Archivia per Luglio, 2007

germania statte zitta

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 29, 2007 da Simone Buttazzi

L’altro pomeriggio, mentre il dottor Odini scorazzava, ho letto cosa c’era scritto su alcune panchine. Cinque, una di di fianco all’altra. E ho pensato a questo bel post di Michele. Adoro l’apriorismo delle elucubrazioni ogni volta che viene annunciato il programma di Venezia, di Cannes o della Berlinale.

Quest’anno a Venezia, tanto per dirne una, passeranno Yussef Chahine con un titolo che è tutto un programma, Le chaos, e Wes Anderson, con l’atteso The Darjeeling Limited, commedia su tre avursi fratelli che viaggiano l’India in treno (con musiche tratte da film di Ray e bollywoodiani), nonché, sempre suo, un corto corticino chiamato Hotel Chevalier. E ancora: Todd Haynes con il suo biopic schizoide su Bob Dylan, il redivivo Peter Greenaway che smerletta sulla Ronda di notte di Rembrandt, Ang Lee, Nikita Mikhalkov, Eric Rohmer e Miike Takashi col primo spaghetti western made in Japan: Sukiyaki Western Django.

Fuori concorso sbarcano Woody Allen col Sogno di Cassandra - che, corriggetemi se sbaglio, non si faceva vedere al Lido dal 2001 - Claude Chabrol, Manoel de Oliveira e Kitano che prosegue il suo personale otto e mezzo cominciato col gordiano (nel senso di nodo) Takeshis: il nuovo pastiche si chiama Kantoku Banzai! (Gloria al regista!) ed è una balade di genere in genere sotto il segno di una comicità demenziale à la Getting any?

Tra le chicche, cinque schegge (lunghe come film) targate Alexander Kluge, un nuovo documentario di Jonathan Demme avente come fulcro il vecchio Jimmy Carter e un esempio di scenografia filmata, cioè a dire la testimonianza dell’ultimo tour di Lou Reed, Berlin, attraverso il lavoro scenico prestatogli dall’amico Julian Schnabel.

La Germania (Kluge a parte) tace. Nella sezioni orizzonti è indicato Staub di Hartmut Bitowsky, e in concorso si intercetta solo la co-produzione dell’ultima sparata di Ken Loach, It’s a free world… Bisbigli e fischiolini nell’anno che ha fatto mettere in bocca a molti, senza criterio alcuno, l’etichetta di Nuovo cinema tedesco. Da non confondersi col Giovane, quello di Oberhausen e dei fantastici, densi e autorialissimi anni ‘70. Mah.

i dieci comandamenti del socialismo reale

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 26, 2007 da Simone Buttazzi

Ernst Richert pubblicò nel 1964 un libro dal bel titolo Das Zweite Deutschland - Ein Staat, der nicht sein darf, per i tipi dell’editore Sigbert Mohn. La seconda Germania - uno stato che non dovrebbe esserci (anzi, che non ha la legittimità per esistere) è un testo molto meno propagandistico di quel che sembra. Trattasi di un saggio che, a partire da fonti sia della BRD, sia della DDR, si propone di analizzare con la massima obiettività i meccanismi che condussero alla nascita della Repubblica Democratica, e i meccanismi che a quel tempo la regolavano. La tesi di Richert è cristallina e per certi versi sconvolgente: non solo la DDR, ma anche la Repubblica Federale altro non erano che Provisoria, stati farlocchi creati senza il consenso del Volk (il popolo) e destinati, prima o poi, a sciogliersi come burro. Fondendosi, auspicabilmente, in un’entità unica. Uno stato-nazione. Perché, come recita la citazione in esergo di Christian Morgenstern: "weil, so schliesst er messerscharf, nicht sein kann, was nicht sein darf". Così concluse egli acutamente: non può esistere ciò che non ha il diritto di esistere.

Tra i molti materiali interessanti introiettati da Richert c’è anche un famigerato decalogo che Walter Ulbricht, primo grande segretario della SED, snocciolò nel 1958 in occasione del quinto Parteitag. Sulla carta, un congresso di partito. Nei fatti, una sorta di festa nazionale durante la quale il Partito Unitario Socialista Tedesco emanava le nuove direttive. Ulbricht volle contrastare, con questi suoi comandamenti, le poche sacche di cristianesimo rimaste nel Paese, offrendo al popolo dieci comandamenti equipollenti a cui votarsi. Eccoli:

1) Ti devi sempre impegnare per la solidarietà internazionale della classe operaia e di tutti i lavoratori, così come per l’unità infrangibile di tutti i Paesi socialisti.

2) Tu devi sempre amare il tuo Paese ed essere costantemente pronto a impegnare tutte le tue forze e le tue capacità per la difesa del potere operaio e contadino.

3) Tu devi aiutare a sconfiggere lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.

