Archivia per Marzo, 2007

maledetto articolo uno

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Marzo 29, 2007 da Simone Buttazzi

Ecco un fulminante capitolo tratto dal Manuale dello snob a firma Antonius Moonen, Castelvecchi, Roma, 2007, pag. 243. Un libro coraggioso e controculturale, eccezione che cerca di non confermare regola alcuna. Nonostante i limiti - più vezzosi che snobisti - del manualetto à la Busi Aldo, con tanto di alfabeti, ricettine e breviarii, Moonen riesce a concederci pagine necessarie e autentiche, antipatiche e liberatorie. Valga, metonimicamente, la citazione in esergo, prelevata dalla bocca di Montherlant: Ecrire un livre c’est comme parler à table, devant les domestiques.

metafisica del cane

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Marzo 26, 2007 da Simone Buttazzi
 
Heute Morgen habe ich meinen Hund gegessen: stamattina ho mangiato il mio cane. Devo a Kilian la scoperta di questo straordinario romanzo di Philippe Ségur, pubblicato tra le osanna in Francia cinque anni fa e propagato in Germania dalla Picus tre anni orsono. E’ la storia di Paul, giovane di Tolosa che viene fulminato dall’incontro col cane Knult. Paul si convince che Knult, e in generale i cani, rappresentino l’incarnazione del Sublime, dell’Idea platonica, dell’idealismo filosofico più lindo e smagliante. Tant’è che Paul arriva a sagomare la sua vita su quella di Knult, e quando il cane muore Paul decide di papparselo per interiorizzare cotanta perfezione. Metafisica del cane è una storia di amor fou, di amor selva(ggio) e di amor vero, con tutta la follia dionisiaca e morbosa di un film come La carne (1991) di Marco Ferreri - tratto da una storia autentica, ca va sans dire. E allora sia fatta la volontà del cane. Gnam. Gnam.

poster per i posteri

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Marzo 23, 2007 da Simone Buttazzi

L’artista berlinese Jan Egesborg ha realizzato di recente una serie di manifesti il cui obiettivo è sbertucciare l’NPD in costante ascesa. I poster fanno il verso allo stile della cartellonistica nazionalsocialista, ad esempio le opere di Ludwig Hohlwein. In questo bell’esempio ragnesco - ragno si dice spinne, e "spinner", filatore, significa anche uomo insano di mente - Egesborg minaccia un ritorno al passato e apostrofa senza mezzi termini l’elettorato dei Nationalen. Vale la pena fare un salto anche sul sito dell’artista, per lanciare un occhio agli altri poster e sorprendersi dell’accezione che ha la parola "Roma" nel contesto della satira politica tedesca.

lunaticità

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Marzo 20, 2007 da Simone Buttazzi

Michele mi segnala l’uscita in dvd di un film di cui ignoravo, mannaggia a me, pure l’uscita in sala. Avvenuta in Repubblica Ceca alla fine del 2005 - e lo dico a mia parziale discolpa. Il film è Sileni (titolo internazionale: Lunacy), per la regia dell’ultimo dei surrealisti, Jan Švankmajer. Un surrealismo tattile il suo, artigianale, a passo uno, a passo di Poe e per giunta virato al panico in stile Topor. In attività da quasi cinquant’anni, Svank e l’inseparabile moglie Eva hanno fatto la storia segreta dell’animazione, sfidando le maglie del regime cecoslovacco per molti anni fino a essere costretti al silenzio. Il loro grande ritorno coincide con gli anni ‘80 e la decisione di passare al lungometraggio, mediante una orgasmica versione dell’Alice di Carroll. Sileni è il quinto film di Svank. A base, al solito, di primissimi piani di bocche, di rituali sadonanistici, di marionette sataniche, di facce ceche e fiabe boeme. A base di cattiveria e poesia. E con un pizzico di animazione dantan a pepare il tutto. Di lingue (muscoli orali), parrebbe che in questo caso si tratti, lingue che scorazzano tra un lunatico e l’altro. In manicomio. Perché lunatic è un falso amico e indica chi è insano di mente. Allora ululiamo di gioia, e lalliamo.

wasserschlacht!

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Marzo 17, 2007 da Simone Buttazzi

L’Oberbaum Brücke è il ponte più pittoresco di Berlino, con le sue torrette da favola e la vista sulla Spree. Da un lato, la Fernsehturm e la riva della East Side Gallery, dall’altro l’edificio dell’Allianz assicurazioni, i tre uomini molecolari immersi nelle acque del fiume, la sede della Universal e fior di architettura industriale lasciata più o meno a se stessa. Da un anno, la struttura è decorata anche da un’installazione neon che riproduce il gioco carta-pugno-forbice. Per molti l’Oberbaukm Brücke è noto in quanto scenario di una delle corse di Lola, capelli rossi al vento.

Per molti, ma non per tutti. Questo ponte collega due quartieri: Kreuzberg a sud, Friedrichshain a nord. Fino al 1989, il primo era l’estremità orientale di Berlino ovest, e il secondo il cuore pulsante di Berlino est. A città riunificata si prese la decisione - romantica anzichenò - di creare un unico Bezirk, centrale tanto quanto Mitte, che unisse le due anime della Berlino divisa. Altri Bezirke raggruppano due diversi quartieri, ma il Bezirk Friedrichshain-Kreuzberg è l’unico che appiccica un vecchio tassello occidentale a un vecchio tassello orientale.

