Archivia per Maggio, 2007

centosessantakilometri

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Maggio 29, 2007 da Simone Buttazzi

Iniziata nel 2002, completata l’anno scorso, questa sottile linea rossa non è una pista ciclabile come le altre. Segue passo passo la cosiddetta protezione antifascista eretta sotto il segretariato di Walter Ulbricht il 13 agosto 1961, nell’anno tredicesimo della DDR. Quando il potere passerà al successivo segretario della SED, Erich Honecker, la protezione serpeggiante verrà rinforzata e ampliata, fino a diventare quella che il popolo tedesco smartellerà via nel novembre dell’89. Nel gennaio dello stesso anno, il lungimirante Honecker aveva detto che ne sarebbe durati altri cento, di anni. Cose che succedono quando si sniffano i tempi ma si gira il capo dall’altra parte. Nata come un unico serpentello di cemento e filo spinato presidiato dai Vopos, diventerà col tempo un doppio serpentone parallelo coronato da garbugli arrugginiti e torrette, al centro del quale vige la landa desolata della polizia di confine, incaricata di sparare a vista. Una landa che è un’autostrada vuota, grigia, tra due guardrail alti tre metri o giù di lì. Ogni lato esterno del serpentone, specie quello che dà a ovest, è graffitato secondo i mutevoli costumi dell’arte urbana che piglia la pioggia e le intemperie (qua, frequenti): arte che scivola via come le madonne di gesso dei madonnari, senza protezione alcuna. Questi centosessanta kilometri che isolavano l’inviso spicchio di BRD dalla capitale della DDR - come dire il diavolo e l’acqua santa, ma il popolo, quello, uno - questi centosessanta kilometri ora sono una pista ciclabile da godersi con calma, senza mani.

the inner life of martin frost

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 26, 2007 da Simone Buttazzi

Entri in libreria, strabuzzi gli occhi, giri il libro, decidi che costa troppo, lo apri, leggi l’introduzione in forma di intervista che da sola occupa metà foliazione. Cosa leggi. Una storia che non avresti voluto scoprire. Nel 1999, a Paul Auster venne chiesto di girare un cortometraggio erotico. Lo scrittore americano conservava ancora intatto il credito di Smoke e Blue in the face, un dittico che vale come un hapax nella storia del cinema. Non un numero uno e un numero due, bensì un film (diretto da Wayne Wang) e quel che resta del film in termini di giorni di riprese risparmiati, noleggio attrezzature ancora valido e improvvisate collaborazioni amicali, il tutto sfruttato allegramente fino all’ultimo legittimo minuto e accatastato con leggerezza. Il trionfo dei fegatelli sul corpus del Film. Tanto Smoke è costruito e letterario - ma con uno splendido epilogo in forma di novella - quanto Blue in the face (co-diretto da Auster) è jazzy, libero, informe ma tracannabile come un bicchier d’acqua fresca. Nel 1999, dicevamo, questo credito era ancora intatto, e Auster si apprestava a girare il suo primo film da regista, Lulu on the bridge. La proposta del corto erotico d’essai lo titillò abbastanza da stendere un trattamento, di cui, tuttavia, non se ne fece un bel nulla. Almeno non in termini filmici. Paul Auster sa ruminarsi molto bene per cui, al momento di scrivere Il libro delle illusioni (2002), riprese il vecchio trattamento, lo virò al bianco e nero e lo trasformò in uno dei film perduti di Hector Mann, comico del muto ritiratosi a vita privata - di fatto segreta - col pallino del cinema fatto in casa, nel suo ranch. Piccoli, preziosi bric a brac di pellicola i suoi - un po’ come Blue in the face. Sulla carta, l’assenza di The inner life of Martin Frost è un’invenzione superba, che contribuisce notevolmente al fascino del romanzo. Trattasi di pane per il nostro terzo occhio di lettori. Martin Frost è uno scrittore e Claire è la sua musa. Purtroppo, Claire è una musa usa e getta, destinata a ispirarlo una e una sola volta. Tant’è che ogni parola che scrive Martin indebolisce la bella Claire, e l’ultima la uccide. Nel frattempo, Martin si è innamorato di Claire e decide di riportarla in vita nell’unico modo possibile: distruggendo il manoscritto che lei gli ha ispirato. E così è. Seguono sviluppi. Ora The inner life of Martin Frost è diventato un film a colori, prodotto dal celodurista del cinema d’essai Paulo Branco e interpretato da David Thewlis e Irène Jacob. Diretto da Paul Auster? Sì, diretto da Paul Auster. Non solo. Lo sliver tratto dal Libro delle illusioni, nella sua - non richiesta - interezza, è passato per le mani di un illustratore ed è pure diventato un libercolo a tiratura limitata, le cui prime pagine sono disponibili in formato pdf. A detta sua, Auster voleva cambiare aria dopo ben quattro romanzi in sei anni - gli ultimi due, superflui - e così ha pensato bene di accanirsi nella sua personale mise en abyme, nel suo ormai abituale ruminìo. Perché, ed è lui il primo a dirlo, del suo universo letterario non si butta via niente. Peccato che la mancanza di misura, quando si tratta di magia, conduce inevitabilmente a prestidigitazione di bassa lega.