4) Tu devi compiere buone azioni per il socialismo, perché esso vuole condurre a una vita migliore per tutti i lavoratori.

5) Tu devi, nella costruzione del socialismo e in uno spirito di soccorso reciproco e di collaborazione cameratesca, rispettare la collettività e dare ascolto alle sue critiche.

6) Tu devi proteggere e accrescere la comunità costituita dal popolo.

7) Tu devi aspirare al miglioramento delle tue prestazioni, al risparmio e al consolidamento della disciplina lavorativa socialista.

8 ) Tu devi crescere i tuoi figli nello spirito onnicomprensivo della pace e del socialismo, fino a renderli uomini saldi nell’animo e forti nel corpo.

9) Tu devi vivere in salute e pudicizia, e proteggere la tua famiglia.

10) Tu devi essere solidale con tutti coloro che combattono per la liberazione del loro popolo e per l’indipendenza del loro Paese.

in questo anno con tredici lune

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 23, 2007 da Simone Buttazzi

Rainer Werner conobbe Armin sul set di Faustrecht der Freiheit (Il dirittto del più forte, 1974). Si piacquero. Faustrecht fu il primo film tedesco ad affrontare di petto l’argomento dei diritti degli omosessuali, sei anni dopo la metafora di Scene di caccia in bassa Baviera, di Peter Fleischmann. Il 1974 fu anche l’anno dello straordinario Le lacrime amare di Petra von Kant, Kammerspiel interamente al femminile con svolta lesbo. RWF era in gran forma.

Il 1977 rappresentò il culmine degli anni di piombo per la Bundesrepublik, con l’assassinio dell’industriale Schleyer. Tra la fine dell’anno e l’inizio del ‘78 un manipolo di registi, Fassbinder compreso, realizzarono una sorta di instant movie politico corale, Germania in autunno. Schlöndorff, Kluge e Reitz giocarono le carte più disparate, tra la cronaca e l’allegoria. Fassbinder scelse di mettersi in scena nudo e crudo nella sua quotidiniatà, in compagnia di Armin. Pubblico e privato si fusero nella dissezione di un momento di crisi. Pochi mesi dopo, Armin Meier morì di overdose.

Il 1978 fu l’anno di In einem Jahr mit 13 Monden, pellicola che valse come elaborazione di un lutto e riflessione sul suicidio. Protagonista il transessuale Elvira, interpretato da Volker Spengler. Un anno con tredici lune parte dal presupposto che il 1978, così come il 1929, il 1957 e, nel futuro prossimo venturo, il 1992 e il 2007, sia un anno fatale per chi vive equilibri emotivi precari. Perché ci sono tredici lune.

Poco conta la sinossi. La pellicola è infarcita di monologhi spesso improvvisati, personaggi fulminanti, idee, come suolsi dire, molto avanti per l’epoca. Una lunga sequenza in un macello non risparmia nulla delle atrocità che vi vengono consumate. Immagini televisive sgranate squadernano la consueta qualità fotografica della visione. Si gira in un luogo di battuage così come in una grande azienda il cui capo è ossessionato da Jerry Lewis. La colonna sonora si appropria in più di una occasione delle note di Amarcord. E alla fine, con un piano sequenza da sublime kantiano, il film si chiude con una suora che scende le scale dopo aver squadrato tutti gli astanti, sul luogo di un suicidio. Rainer Werner morì il overdose il 10 giugno 1982, a Monaco. Ha sempre saputo quel che faceva e amava ripetere, tra una sigaretta, una telefonata e una scena girata con foga: "dormire? quando sarò morto ne avrò tutto il tempo".

errata corrige

Pubblicato su [comunicazioni di servizio] il Luglio 20, 2007 da Simone Buttazzi
L’indirizzo di questo blog non cambierà.

Tra qualche mese si passerà a http://kitsch.blogdrops.com
I contenuti di questa pagina resteranno dove sono.

La migrazione è stata sconsigliata per via dei pastrocchi tecnici
che hanno sconquassato l’attuale piattaforma nel corso dell’ultima settimana.

kitsch is a beautiful world

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 20, 2007 da Simone Buttazzi
1970. Barry Ryan - vero cognome: Sapherson - si piazza trentasettesimo nello sfiancante agone della classifica dei dischi inglese con un singolo chiamato Kitsch. Lo stesso singolo, forse per via delle radici mitteleuropee e dell’abbondanza di saggi germanofoni in materia, arriva decimo nella (ovviamente) top ten della Repubblica Federale Tedesca. 2007. Marc Almond, vecchio frontman dei Soft Cell, protagonista 20 anni orsono della gay pop revolution insieme a Boy George, Pete Burns e Jimmy Somerville - nonché ex modello di Pierre et Gilles - torna con un album di cover intitolato Stardom Road. Tra queste cover, Kitsch. Del cui ritornello ci appropriamo, in questa sede (e in questa), previa lieve storpiatura nella seconda strofa: Kitsch is a beautiful word / it’s a beautiful world / it’s a beautiful lullaby.

