Archivia per Giugno, 2007

dasein, drin sein

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 28, 2007 da Simone Buttazzi

Il Tagesspiegel di un paio di giorni fa pubblicava questo articoletto sulla percentuale di tedeschi che vivono, almeno un po’, anche nel fantastico mondo di internet. L’analisi si articola per Länder e per ceto, e arriva a due conclusioni: per la prima volta gli utenti crucchi della rete hanno superato quota 60%; nella capitale e in generale nel nord l’utenza registra picchi rimarchevoli. Fuori dal web restano le fasce più povere della popolazione e molte donne che si rifiutano di familiarizzare col mezzo. Sorprende inoltre che la Baviera, maxiLand ricco sfondato e politicamente rampante (con la sua CSU che resta una stampellona fondamentale per la CDU della Merkel), sia alquanto freddina nei confronti di internet, e preferisca andare in chiesa o sbronzarsi fino a inzaccherare di vomito i vestitoni tradizionali. Gruss Gott, dicono in Baviera invece di Hallo. Saluta Dio.

L’articolo usa due verbi: dasein (esserci: ma i lettori di Heidegger potrebbero scriverci una Treccani a margine) e drin sein - essere dentro, starci dentro, in senso lato far parte di. Ecco allora che, cifre e ceti a parte, è interessante pensare cosa significhi, adesso, essere utenti di internet. Surfisti vecchio stampo in cerca di schegge d’informazione? Loggisti che entrano con username e password per scambiarsi messaggi privati? Oppure araldi del web 2.0 che entrano nel rizoma per farcirlo e depredarlo in egual misura, per smontarlo, rimontarlo, deviarlo nel loro piccolo? Essere su internet, per quanto banale possa suonare, è una graffa ormai amplissima: un essere dentro che implica la condivisione di un sapere mondiale (in tempo reale, e a volte deliziosamente impreciso), un esserCi dalla consapevolezza pesante come un macigno che variegate forme di dipendenza e/o appagamento potenziano ogni giorno che passa, più che sfibrare.

il cane più arrabbiato del mondo

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 25, 2007 da Simone Buttazzi

Nel 1973, poco prima di imbattersi nei sicuri benefici della meditazione trascendentale, David Lynch dovette affrontare un assedio di veri e propri attacchi di rabbia. Schiumante rabbia. Road rage al volante (come avrebbero cantato i Catatonia un quarto di secolo più tardi), insofferenza nei confronti di moglie e famiglia, ambizione frustrata, Eraserhead che cresceva piano e gli ciucciava il portafoglio. Un bel grappolo di gatte da pelare. Al che, più o meno all’epoca in cui stese il soggetto di Blue velvet, ebbe questa idea. Un cane grosso, immobile, perennemente ringhiante. La bestia più incazzereccia del mondo, legata a una catena a prova di Zampanò nel cortile - con staccionata - della classica casa americana. Dalla finestra fa capolino il chiacchiericcio dei padroni: perle di orgoglioso qualunquismo, frammenti di quel che ci esce dalla bocca sovrappensiero, proprio a noi. Timbri spontanei della nostra corteccia inchiostrata. Dieci anni dopo, Lynch cominciò a pubblicare la striscia sull’L.A. Reader, a cadenza random. Proseguì fino al 1992, poi riprese brevemente tra il 2001 e il 2003. La striscia non è mai stata tradotta in italiano, ma alcuni esemplari si trovano, ad esempio, sul volume Panta dedicato al cinema che Ghezzi curò verso la metà degli anni ‘90.

anno tiziano

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 22, 2007 da Simone Buttazzi

Ho la vaga impressione che stavolta il galeone lo finisce davvero. E apriti cielo, o apritevi inferi - che poi son la stessa cosa. Col numero duecentocinquanta si dovrebbe chiudere un primo periodo di emersione dopo anni, e anni, di stasi su oceanici fondali. A far solitari col pc. Tiziano è saltato su nella primavera del 2006 con Il tornado di Valle Scuropasso, romanzo di una crisi munita di terzo occhio, breve, senza un filo di grasso, una lettura che sintetizza al meglio quanto pubblicato da lui fino al fatidico 1997 di Non è successo niente - libro-débacle da salvare senza far caso agli esiti commerciali. Dannati, orbi esiti commerciali. E poi è saltato su con una serie di begli albi, da Ucronìa al dittico L’assassino è tra noi-Marty, che hanno in comune il fatto di essere trasposizioni - più o meno plagiarie - di film, alla vecchia insomma, come quando vent’anni fa Tiziano titolava Killer! ma significava Terminator. E’, anche questo, un genere letterario che Sclavi ha portato a privata maturazione, una maturazione anale, fanciulla, ombelicale senza colpe. Una gioia per la lettura e bòna lè. A noi che ci piace lo Sclavi razionale e alleniano delle Etichette delle camicie, Ascensore per l’inferno spaventa un po’. Perché l’immaginazione scatenata dopo un po’ finisce di stupisce, e troppe licenze fanno solo un casino da sbadiglio. Sempre che non sia Golconda. E allora non vediamo l’ora, e siam pronti a far tanto di bombetta.