al-qaedog

Pubblicato su soqquadri il Maggio 23, 2007 da Simone Buttazzi

Il dottor Odini è un rinomato luminare, le cui conferenze fanno il pienone e il cui codazzo di accoliti si snoda per le strade piegandosi in corrispondenza degli spigoli dei palazzi. E questo è risaputo. Meno risaputa la sua fama di troublemaker, che il dottore si guadagna ogni giorno sul campo mediante un’ampia graffa di attentati. Quali: sterminare i piccoli cani (wir müßen die kleinen Hunde ausrotten, questo il suo motto), fottere tutti gli altri (I’ll fuck anything that moves, dogma numero due) e altri obiettivi come impadronirsi di tronchi d’albero e trascinarli per sèmpre e sèmpre, cacare a go-go, dormire sul letto del Dado, divorare gli altrui tappeti e sfilacciare le moquette, varie ed eventuali a impronta. Grazie a questo straordinario pacchetto di malefatte portate a termine con burocratica precisione e burocratica pazienza, il dottor Odini viene ormai salutato con l’abusato termine di: terrorista. Abusato altrove. Lui, il termine, lo indossa come un guanto.

gli otto comandamenti del gregario

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 20, 2007 da Simone Buttazzi
 
Wolfgang Mattheuer, Guten Tag, olio su tela, DDR, 1975.