tra poco si cambia

Pubblicato su [comunicazioni di servizio] il Luglio 13, 2007 da Simone Buttazzi
A partire dal prossimo aggiornamento, l’indirizzo di questo blog sarà
http://sinbad.blogdrops.com

Un primo passo verso la migrazione a questo URL:
http://kitsch.blogdrops.com

top (e bottom) trenta

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Luglio 13, 2007 da Simone Buttazzi

Zitty, che è un po’ il Time Out berlinese, propone una classifica così concepita: i trenta omosessuali più importanti di Berlino. Fissi e non, cioè a dire chi ci vive tutto l’anno e chi, come Rufus Wainwright o Jake Shears dei Scissor Sisters, ha giusto un pied-à-terre dove passare qualche fine settimana. Un concetto ben sviscerato dalla vecchia canzone di Hildegard Knef, attrice leggendaria e icona della schwulkultur: Ich hab’ noch einen Koffer in Berlin. Ho ancora una valigia a Berlino. Segue selezione dalla ricca lista:

* trentesima posizione: Monique Berger, organizzatrice della serata Café Fatal nello storico locale SO36, a Kreuzberg. Danze antiquate a suon di Schlager (la musicaccia popolare tedesca), sotto il segno dell’ironia.

* ventinovesima posizione: Rosa von Praunheim, regista militante fin dal 1971. Suo, fra le altre cose, l’esilarante cortometraggio Can I be you Bratwurst, please? (1999), avente come protagonista Jeff Stryker, star del porno gay.

* diciannovesima posizione: Peter Plate, cantante dei Rosenstolz, duo adorato dai gay crucchi. Plate combatte da anni come un leone per i diritti della comunità LGBT. Non aggiungo "Q" perché sennò mi sa di LHOOQ.

* diciottesima posizione: Guido Westerwelle, segretario della FDP, partito di centro-destra la cui collocazione nello spettro parlamentare è assimilabile a quella di Forza Italia, ma con un peso elettorale analogo a quello di AN. Paragoni nonostante, trattasi di un partito rispettabile. Guido fece coming out nel 2004 in compagnia del suo fidanzato, presentandosi simpaticamente come Tante Guido, cioè a dir Zia Guido. Con un altro paragone forzato, il buon Guido è una sorta di Cecchi Paone che non ha bisogno di aggrapparsi a concetti peregrini come l’omoaffettività.

* sedicesima posizione: Matthias Landwehr, agente letterario con un fiuto infallibile. Grazie a lui, soggetti come Wladimir Kaminer (il Nori tedesco, di origine russa) o Florian Illies sono diventati dei casi letterari.

* tredicesima posizione: Norbert Bisky, signor pittore che porta innanzi un discorso estetico legato a doppio filo con la vecchia propaganda giovanile della DDR (vedasi figura)

* decima posizione: Thomas Hermanns, fondatore del Quatsch Comedy Club, fulcro della comicità schwul. Un fenomeno culturale di portata nazionale, che setta l’agenda ridarola gay al pari della serie britannica Absolutely fabulous.

* nona posizione: Gloria Viagra, "drag queen politica". Regina della notte e delle dimostrazioni diurne di piazza.

* ottava posizione: Norbert Thormann e Michael Teufele, i re della notte. Fondatori del Berghain, il locale notturno assurto a sinonimo del clubbing galattico. O così dicono.

* settima posizione: Bruno Gmünder, editore. La guida Spartacus l’ha inventata lui nel 1987.

* quarta posizione: Wieland Speck, a capo della sezione Panorama del festival di Berlino. Anche lui ebbe una grande idea nel 1987: dare uno spazio fisso al cinema gay nell’ambito della Berlinale, e assegnare annualmente il Teddy Award, premio trasversale (interessa tutte le sezioni del festival) deciso dai voti del pubblico.

* terza posizione: Volker Beck, politico dei Verdi. Se in Germania ci si può sposare anche tra persone dello stesso sesso, è anche e soprattutto merito suo e del suo lavoro svolto sotto l’amministrazione Schröder.