man of good fortune

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Giugno 19, 2007 da Simone Buttazzi

Un uomo si aggira per l’Europa. Ha profonde rughe d’espressione e delle vene grosse così che gli alterano la silhouette degli avambracci. Nei manifesti ha grossomodo la stessa espressione della copertina di Ecstasy, 2000 (and you and I / we’d sleep beneath a moon / moon in June and sleep till noon), la scenografia dello spettacolo è curata dall’artista e regista Julian Schnabel - quello dei quadri di piatti rotti - e a coadiuvarlo nel canto c’è un coro di bimbi niuiorchesi e tanto di archi, fiati e via andare. In queste settimane Lurìdo - c’è chi lo chiama, affettuosamente, così - porta in giro Berlin a fare la pipì. Sono passati più di trent’anni dalle vicissitudini della coppia di bighelloni con la siringa appesa al braccio, narrate in pezzi come Caroline says, Sad song, l’eponima Berlin. E di eponimia in eponimia succede che il nostro affezionatissimo finisca proprio lì, dove si immaginò che fosse cominciato tutto.

Venezia, Kassel, Lione

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 16, 2007 da Simone Buttazzi

Quest’anno sono almeno tre gli appuntamenti prelibati con l’arte contemporanea. Due sono già partiti: la Biennale di Venezia e la quinquennale di Kassel, meglio nota come Documenta. In autunno aprirà i battenti la Biennale di Lione. Una biennale, o una quinquennale che sia, altro non è che un’enorme mostra temporanea, articolata in percorsi e sparpagliata in più punti della città. A Venezia si scarpina tra i vecchi Giardini e i loro padiglioni fascisti, il lungo, fresco rettilineo dell’Arsenale e i singoli padiglioni-ciliegina tra calle e calle. A Lione il pezzo forte è l’imponente Sucrière, ambiente industriale riqualificato a mo’ di Tate Modern. A Kassel i punti focali sono quattro, a cominciare dal Museum Fridericianum e le sue colonne bianche. Sono esperienze saturanti e monstre, a volte dettate da assurdi bilancini geopolitici o dalle classifiche dei nomi che fanno più fico. Ciononostante, difficile uscirne senza almeno una folgorazione nella cornea, o ancor meglio nella corteccia. Una biennale non è una fiera. Quindi ciò che si vede (esperisce) non ha un prezzo, non ha la targhetta del gallerista e non sta lì per far secernere saliva. Una biennale è una tentata fotografia dell’ora e del qui (questo pianeta), limitatamente alla gioia e al divertimento dell’arte. Ciò non esclude che vengano esposte opere di tempi passati. Quel che conta, è la frase che si articola, che ognuno legge a modo proprio. Se mi si chiedesse qual è un bel posto, io direi la sala bianca, silenziosa, fresca di allestimento, di una cosa così.

squartando Lebowski

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 13, 2007 da Simone Buttazzi

Che fine ha fatto Tideland di Terry Gilliam, tratto dal bel romanzo di Mitch Cullin? Chi è che tiene in magazzino quel bell’incrocio tra Lewis Carroll e il Wes Craven di The people under the stairs (1992), meglio noto come La casa nera? La casa in questione, nel romanzo, si chiama Senti come dondola, e leggere il libro può essere un’ottima forma di consolazione - nel frattempo. Perché Mitch Cullin è un autore maiuscolo, versatile e ingiustamente misconosciuto (coccarda di merito alla Giano, che ha pubblicato Un impercettibile trucco della mente), e perché l’edizione tie-in della Fazi rende bene l’universo infantilisergico del testo uscito nel 2000. Con tanto di padre crepato di overdose immerso nella sedia a dondolo del salotto, capelli fricchettoni camicia fantasia e occhiali scuri. Sembra proprio, ed è lui: sul grande schermo, il cadavere risponde al nome di Jeff Bridges. Tra le pagine del libro, il cadavere è un padre assente e massivo di cui la piccola Jelize-Rose non sa che farsene. Buone nuove: i vicini, invece, sì.

e allora

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 10, 2007 da Simone Buttazzi

Mambo si chiama il nuovo museo d’arte moderna e contemporanea della città di Bologna, nato come rimpiazzo (al quadrato) della vecchia, splendida Gam. La temporanea d’esordio si chiama Vertigo e tratta il rapporto tra arte e media. Andrea m’ha detto che dentro c’è un telefono che se alzi la cornetta c’è una voce femminile che ti parla in inglese e tu credi che non sia registrata, tant’è che cominci a risponderle e dopo un po’ ti dice di urlare. Ora, io ci vorrei proprio fare un salto al Mambo, solo che costa nove - e dico: nove - euro, diciamo pure tre volte tanto l’entrata alla vecchia, splendida Gam, e poi non ho più le carte in regola (o la faccia di bronzo, dopotutto c’ho trent’anni suonati) per spacciarmi studente e l’assessore Guglielmi ha già abbassato la carta del giorno a entrata libera. E allora che faccio. Ci ronzo attorno, come una lucciola nei viali. E scopro che su via Don Minzoni le vetrine del museo sono sormontate da due frasi niente male. Baloccamenti a firma Bergonzoni, noto bolognese al pari di Vito, Mingardi o Comaschi Giorgio. Bergonzoni lo vedi ogni tanto con i luridi capelli al vento che cavalca la sua moto sborona. Sappiamo tutti cosa ci fa alle parole, e con quale lodevole insistenza scansi il mezzo televisivo preferendo il teatro e la Mondadori. Bergonzoni ha secreto due frasi ora tatuate sul corpo del museo; queste due frasi sono gratis, le facciamo nostre e qua le schiaffiamo, imbavagliate nel freddo luminoso della rete.

