Archivia per Aprile, 2007

neid

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Aprile 29, 2007 da Simone Buttazzi

A proposito di inediti in rete. E’ una domanda che books and other sorrows si è sta ponendo spesso in questi giorni, a cominciare dalla pubblicazione dell’Onore delle armi. La rete è zeppa di inediti, ma si sa, il peso delle parole va calcolato in base allo specifico della bocca da cui escono. La domanda è se internet è adatta, o ideale, per pubblicare letteratura nuova avente (legittime) aspirazioni editoriali. Elfriede Jelinek ha risposto a modo suo. Nel contesto della sua vecchia homepage personale - uno spazio web da vera webbofila della primissima ora - Jelinek ha pubblicato i primi due capitoli di Neid (Invidia), Privatroman con tutti i crismi della scrittrice, da sempre attratta dalla capitalità dei peccati. Con l’eccezione, verrebbe da dire, delle maiuscole mantenute per i sostantivi, regola ortografica che Jelinek aveva cercato più volte di debellare, "abbassando" tutte le lettere del testo. Al momento non è chiaro se Neid proseguirà in rete fino all’ultimo capitolo. Per ora i primi due sventolano come lenzuola lettriste nel reparto "prosa" del sito della scrittrice, aperti e chiusi da un tondo boschiano tratto dalla serie dei sette peccati - quelli grossi. L’immagine in fondo è arricchita da ancore che puntano ai vari paragrafi del testo. E il testo? Parla di Brigitte K., donna tra i monti, al solito minacciata e sconquassata da contrastanti passioni. Se la domanda è inediti in rete e la risposta è chiusa, Jelinek opta per un tonante jawohl.

odie

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Aprile 26, 2007 da Simone Buttazzi

Fabio mi fa presente - e non a torto - che Amorselva è un cicinin come il cane della striscia di Garfield. Bello ma ****ido. Tant’è che il cane della striscia si chiama Odie. A volte ci penso quando Amorselva tira rasentando l’autoimpiccagione orizzontale, per poi ansimare in preda a genuina iperattività carente di concentrazione. O quando insiste a leccare e ciucciare gli organi genitali di qualsiasi altro cane, poco conta il gender. Odin è polisex come Ivan Cattaneo tanti tanti anni fa. Odin è gender bender in salsa nietzschiana. Il prossimo stadio dell’evoluzione ontologica terrestre.

import-export

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Aprile 23, 2007 da Simone Buttazzi

Puntuale come la morte, il diciannove aprile porta con sé la conferenza stampa del festival di Cannes. Che quest’anno si preannuncia pregno, oh la la, e sugoso. Al di là dei soliti nomi e dei soliti cognomi da festival, vale la pena di azzardare qualche segnalazione a scatola chiusa. Come il terzo film diretto dall’artista Julian Schnabel, che dopo Basquiat e Reinaldo Arenas affronta l’adattamento su celluloide del romanzo francofono Lo scafandro e la farfalla. Béla Tarr (o Tarr Béla, come dicono i suoi connazionali), il regista ungherese del fluviale Satantango - lungo sette ore, come una notte Fuori Orario - torna invece con The man from London, della durata umana di due ore e dodici minuti. Nelle sezioni collaterali troviamo Harmony Korine, discepolo numero uno di John Waters e Werner Herzog (ex aequo). Harmony sbarca sulla Croisette con l’ormai leggendario Mister Lonely, storia di disperati ai margini della metropoli che si ribattezzano con nomi della Hollywood d’oro - ad esempio Marylin Monroe. E ancora: Boarding gate, il nuovo Assayas dopo il fenomenale Clean datato 2004, Abel Ferrara con le sue storie ai bordi di una passerella da lap dance (Go go tales), l’ottimo documentarista Nicolas Philibert con Retour en Normandie e il (non sempre) buon vecchio Volker Schlöndorff con Ulzhan, storia kazaka co-diretta insieme a Jean-Claude Carrère - con buona pace di Borat.

La notizia bomba è il ritorno al film protonarrativo di Ulrich Seidl, incontrastato capofila del cinema austriaco "fauve" ora che Haneke si è addomesticato in Francia. Fattosi conoscere una decina d’anni fa col semidocumentario Tierische Liebe (Amore animale: sul rapporto morboso e confuso che lega padroni e bestie tra le quattro mura), nel 2001 Seidl portò nella sezione veneziana Controcorrente il famigerato Hundstage (Canicola), destinato a guadagnarsi in un fulmicotone il titolo di sensazione del festival. Dopo un altro documentario, Jesus, du weißt (2004), in cui a camera fissa lascia la parola ad alcuni ferventi cattolici, Ulrich torna alla carica con un nuovo Spielfilm dalla natura ibrida. Privo della struttura tipica della narrazione, o dell’intento teorico proprio del documentario, Seidl porta avanti un’idea di cinema che scava, osserva senza ritegno e porta alla luce il privato che non si racconta, la verità condivisa che fa male, è sconveniente, ma c’è. E vige anche per noi. Mi auguro che il titolo del film, Import Export, vada inteso proprio come il mercimonio di carne, umori e fastidi che permea il nostro, lo chiamano, networking, le nostre relazioni umane, bestiali quant’altre mai.