* prima posizione: il sindaco. Ich bin schwul - und das ist auch gut so.

ci piace scatologico

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 10, 2007 da Simone Buttazzi

L’altra sera sono stato graziato dalla visione del classico film che non ti aspetti. Tutto merito di due aussie di passaggio, che in valigia si sono portati dietro un film fatto a casa loro, a Melbourne e dintorni. Il titolo è Kenny e gli autori sono i fratelli Jacobson, per ora Carneadi - almeno alle mie orecchie - ma in futuro, chissà, i Peter Weir, i George Miller o i Rolf de Heer degli anni 2000. La locandina descrive Kenny come un "dramatised documentary", cioè a dire un documentario che invece di rincorrere la realtà, la mette in scena. La falsifica. Dato il taglio della pellicola, il termine più corretto è mockumentary, cioè a dire documentario beffa, il cui obiettivo è prendere giocosamente per il naso lo spettatore e illuderlo che quello che vede è vero tutto tutto vero. Zelig (1983) è un mockumentary; Forgotten silver (1995), di Peter Jackson, è un mockumentary; anche Borat (2006), per certi versi, anche se troppo iperbolico. Se chi guarda Kenny non sa che l’attore principale è il fratello del regista, nonché co-sceneggiatore e co-produttore, si può tranquillamente convincere che le vicende di questo araldo dei cessi, ben piantato e con la esse fischiante, siano un prelievo fedele dalla società australiana e che la sua vita di manutentore di bagni a prestito - le "cabine" che vediamo nei cantieri o nelle sagre, ad esempio - sia vita vera, registrata da una troupe eccezionalmente brava. Kenny è un novello Ulisse che solca il Mar della Fece, e non fa una piega. Perché è il suo lavoro da sempre. Si reca pure a una megaconvention a Nashville, dove scopre che le deiezioni sono il pane quotidiano di moltissime persone. Del resto, si sa, i business imperniati sulla fisiologia umana non muoiono mai. Spassoso (ma con i sottotitoli, anche inglesi, perché l’australiano è una bestiaccia), fluido e filmicamente lindo, Kenny è finora la grande sorpresa del 2007. A patto che vi scompisciate nell’udire la seguente ragione sociale: Henry the Turd.

turisti della superficie

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 7, 2007 da Simone Buttazzi

Mitch Cullin è uno scrittore poco conosciuto, almeno in Europa. In Italia, il benemerito editore Giano ha pubblicato il suo romanzo più recente, Un impercettibile trucco della mente (2005) - una perla da non lasciarsi sfuggire; inoltre, Fazi ha dato alle stampe Tideland (2000), con in copertina il manifesto del film che ne ha tratto Terry Gilliam cinque anni dopo. Cullin narra l’America profonda del sud-ovest e gli abissi profondi che si annidano nei nostri crani. Pare un incrocio tra gli stili e i temi di Lewis Carroll, Roald Dahl e Philip Ridley, con evocazioni grafiche degne dei fratelli di Coen e del Gilliam più ficcante e sobrio. Niente barocchismi prego: il fantastico sgomita in un angolo della stanza. Undersurface (2002) è un finto romanzo giallo che fa perno su un caso di sessualità tenuta troppo in armadio, che emerge in maniera traumatica. Mitch è gay e tratta l’argomento con grande franchezza, senza architettare drammi identitari o fare morali di sorta. Il suo intento è di trascendere il fatterello di cronaca e raccontare come funziona un essere umano che mente di default - a se stesso, in primis - e che si rifugia nei sogni perché pavido, mica fantasioso. Un negazionista della realtà costretto a fare un salto in superficie per via di un fatto di sangue. La morte lo sfiora e, volente o nolente, lo coinvolge. Lo carica di responsabilità. Seguono rivoli che si fanno fiumi. La pentola umana, scoperchiata, fa bum: e frammenti di sogno sbocciano un po’ dappertutto, a mo’ di gremlins.

italiano fa rima con caimano

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 4, 2007 da Simone Buttazzi

Tra una settimanina esce anche in Germania Il Caimano, un film del 2006 che non ha certo bisogno di sinossi o perifrasi. Quaggiù Moretti non è il dogmatico iddio che è in Francia, per cui, come suolsi dire, il pubblico non si è interrogato più di tanto sulle ragioni di questo ritardo, che a ben guardare, in termini distributivi esteri, ritardo non è. Il manifesto del film non mente: come sappiamo, il protagonista è il personaggio interpretato da Silvio Orlando, che si mangia la maggior parte della pellicola imbarcandosi in una storia di disamore che a me è parsa un po’ greve. Nella memoria resta lo straordinario incipit di genere, il finale nero come la pece e, sì, quelle sequenze. Quelle con Elio Capitani, il caimano. Ora. In Germania, come è successo in Italia sotto campagna elettorale, il film viene promosso come l’elaborazione di un caso politico e anticulturale ben noto. Il che, vista la sostanza del film, può essere fuorviante. Il caimano è solo in parte l’elaborazione di un lutto, come lo è La stanza del figlio. Un lutto che riguarda le teste degli italiani - ancora in corso. E come lo ribattezziamo questo film, nella sua versione tedesca? Der Italiener, cioè a dire l’italiano, l’uomo italiano per eccellenza. Scelta infelice, anzichenò.