vegan kebab

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Giugno 7, 2007 da Simone Buttazzi

Non solo falafel. Sul finire di Boxhagener Straße, a destra, zitto zitto bbòno bbòno, c’è un negozietto casalingo che confeziona Döner vegetali. Dicesi: Vöner. I due proprietari hanno aperto da poco, sotto il segno della sobrietà e del profondo spartanesimo. Bravi. Tre tavolacci in croce, un frigo con "Getränke" scritto sopra a pennarello, una pila di fumetti à la Crumb editi dalla Malatempora berlinese pieni zeppi di umori corporali e di parole scritte come si pronunciano in gergo. Il piatto forte è il pane ciabatta lacerato e iniettato d’ingredienti fino a gonfiarsi come un rospo. Il classico Döner. Solo che a far compagnia ad aglio, cipolle ed erbette non ci sono frattaglie varie ed eventuali, bensì un mix di seitan e verdure. Che il negoziante sega via da un malloppo rotante, esattamente come capita col barbaro Döner. Il tocchettone rotante, scaldato all’uopo, ha una consistenza meravigliosa e commovente, quasi da moquette arrotolata. Si veda la figura 2. Quando precipita nel pane e finisce sotto i denti eccola, questa pasta densa e saporita, che ti titilla le papille e ti fa chiudere gli occhi, felice. Per quei cinque minuti buoni. Tanto buoni. Importiamoli.

scissors?

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 4, 2007 da Simone Buttazzi

A festival di Cannes rumenamente (e amenamente) concluso, un frammento lynchano meglio tardi che mai. Trattasi del contributo del regista di Missoula al film collettaneo Chacun son cinéma, marchettona che celebra sessan’anni di Croisette assemblata a partire dalla crème del cosiddetto cinema di qualità. Trentacinque registi affermati, tre minuti ciascuno. L’idea di base è cimentarsi con la sala cinematografica, un po’ come fece Marco Ferreri con Nitrato d’argento (1996), suo ultimo film prima di schiattare dieci anni e un mesetto fa. Pare che - Cronenberg a parte - nessuno degli invitati ci abbia dato dentro con un po’ di sano scoramento anticelebrativo. In questo, Lynch si accoda alla massa dei registi laureati, ma come al solito il breve formato gli giova all’estro. Scatta memoria di un filmone-calendario-dell’avvento simile a questo, Lumière et compagnie, prodotto con capitali francesi nel 1995 per lisciare il pelo a cento anni di cinema. Il Dogma (1895) di allora, ben più stimolante, fu di usare la storica macchina da presa dei Lumière, confezionando corti di un minuto scarso. E in quell’occasione Lynch ebbe premonizioni davvero capaci di darci un taglio, altroché.


v for vomit

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Giugno 1, 2007 da Simone Buttazzi

Una domanda si aggira da anni per la Germania, accompagnata da una risposta nella seconda persona singolare. Questa risposta è: du bist Deutschland. Come dire chi è la Germania, ma che diamine è facile, la Germania sei tu. Un po’ come la Coop. La domanda è naturalmente retorica e la risposta, per quanto mossa da buone intenzioni, esce spesso da certe bocche, tipo quelle di chi vota NPD. Subendo, ivi, un bizzarro ribaltamento di senso. Ma se mi si chiedesse chi è la Germania io farei un nome e un cognome: Vicki Vomit. Nato a Erfurt più di quarant’anni fa, Vicki è un capellone con la chitarra intento in un tour perenne di localino in localino, dove si esibisce come stand up comedian e strimpella canzoni parodistiche . Quasi un David Riondino del centro Europa tendente alla Scandinavia metal, quella che stacca la testa ai corvi morti e urla col microfono in gola e la voce di tenebra. O un Elio, ecco, un Elio ibridato con Alice Cooper. Vicki è un buon cristiano, uno che lavora sodo. Memorabile il suo esordio del 1994, Ein Schritt nach vorn, cioè a dire Un passo in avanti, per tacere del capolavoro datato 2001, Ficken für Deutschland (basta cambiare la i in u) o del suo ultimo dvd, Die Globale Erwärmung: unser Weg aus der Krise - Il riscaldamento globale: come uscire dalla crisi. Sì. Vicki Vomit ist Deutschland.