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Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Maggio 29, 2007 da Simone Buttazzi


Il buongiorno del socialismo reale è dato da una famiglia che scampagna lasciandosi alle spalle un panorama piatto, modestamente urbano, intensamente industriale. Un vicino cafone, sulla destra, li spia al di là della staccionata. Questo dipinto fu una delle icone dell’epoca Honecker, un’eternità spalmata dai primi anni ‘70 all’89. Erich Honecker: segretario della SED - il partito socialista unitario della Repubblica Democratica Tedesca - occhiali dalla montatura nera, spessa, squadrata, sguardo serio e inamovibile, uomo di potere miope dinanzi ai mutamenti della storia e dello Zeitgeist. Per gli alti burocrati, il quadro di Mattheuer significava la realizzazione dell’utopia socialista. Per i fedeli alla linea, la dimostrazione che anche i comunisti sognano, e che i sogni possono diventare realtà. Per i detrattori - rari, e silenti - Guten Tag tratteggiava alla perfezione quel desiderio di fuga che tutti, più o meno, covavano e cercavano di tenere a bada. Come dire che la famiglia del dipinto non marcia trionfalmente nel paesaggio, ma cerca come meglio può di lasciarselo alle spalle.Parteidiktatur und Alltag in der DDR (Dittatura di partito e vita di tutti i giorni nella RDT) è una mostra allestita dal Deutsches Historisches Museum. Uno schiaffo all’indegno franchising del DDR Museum e della sua superficialità a uso e consumo turistico. La mostra affronta in profondità la vita pubblica e privata ai tempi della DDR, per quanto questa distinzione fosse di fatto vanificata dalla paranoia imposta dalla Stasi. I quarant’anni della DDR furono l’anomalo scotto pagato da una Germania sconfitta, il cui popolo - uno e uno solo - si vide diviso da frontiere concrete e, quel ch’è peggio, ideologiche. Ora la DDR rivive solo in ambito museale, con tutti i suoi sogni di plastica e le sue contraddizioni. Su cui torneremo presto, almeno per chiarirne lo spettro politico. Visto che, nonostante la “dittatura” della SED, c’erano le elezioni e c’erano anche altre forze politiche.Negli spazi della mostra ci s’imbatte in un foglietto ciclostilato che elenca gli otto comandamenti del Mitläufer, letteralmente colui che corre insieme agli altri, lemming verso il burrone. Mitläufer è il fiancheggiatore, quello che segue la massa, il letto già scavato, l’omarino che fa di tutto per non essere mai un’eccezione e accetta supinamente le regole non scritte del quieto vivere e del bonario fottersi l’un l’altro. In clima di Stasi, essere un Mitläufer era la regola numero uno per non avere grane. Tali comandamenti recitano:1) Falle niemals auf; was sollen die anderen von dir denken.Non farti mai notare: non si può mai sapere cosa possono pensare gli altri.2) Sage immer deine Meinung, wenn die anderen der gleichen Meinung sind.Esprimi sempre la tua opinione quando gli altri la pensano allo stesso modo.3) Mache immer das, was du für richtig hältst, wenn du erwarten kannst, dass die anderen dich dafür loben.Fa’ sempre quello che ritieni giusto, se riesci a prevedere che gli altri ti loderanno per averlo fatto.4) Schaue immer darauf, was für dich rausspringt, denn nur die Dummen machen mal was umsonst.Bada sempre a quel che te ne viene in tasca, poiché solo gli scemi fanno le cose gratis.5) Sorge immer dafür, dass du im rechten Licht dastehst; wer sollte das sonst für dich besorgen.Cerca di apparire sempre in buona luce: non si sa mai chi potrebbe cominciare a farsi delle domande su di te.6) Sieh zu, dass du in deinem Freundeskreis immer vornan bist; du willst doch nicht das schwarze Schaf sein.Vedi di primeggiare sempre nella tua cerchia di amici: non vorrai mica essere la pecora nera, vero?7) Wenn man jedem zujubelt, dann juble kräftig mit; wer auf der Seite der Mächtigen steht, braucht sich um nichts Gedanken zu machen.Quando si celebra qualcuno, celebralo anche tu, e con entusiasmo: chi sta dalla parte dei potenti non ha bisogno di farsi dei problemi.8) Nutze jede Gelegenheit, in der Masse unterzutauchen; denn wer nicht auffält, muss auch keinem Rechenschaft über sein Tun geben.Sfrutta ogni occasione per confonderti con la massa, poiché chi non dà nell’occhio non deve render conto delle proprie azioni. Anonimo, Berlino, estate 1989. Volantino distribuito durante una manifestazione.