bollicine come dio comanda

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Aprile 20, 2007 da Simone Buttazzi

Rissani è uno dei miei posti preferiti. Entri, mangi e bevi a sazietà con quattro euro, con sei e cinquanta ti tocca lasciar lì o ruttare per una dozzina d’ore. Rissani è un bistro arabo tra Wiener Straße e Skalitzer Straße, meglio noto come il Gigi er Trojone della Mitteleuropa. Sì perché i gestori di Rissani, se sei europeo, puntano all’umiliazione. Se sei tedesco, poi, figuriamoci: calcinculo e dita nell’occhio. Da Rissani pane e tè sono gratis, ma se non li chiedi a dovere, sfidando le orecchie da mercante dei giovanotti, non ti arrivano. Da Rissani ti cullano con lo stesso vellutato disco di musica araba strumentale tutte le sere, sempre quello, tutte le sere, è come essere a casa, o nella zona del crepuscolo, ma se non capti la tua chiamata, se non sei svelto a ritirare la tua linsensuppe scodellata sul bancone, son cazzi. E mazzi. Ieri sera mi stavo nutrendo contemporaneamente dal piattone e dal nugolo di vibrazioni che anguillano nelle sale di Rissani, quand’ecco che l’occhio mi cade. Su una bevanda. Nel frigo. La prendo, la scolo. E’ una Cola. Come la CocaPepsi, l’Afri, o altre cole più o meno di fantasia come la Scroto Cola e l’Intal Cola. Torno a casa e guardo in rete. Non ve n’è traccia. Che mistero! mi verrebbe da sbottare. Questa Cola è adattissima a Rissani, e la sua etichetta è bilingue. Davanti, arabo. Dietro, bastarda grafia occidentale, che recita imperiosa:

a cavallo di un caval

Pubblicato su soqquadri il Aprile 17, 2007 da Simone Buttazzi

Primissimi anni ‘80. Il destriero a gettoni davanti al bar Elena, Vidiciatico, Appennino Tosco-Emiliano, è già un all time favourite. Quello di Fiabilandia, riviera romagnola, anch’esso più o meno a gettoni, desta invece cocenti imbarazzi. Trovo che il copricapo sia quantomeno fuori luogo, ancor prima che esagerato. Per tacer della tortura a cui è sottoposto il destriero di muscoli, nervi, carne e sangue, che mi tocca molto di più del destino dei nativi americani. Il contesto mi provoca una fitta di idiozia. Ciliegina sulla merdace torta, la foto viene consegnata ai miei genitori all’interno di un cartoncino ripiegato con tanto di logo del luogo. Souvenir ufficiale.

albumi

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Aprile 14, 2007 da Simone Buttazzi

A volte non ci sono parole. Come dinanzi al caso Salemi, giuntomi alle orecchie mediante i tiggì di qualche giorno fa. Egli è giovin imprenditore di Sicilia divenuto star della musica pop in Moldavia. Ora Saro ha deciso di sfondare anche in Italia, seguendo quel dogma pugliese che recita, a occhio e croce, "ta ni sù sciùt a moldàv, ma sembreccà à da venì". Il suo sito internet è multilingue e non si sa se la parte italiana sia stata realizzata col traduttore automatico. O meno. Forse, meno.

Basisce anche il caso Wing, giuntomi alle orecchie - mettendo a serio repentaglio i timpani - nel corso del terzo episodio della nona stagione di South Park, intitolato Wing. Wing è l’ospite d’onore. Ella è honkonghese immigrata in Nuova Zelanda, dove ha fatto fortuna con la sua voce da madonnina infilzata. Nel corso del tempo, Wing si è specializzata nelle cover impossibili, come quelle degli AC/DC. Provare per credere.

non capita tutti i giorni

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Aprile 10, 2007 da Simone Buttazzi

Non capita tutti i giorni di leggere in rete un racconto come questo. In rete come su carta. A mio avviso, Paolo ha scelto il modo migliore per pubblicare in anteprima L’onore delle armi, un testo in terza persona che va tranguigiato come un bicchier d’acqua sbreccato, con frammenti di vetro in sospensione. Il modo migliore, dico, perché Books and other sorrows è un bel posto che parla di libri. Non aggiungo altro, perché è risaputa la mia convinzione che il compare Paolo sia uno dei migliori scrittori italiani viventi. A esser franco, il migliore punto. Pretesto per l’immagine soprastante un brano dell’Onore che cita Gena Rowlands nel corso della Sera della prima, film del 1978 girato dall’uomo della sua vita. John Cassavetes voleva un free cinema all’americana (un cinema jazz?) a base di caratteri in primissimo piano, viseità pura. Purtroppo, la sua idea è rimasta lettera morta. Ma non qua. Cassavetes, Todd Solondz, Ulrich Seidl, l’Haneke che fu: per Paolo sono pozzi con tanto di secchio e di carrucola scricchiolante. Anche nell’Onore delle armi.