Il buongiorno del socialismo reale è dato da una famiglia che scampagna lasciandosi alle spalle un panorama piatto, modestamente urbano, intensamente industriale. Un vicino cafone, sulla destra, li spia al di là della staccionata. Questo dipinto fu una delle icone dell’epoca Honecker, un’eternità spalmata dai primi anni ‘70 all’89. Erich Honecker: segretario della SED - il partito socialista unitario della Repubblica Democratica Tedesca - occhiali dalla montatura nera, spessa, squadrata, sguardo serio e inamovibile, uomo di potere miope dinanzi ai mutamenti della storia e dello Zeitgeist. Per gli alti burocrati, il quadro di Mattheuer significava la realizzazione dell’utopia socialista. Per i fedeli alla linea, la dimostrazione che anche i comunisti sognano, e che i sogni possono diventare realtà. Per i detrattori - rari, e silenti - Guten Tag tratteggiava alla perfezione quel desiderio di fuga che tutti, più o meno, covavano e cercavano di tenere a bada. Come dire che la famiglia del dipinto non marcia trionfalmente nel paesaggio, ma cerca come meglio può di lasciarselo alle spalle.Parteidiktatur und Alltag in der DDR (Dittatura di partito e vita di tutti i giorni nella RDT) è una mostra allestita dal Deutsches Historisches Museum. Uno schiaffo all’indegno franchising del DDR Museum e della sua superficialità a uso e consumo turistico. La mostra affronta in profondità la vita pubblica e privata ai tempi della DDR, per quanto questa distinzione fosse di fatto vanificata dalla paranoia imposta dalla Stasi. I quarant’anni della DDR furono l’anomalo scotto pagato da una Germania sconfitta, il cui popolo - uno e uno solo - si vide diviso da frontiere concrete e, quel ch’è peggio, ideologiche. Ora la DDR rivive solo in ambito museale, con tutti i suoi sogni di plastica e le sue contraddizioni. Su cui torneremo presto, almeno per chiarirne lo spettro politico. Visto che, nonostante la “dittatura” della SED, c’erano le elezioni e c’erano anche altre forze politiche.Negli spazi della mostra ci s’imbatte in un foglietto ciclostilato che elenca gli otto comandamenti del Mitläufer, letteralmente colui che corre insieme agli altri, lemming verso il burrone. Mitläufer è il fiancheggiatore, quello che segue la massa, il letto già scavato, l’omarino che fa di tutto per non essere mai un’eccezione e accetta supinamente le regole non scritte del quieto vivere e del bonario fottersi l’un l’altro. In clima di Stasi, essere un Mitläufer era la regola numero uno per non avere grane. Tali comandamenti recitano:1) Falle niemals auf; was sollen die anderen von dir denken.Non farti mai notare: non si può mai sapere cosa possono pensare gli altri.2) Sage immer deine Meinung, wenn die anderen der gleichen Meinung sind.Esprimi sempre la tua opinione quando gli altri la pensano allo stesso modo.3) Mache immer das, was du für richtig hältst, wenn du erwarten kannst, dass die anderen dich dafür loben.Fa’ sempre quello che ritieni giusto, se riesci a prevedere che gli altri ti loderanno per averlo fatto.4) Schaue immer darauf, was für dich rausspringt, denn nur die Dummen machen mal was umsonst.Bada sempre a quel che te ne viene in tasca, poiché solo gli scemi fanno le cose gratis.5) Sorge immer dafür, dass du im rechten Licht dastehst; wer sollte das sonst für dich besorgen.Cerca di apparire sempre in buona luce: non si sa mai chi potrebbe cominciare a farsi delle domande su di te.6) Sieh zu, dass du in deinem Freundeskreis immer vornan bist; du willst doch nicht das schwarze Schaf sein.Vedi di primeggiare sempre nella tua cerchia di amici: non vorrai mica essere la pecora nera, vero?7) Wenn man jedem zujubelt, dann juble kräftig mit; wer auf der Seite der Mächtigen steht, braucht sich um nichts Gedanken zu machen.Quando si celebra qualcuno, celebralo anche tu, e con entusiasmo: chi sta dalla parte dei potenti non ha bisogno di farsi dei problemi.8) Nutze jede Gelegenheit, in der Masse unterzutauchen; denn wer nicht auffält, muss auch keinem Rechenschaft über sein Tun geben.Sfrutta ogni occasione per confonderti con la massa, poiché chi non dà nell’occhio non deve render conto delle proprie azioni. Anonimo, Berlino, estate 1989. Volantino distribuito durante una manifestazione.

going to a town

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 17, 2007 da Simone Buttazzi

Trentacinque anni orsono, David Bowie produsse Transformer, secondo album della carriera solista di Lewis Allan Reed. Il disco scalò le classifiche e la cosa mandò non poco in bestia l’ex frontman dei Velvet Underground, che per trent’anni tentò di sputare nell’occhio ceruleo del magro duca bianco. Poi fecero pace e Bowie si esibì nei panni del ranocchio nell’album The raven, 2003.

Ma trent’anni prima. Trent’anni prima Lou Reed tentò subito di scrollarsi di dosso l’etichetta di artista mainstream. Ce la fece nel 1974 col portentoso disco strumentale Metal machine music, decine di minuti di distorsioni chitarristiche e bòna lè. Nel 1973, intanto, aveva immaginato il viaggio di due junkie nella capitale divisa per eccellenza, spezzato in canzoni e raccolto in un album epocale: Berlin. Quattro anni dopo fu Bowie a metterci piede, in carne e ossa, sfornando due pietre miliari nel giro di una manciata di mesi. Low e "Heroes".

