolina dell’ex blocco sovietico. In realtà la Moldavia è una nazione spaccata a metà tra il territorio rumeno e quello, ufficialmente, moldavo. Ma per la Romania, la Moldavia è come l’Austria per la Germania nel 1938. L’Anschluss è inevitabile, e va bene un po’ a tutti. Per ora sta lì come uno staterello dove passare le vacanze e dove tutto costa meno, e l’opinione pubblica ritiene che l’entrata in Europa condurrà spontaneamente al ripristino della Grande Romania. All’inizio pensavo fosse una deriva nazionalista, confermata da questo sito. Poi ho visto le previsioni del tempo: la cartina sullo schermo comprendeva anche la Moldavia. Mica un dettaglio da poco. Ma la bellezza di Bucarest. Gli uffici di "traduzioni autorizzate" dove decine di ragazze battono i tasti delle macchine da scrivere e producono carta senza dare alcun comando di stampa. Senza bianchetto sul tavolo. I cinema chiusi e abbandonati, gli hotel chiusi e abbandonati. E il semaforo pedonale nei presso dell’hotel Intercontinental, col suo conto alla rovescia. Ci pensate. Un semaforo con il conto alla rovescia.

formiche

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 4, 2007 da Simone Buttazzi

Brulichìo, brulichìo. Mi ritornan in mente tre diversi formicai. Il libro di racconti di Anna Starobinec (esimie Isbn edizioni) che si apre con Formicaio, storia di una possessione che neanche Cronenberg, neanche gli ultracorpi. Con le formichine che scrivono un diario e usano gli emoticoni. L’ottavo e ultimo episodio di Dumbland, la serie in flash di David Lynch uploadata un lustro fa e da poco approdata pure in dvd. Tre minuti deliranti che si fanno beffe delle ambizioni miusicali di Lynch, ad esempio Industrial Symphony n°1 (1990). Lo si può scaricare e unzippare pigiando sulla copertina de paura. E la canzone di Tricarico, Formiche, unica traccia caruccia di Frescobaldo nel recinto (2004), di cui qua sotto si srotola un estratto. Nel frattempo, tra un incrocio d’antenne e un parto della Regina, mi reco in Romania. Se vedemu.

art is sexy

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 1, 2007 da Simone Buttazzi

La quinquennale d’arte contemporanea che si tiene a Kassel, Assia, Germania, si chiama documenta. Con la d minuscola. Nacque quadriennale nel 1955. Allora, come oggi, dura cento giorni esatti. Da allora, non ha mai mancato di fare ciò che tutte le -ennali dovrebbero fare: fotografare, recuperare, indicare. Creare. Percorsi nell’arte di oggi. Che non è necessariamente l’arte prodotta nei mesi che precedono il colossale imbastimento della documenta. Percorsi nell’arte che, a detta dei curatori, ha a che fare con l’oggi. Pertinenza, influenza, consonanza. Negli spazi della documenta 12 le opere prodotte nell’ultimo decennio, tanto per fare un esempio, sono una minoranza.

documenta 12 si snoda tra cinque luoghi principali: lo storico Museum Fridericianum, la recente documenta Halle, l’Aue Pavillon (eretto per l’occasione), la Neue Galerie e il castello di Wilhelmshöhe, solitamente dato all’arte classica e moderna, in cui le opere della mostra fanno capolino (e pendant) tra una cornice dorata e un paesaggio romantico. Chi cerca i grandi nomi, l’arte che basisce il borghese, i frizzi e i lazzi di certa produzione artistica da fiera resterà a bocca asciutta. A dettar legge, a Kassel, è la documenta in sé: l’allestimento, e la ricerca. documenta è prima di tutto un’esperienza da passeggiare eyes wide open, con la mente sgombra e disponibile come una tavoletta di cera. La documenta di quest’anno punta tutto su un iter entusiasmante in cui i nomi degli artisti, invece di venire concentrati in sale monotematiche, ritornano regolarmente e dialogano con altre visioni, e altri spazi.

Graciela Carnevale, ad esempio, è presente su entrambi i piani del Fridericianum, con il medesimo documento: una foto scattata a Buenos Aires quarant’anni fa, quando chiuse gli avventori della sua performance dentro una galleria con vetrata. A chiave. I convenuti, come personaggi usciti dall’Angelo sterminatore, dovevano capire che la mostra erano loro stessi, e che la performance era in realtà la loro reazione al trovarsi reclusi. Con un’unica soluzione: infrangere la vetrina e andarsene.

Cosima von Bonin è la grande protagonista della spaziosa documenta Halle, un unico, enorme spazio in cui le sue opere giocose, soffici e tondeggianti - o, al contrario, fredde e squadrate: delle panche scambiabili per comune oggettistica d’interni - vanno a comporre un’installazione che è come un piccolo labirinto, per la gioia dei bimbi che si aggirano copiando le sculture su grandi bloc notes. La loro preferita è la finta giraffa impagliata di Peter Friedl, che è anche presente al Fridericianum con un video tigrone e in una saletta della Neue Galerie con i suoi disegni d’infanzia. Sfacciataggine d’artista, provocazione del curatore o semplice conferma che è il contesto a contare.

Sparpagliati per la documenta troviamo le idee in forma di monoliti laccati firmate John McCracken, i dipinti e i fumetti all black (culture) di Kerry James Marshall, i mosaici zodiacali, in bianco e nero, con i quali Zofia Kulik si allinea al classicismo folleggiante di Gilbert & George. O i grandi dipinti di Juan Davila, che Freud avrebbe bollato con un aggettivo e un naso torto: anali. Coloratissime, caotiche, vampiriche dell’immaginario del sud del mondo, piene di cazzi culi fighe tette chimere, oggetti appiccicati e scritte irriverenti, le tele di Davila sono una sorpresa e una rivelazione. Consiglio: andare su flickr e cercare "documenta 12 davila". Saltano fuori tutti. Il che vale anche per le altre opere della mostra.

Altre folgorazioni: Anatoli Oslomowsky che bisbiglia qualcosa (cosa?) all’orecchio della statuona di Majakowskij a Mosca, le "immagini della salute" di Jo Spence, malata di cancro al seno, ironica e impietosa fotografa di se stessa, la teiera dandy di Lukas Duwenhögger, progetto bocciato per il monumento berlinese alle vittime omosessuali del nazismo, i volti senza corpo che fluttuano nei dipinti di Monika Baer, i totem dada architettati da Romuald Hazoumé con oggetti trovati per strada.

Tra i video, l’imperdibile Lovely Andrea di Hito Steyerl, che torna in Giappone dopo vent’anni per cercare le foto di una sessione di bondage scattata ai tempi dell’università e ne approfitta per teorizzare sui concetti di libertà, vergogna, nodo, rete, lavoro. Una sessione fotografica fetish da trovare tra milioni e milioni, per chiudere un proprio circuito privato - ma non troppo. O James Coleman, che prende Harvey Keitel e lo sbatte a ciancicare tra statue di Apollo, fondali di cartapesta, rovine e scheletri polverizzati.

Ma alla fin della licenza quel che tocca, e rimbomba nel cervello, è un tappeto iraniano dell’800 appoggiato al muro della documenta Halle in tutti i suoi dieci metri e passa di lunghezza, e una scritta, che mi ricorda gli Einstürzende Neubauten, intercettata su una pezzo di cemento quando ormai brandivo le chiavi della macchina, e pensavo che fosse tutto finito.