un blog da cani

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Aprile 7, 2007 da Simone Buttazzi

Frammento di schermo, qualche giorno fa. Oltre ai consueti argomenti - scritti, suonati e pittati - di questa pagina, anche google ci mette del suo e rincara la dose canina. Gli annunci di google, che mistero della fede. Stanno lì, coatti, a imbrattarti lo spazio, unica gabella in regime di gratuità. Mica a casaccio però. Ti leggono o meglio ti scansionano in cerca di contenuti, e si adeguano. Se tira aria di cane allora cane sia: pigiama per cane, pigiamino per cane, tutina per cane. Pigiamino. Allitterazione robotica di quel che ti passa per il capo e arriva, come scarica di elletroni, ai polpastrelli, alla tastiera, alla rete.

gei gei gei

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Aprile 4, 2007 da Simone Buttazzi

Anno 1996, buone nuove dalla Svezia. Un pennellone slavato munito di voce da crooner spaccacuore se ne esce con un album che mischia di tutto, affifandosi a una sessione ritmica degna dei Massiva Attack. L’album è Whiskey e il nome di Jay-Jay Johanson comincia a passare di labbra in labbra. C’è poi un brano, I’m older now, che saltella per quasi dieci minuti da un genere all’altro, da un campionamento all’altro, da Sinatra a Nyman, fino a Ringo il pistolero. L’album successivo è il magnifico Tattoo, trainato dal video di Milan, Paris, Chicago, Madrid, che una volta si trovava su youtube. Ora non più, ed è un delitto. Nel 2000 Jay-Jay pubblica Poison, disco intriso di Hitchcok e malinconia. Su Musica! di Repubblica - ve lo ricordate, l’allegato del giovedì - Ernesto Assante conia per lui l’etichetta di trip-pop, in estasi dinanzi a cotanto mélange di freddo (suoni) e caldo (interpretazione), perfettamente rappresentato dalla prima traccia, Believe in us. Dopodiché JJJ sterza verso l’electropop anni ‘80 con due album più stracchi (Antenna e Rush), che contengono tuttavia signori brani come On the radio, I want some fun e l’eponimo Rush. Il suo pubblico di sempre gradisce con riserva. Tant’è che ora abbiamo a mano il nuovo album The long term physical effects are not yet known, di fatto una replica in minore di Tattoo. Jay-Jay torna a bomba e scodella un’operazione nostalgia concentrata sui (suoi) anni ‘90. Non un nuovo biglietto da visita, ma brodo di giuggiole per chi apprezza le sue serenate casanoviste tanto, tanto digitali.

scacciate le tigri

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Aprile 1, 2007 da Simone Buttazzi

A meno di un anno da The great Western, maiuscolo album solista di James Dean Bradfield, i Manic Street Preachers mettono il dito sotto il suo palmo e ci stanno. A schitarrare nuovamente assieme. Il titolo del disco è Send away the tigers, ed esce a breve. I pezzi già disponibili in rete sono due. Sul profilo myspace, ormai più importante del sito "statico", si ascolta Underdogs; youtube offre invece il modesto video di Your love alone is not enough, primo singolo destinato all’estrazione, in cui Bradfield duetta con Nina Persson dei Cardigans. Al primo ascolto il brano è fin troppo poppy, zuccheroso e giovanilista, ma quando termina il conto alla rovescia dell’esecuzione eccolo lì sotto la calotta cranica, appiccicato come cingomma. Pare proprio che i Manics abbiano abbandonato la linea coriacea degli anni ‘90, propendendo per i suoni più soffici e ruffiani di Lifeblood (2004). Schmeckt nicht jedem. Mir, ja. Sehr. A fronte di un rammollimento delle chitarre, tuttavia, il James Dean britannico ci tiene a ribadire che lo spirito del gruppo resta politicamente ingaggiato come al solito. Del resto, lo show case di presentazione dell’album Know your enemy, organizzato sei anni fa a Cuba davanti a Fidel, non era stato un escamotage promozionale. O almeno non del tutto. Bradfield spiega in poche righe (le sottostanti) la scelta del nuovo titolo:

Send Away The Tigers is a phrase the comedian Tony Hancock used whenever he started drinking. I saw a parallel between that line and the animals being released from the zoo in Baghdad when the Allies invaded. A misguided idea of liberation. Also that idea of being haunted by a wrong decision. With Hancock it was sacking his writers. And, if it weren’t for the Iraq war, for all his faults, in historical terms, Tony Blair would be seen as a great Prime Minister. Now his life is utterly ruined. On a smaller scale, certain things I’ve said which have been stupid and inane – they’re what I’m gonna be remembered for.