Ma trent’anni prima. Trent’anni prima Lou Reed tentò subito di scrollarsi di dosso l’etichetta di artista mainstream. Ce la fece nel 1974 col portentoso disco strumentale Metal machine music, decine di minuti di distorsioni chitarristiche e bòna lè. Nel 1973, intanto, aveva immaginato il viaggio di due junkie nella capitale divisa per eccellenza, spezzato in canzoni e raccolto in un album epocale: Berlin. Quattro anni dopo fu Bowie a metterci piede, in carne e ossa, sfornando due pietre miliari nel giro di una manciata di mesi. Low e "Heroes".
Da quel momento in poi, la capitale tedesca è entrata nell’immaginario musicale come una fabbrica di suoni all’avanguardia, un porto dove ancorarsi - per un pochetto, non di più - per annusare l’aria e infondere alla propria produzione un pizzico di cutting edge. Anche Rufus Wainwright ha fatto un salto a Berlino. C’è venuto l’anno scorso con l’intento di scrivere e produrre il suo nuovo album, uscito da poco: Release the stars. Trattasi della prima volta che Rufus si produce da sé e ha, come suolsi dire, il final cut. Con la differenza - rispetto alle leggende metropolitane - che Herr Wainwright non si è trasferito in Mitteleuropa per iniettarsi stimoli elettronici o scapigliamenti maledettisti. Rufus si è trasferito nell’altolocato quartiere di Tiergarten, ha scansato l’alcool e ha visitato i tanti castelli e le ville intinte nel sangue blu sparpagliate nel Brandenburg, prima fra tutti la reggia di Sans Souci. E di questo canta nel suo album più disteso e ispirato, orgogliosamente demodé. E per nulla, per nulla fuori tempo massimo.
Questo per segnalare un blog chiamato Turn of the century. Trattasi di una pagina statica che vale come una bibliografia personale. Appesi a Turn of the century troverete i saggi di cinema di Maurizio Cinquegrani, innamorato di Bergman, di Sjöström-Seastrom e del rapporto tra cinema e città. In particolare Londra, dalla nascita della settima arte ai tempi di Loach, Leigh e Kureishi.
Sono testi grondanti passione e attenzione al dettaglio, come il saggio in sei parti che fa le pulci al thatcherismo e ne rintraccia l’impronta colossale e le briciole umane tra Hampstead, Lambeth, le Docklands e le strade, più o meno anonime, in cui si trascinano i personaggi di film quali Meantime, High Hopes, o Naked, odissea/balade urbana a base di parole smitragliate a voca bassa, zoppicamenti e codici a barre.
P.S. su youtube sono disponibili tutti i 5 minute films di Mike Leigh. Da non perdere.
In cinquant’anni di carriera, Resnais ha realizzato documentari seminali (Notte e nebbia, sull’Olocausto, Tutta la memoria del mondo, su una biblioteca parigina, Il canto dello stirene, sulla produzione di un materiale plastico, più varie biografie di pittori: non ce n’è uno che non sia necessario) e una manciata di film che come suolsi dire non fanno una piega. Deleuze lo annovera tra i registi "mentali" (allo stesso livello di Kubrick) e tra quelli, come il Bunuel della terza età, che hanno piegato il tempo ai bisogni bizzosi e a volte inintelligibili della storia, intesa come plot o come tessuto di personaggi e magnifiche ossessione private, tavolta ingarbugliate e condivise alla meno peggio. Cuori non fa eccezione. Nonostante il titolo, e ancora poster e attori sorridenti nonostante.
La pellicola è ambientata in una Parigi murata da une neve perenne (digitale), e la neve funge anche da escamotage di raccordo, tendina da dissolvenza incrociata. Come la medusa dell’ultima sequenza di Parole parole parole (1997). Lo spirito del film è quello leggero e acuminato dell’ultimo Resnais, ad esempio la bellissima operetta Pas sur la buche (2003). Per quanto riguarda il soggetto, il regista francese ha rinnovato la collaborazione con Alan Ayckbourn, commediografo d’oltremanica da cui aveva già tratto il dittico Smoking / No smoking nel 1995. Destini incrociati, crisi e malumori rigorosamente in interni, azzardi affettivi destinati al naufragio. Il tutto (com)plottato con un’autentica geometria di cuore e di mente, una fearful symmetry. Il titolo del play originale, messo in scena per la prima nel 2004, è Private fears in public places.
Una delle sottotrame riguarda una videocassetta, oggetto del desiderio facente ormai parte della grande graffa in espansione del modernariato. Le videocassette hanno affascinato Atom Egoyan in più occasioni, hanno titillato il Lynch di Lost Highway e l’Haneke di Caché. L’uso che ne fanno Ayckbourn e Resnais non è particolarmente oiginale, ma l’elogio del videoregistratore scodellato dal vecchio André Dussolier in preda a una scuffia senza speranza genera un nuovo corto circuito tra sinapsi e ventricoli.