Da quel momento in poi, la capitale tedesca è entrata nell’immaginario musicale come una fabbrica di suoni all’avanguardia, un porto dove ancorarsi - per un pochetto, non di più - per annusare l’aria e infondere alla propria produzione un pizzico di cutting edge. Anche Rufus Wainwright ha fatto un salto a Berlino. C’è venuto l’anno scorso con l’intento di scrivere e produrre il suo nuovo album, uscito da poco: Release the stars. Trattasi della prima volta che Rufus si produce da sé e ha, come suolsi dire, il final cut. Con la differenza - rispetto alle leggende metropolitane - che Herr Wainwright non si è trasferito in Mitteleuropa per iniettarsi stimoli elettronici o scapigliamenti maledettisti. Rufus si è trasferito nell’altolocato quartiere di Tiergarten, ha scansato l’alcool e ha visitato i tanti castelli e le ville intinte nel sangue blu sparpagliate nel Brandenburg, prima fra tutti la reggia di Sans Souci. E di questo canta nel suo album più disteso e ispirato, orgogliosamente demodé. E per nulla, per nulla fuori tempo massimo.

l’arte del fallimento

Pubblicato su soqquadri il Maggio 14, 2007 da Simone Buttazzi

Al Kunsthaus di Basilea va in scena l’opzione numero uno in caso di mancato trionfo: la buona vecchia sconfitta, con o senza petto battuto o capelli strappati. Cantavano i Catatonia nel 1999: Victory is empty / there are lessons in defeat. Nel 1972, David Bowie è ancor più filosofo: Every time I thought I’d got it made / It seemed the taste was not so sweet. E allora perché vincere, quando fallire è più saporito? La mostra allestita a Basilea affronta i tanti volti dell’errare umano e del reiterato sbagliare - più che diabolico, umanissimo anzichenò. Ed Young, tanto per fare un esempio, prende un vecchio fotogramma con Christopher Reeve e l’intitola "It’s not easy", lasciando supporre che anche Superman ha le sue magagne. Trattasi anche di verso fatto alla canzonetta dei Five for fighting uscita nel 2001 Superman (it’s not easy), sorta di Hanno ucciso l’Uomo Ragno più lenta e zuccherosa. La realtà è che siamo davvero buffe creature in calzamaglia, fallimentari cronici anche in assenza di kriptonite.

fragole selvagge

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 11, 2007 da Simone Buttazzi

O selvatiche che dir si voglia, che è poi il titolo inglese del Posto delle fragole, 1957, di sappiamo bene chi. Protagonista del film il vecchio Victor Sjöström (americanizzato: Seastrom), grande regista svedese dei tempi del muto, emigrato oltreoceano nei tardi anni ‘20 per realizzare alcune pellicole tra cui spicca, imprescindibile, The wind (1928).

Questo per segnalare un blog chiamato Turn of the century. Trattasi di una pagina statica che vale come una bibliografia personale. Appesi a Turn of the century troverete i saggi di cinema di Maurizio Cinquegrani, innamorato di Bergman, di Sjöström-Seastrom e del rapporto tra cinema e città. In particolare Londra, dalla nascita della settima arte ai tempi di Loach, Leigh e Kureishi.

Sono testi grondanti passione e attenzione al dettaglio, come il saggio in sei parti che fa le pulci al thatcherismo e ne rintraccia l’impronta colossale e le briciole umane tra Hampstead, Lambeth, le Docklands e le strade, più o meno anonime, in cui si trascinano i personaggi di film quali Meantime, High Hopes, o Naked, odissea/balade urbana a base di parole smitragliate a voca bassa, zoppicamenti e codici a barre.

P.S. su youtube sono disponibili tutti i 5 minute films di Mike Leigh. Da non perdere.

il lupo e l’uccello

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 8, 2007 da Simone Buttazzi

Due gioielli pop freschi di pubblicazione. Il primo è Armchair Apocrypha di Andrew Bird, figura obliqua, diagonale, trasversalissima e anche un po’ sghemba del panorama musicale. Lo stile di Bird è sempre quieto e i suoi pezzi sono una gioia per le orecchie, anche quelle più distratte. Eppure offrono una stratificazione di suoni e melodie per nulla facilona, quasi matematica. Ogni tanto, fischiettante. Andrew Bird è un musicista orgogliosamente analogico, ossessionato dai palindromi - sì, è così - e dal mondo animale. Da tenere a portata di padiglione auricolare anche il penultimo, maravigloioso album The mysterious production of eggs.
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Il secondo disco è The magic position di quel giovanotto di Patrick Wolf, geniaccio sfrenato che non si fa mancare nulla quanto a dispositivi e diavolerie. L’effetto, stavolta, è suggerito proprio dalla copertina. Una giostra che flirta col kitsch e la malinconia. Metà album è pop squillante, una sorta di piccolo chimico della trovata e del ritornello; l’altra metà è riflessiva, all’insegna del basso profilo. Ospite d’onore, Marianne Faithfull. Basti questo.

drin drin

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 5, 2007 da Simone Buttazzi

Stan Marsh ha quasi nove anni e vive a South Park, Colorado. Ama gli animali, è molto razionale e dice le cosa come stanno. Ha un migliore amico, Kyle Broslowski, ebreo, nemico numero uno di Cartman, Eric, personalità manipolatrice e culo peso. Stan malsopporta la sua famiglia. Sua sorella è manesca e dispotica - non lasciatevi ingannare dall’apparecchio dentale particolarmente invasivo. Suo nonno, ridotto su una sedia a rotelle, irradia tutta l’aggressività e l’astio della terza età che odia in primis i rari momenti lucidi, perché riflettono la condizione in cui si è. Suo padre, infine, è un ex cantante ora geologo, afflitto dal passare degli anni che lo rendono, sempre più, uno scialbo pezzo di modernariato. Stan fa qualcosa quando è particolarmente imbarazzato, o non vorrebbe essere lì. E’ il suo freno a mano. Si stringe la radice del naso con la manina e serra gli occhi. Nell’immagine soprastante lo vediamo al telefono con Al Gore alle tre di notte. Al Gore ha bisogno di attenzione e Stan è troppo educato per mandarlo a quel paese. Questa cattura dal flusso di South Park la dice lunga sul rapporto con quel medium chiamato telefono. Invadente, piatto, dilatatore temporale e incoraggiatore di formule formali e chiacchiere vacue. Passa il tempo e continuo a detestare amabilmente. Il telefono.

paure private in luoghi pubblici

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 2, 2007 da Simone Buttazzi

Passato sul Lido lo scorso settembre, uscito in Italia in inverno e in Germania da poche settimane, il nuovo film di Alain Resnais è una straordinaria celluloid atrocity. Manifesto nonostante. E cast nonostante, composto da volti affezionatissimi del cinema di Resnais, tutti sorridenti, e tutti - nella pellicola - irrimediabilmente difettosi.

In cinquant’anni di carriera, Resnais ha realizzato documentari seminali (Notte e nebbia, sull’Olocausto, Tutta la memoria del mondo, su una biblioteca parigina, Il canto dello stirene, sulla produzione di un materiale plastico, più varie biografie di pittori: non ce n’è uno che non sia necessario) e una manciata di film che come suolsi dire non fanno una piega. Deleuze lo annovera tra i registi "mentali" (allo stesso livello di Kubrick) e tra quelli, come il Bunuel della terza età, che hanno piegato il tempo ai bisogni bizzosi e a volte inintelligibili della storia, intesa come plot o come tessuto di personaggi e magnifiche ossessione private, tavolta ingarbugliate e condivise alla meno peggio. Cuori non fa eccezione. Nonostante il titolo, e ancora poster e attori sorridenti nonostante.

La pellicola è ambientata in una Parigi murata da une neve perenne (digitale), e la neve funge anche da escamotage di raccordo, tendina da dissolvenza incrociata. Come la medusa dell’ultima sequenza di Parole parole parole (1997). Lo spirito del film è quello leggero e acuminato dell’ultimo Resnais, ad esempio la bellissima operetta Pas sur la buche (2003). Per quanto riguarda il soggetto, il regista francese ha rinnovato la collaborazione con Alan Ayckbourn, commediografo d’oltremanica da cui aveva già tratto il dittico Smoking / No smoking nel 1995. Destini incrociati, crisi e malumori rigorosamente in interni, azzardi affettivi destinati al naufragio. Il tutto (com)plottato con un’autentica geometria di cuore e di mente, una fearful symmetry. Il titolo del play originale, messo in scena per la prima nel 2004, è Private fears in public places.

Una delle sottotrame riguarda una videocassetta, oggetto del desiderio facente ormai parte della grande graffa in espansione del modernariato. Le videocassette hanno affascinato Atom Egoyan in più occasioni, hanno titillato il Lynch di Lost Highway e l’Haneke di Caché. L’uso che ne fanno Ayckbourn e Resnais non è particolarmente oiginale, ma l’elogio del videoregistratore scodellato dal vecchio André Dussolier in preda a una scuffia senza speranza genera un nuovo corto circuito tra sinapsi e ventricoli.