Dietro a questa decisione ci sono anche dei motivi sociologici. I due quartieri, seppur molto diversi quanto a struttura e impatto visivo, hanno una popolazione simile. Soprattutto quella giovane. Kreuzberg è da sempre il quartiere bohemien in cui ci si dà del tu, i turchi abbondano e l’occupazione principale è perdere tempo. Friedrichshain ha la nomea di essere il quartiere più tedesco e più economico della capitale, in cui le frange estremiste giovanili abbondano ancora più che a Kreuzberg, occupano case e affollano i parchi e gli angoli delle strade muniti di splendidi cani selvaggi e sonnolenti. Kreuzberg è il luogo dove passare le notti e dove andare a mangiare. Friedrichshain è il capolavoro architettonico della DDR che fu: magniloquente e ordinato.

La notizia che il matrimonio fra i due quartieri sia stato quasi unicamente una trovata buonista dell’amministrazione centrale mi è arrivata come una tegola in testa. Come spesso accade tra vicini, i due luoghi si detestano e chiedono a gran voce indipendenza l’uno dall’altro. Fhain liquida Xberg come un covo di drogati senza’arte né parte che trascinano le membra a sud del ponte; Xberg accusa Fhain di snobismo, insipienza e inaffidabilità.

A riprova di quest’odio viscerale esiste un cortometraggio presentato alla Berlinale di quest’anno, che dà voce a varie personalità di entrambi i quartieri - capo della polizia e sindachessa del Bezirk compresi, per quanto imbarazzati dall’argomento. Titolo: Wasserschlacht. Il portavoce di Kreuzberg è il fantomatico Riza, quarantenne a base di basettoni e flemma sessantottina; per Fhain parla una ragazza dai capelli rossi, posata e madre di un bimbo, che quando si tratta di combattere indossa una maschera antigas e diventa una belva. Sì, perché Kreuzberg e Friedrichshain si scannano una volta l’anno.

Ogni estate, tra agosto e settembre, viene fissata la data della Wasserschlacht, la battaglia dell’acqua. I due quartieri si affrontano sull’Oberbaum Brücke, che fino all’89 era territorio neutro - anzi unidirezionale, visto che con i dovuti incartamenti era possibile solo andare da ovest a est. La gente si dà appuntamento sul ponte e se le dà di santa ragione. Trattasi ovviamente di battaglia goliardica, ma i resti parlano chiaro: si è combattuto fino all’ultimo ortaggio, fino all’ultima - goliardica - molotov.

Ogni anno il ponte viene pulito il giorno dopo dai Friedrichshainer, mentre i Kreuzberger stanno ancora sonnecchiando o vomitano in un angolo della stanza. Ogni anno sia Friedrichshain, sia Kreuzberg si convincono di aver vinto la battaglia dell’acqua.

la croce dell’est

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Marzo 14, 2007 da Simone Buttazzi

Ostkreuz è un vecchio ganglo ferroviario della Berlino orientale che fu, tra i Bezirke di Friedrichshain e Lichtenberg. Ci passano soprattutto linee S-Bahn e suburbane, trenini da poco. Il posto è dominato da una misteriosa torre puntuta e per arrvivarci bisogna affrontare una vasta spinata di ciottoli - da quaunque direzione si provenga. Terra desolata e trafficatissima - ma il massimo dello spuntino disponibile è uno straccio di currywurst - Ostkreuz ha il fascino testardo dei luoghi che arrancano di decade in decade senza batter ciglio, al massimo con qualche crepa più lunga e sorridente. La croce dell’est è diventato uno dei simboli della Berlino povera in canna ma lirica, oltre che straccionamente losca. Lo stanno a dimostrare almeno due film: il kaurismakiano Ostkreuz e 18:15 ab Ostkreuz, spassoso film grottesco e frociaro girato in bianco e nero che tira in ballo Agatha Christie. Cliccando sull’immagine si apre un sito che illustra un progetto fotografico interamente dedicato a questo universo di pezzi, abbozzi e trenini sfreccianti - adelante, pedro, con judicio.

the life and death of a male body

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Marzo 11, 2007 da Simone Buttazzi

Clarence è morto. La sua è stata una vita da pubblicitario newyorkese, carrierista e fedifrago. Un amabile figlio di puttana che potrebbe essere tranquillamente uscito dalla penna del Woody Allen più serio che faceto, quello degli anni 1987-1992. Everyman, il romanzo che parla di Clarence, prende le mosse dal suo funerale, torna indietro, si guarda attorno, abbraccia con lo sguardo chi ha avuto a che fare con lui, e in quali termini. L’autore è Philip Roth, uno che non ha certo bisogno di lodi o presentazioni. In Everyman, Roth torna a concentrarsi su un personaggio staccato da una sua costola, sulla vecchiaia e il desiderio, sulla malattia, le debolezze, i fallimenti - e il desiderio. E il desiderio. Datemi un corpo e brancolerò nel mondo. Se avesse scritto un’autobiografia, ci dice Roth, Clarence l’avrebbe intitolata The life and death of a male body. Al solito, Roth non discetta. Esemplifica. E allora eccola, puntuale come la morte, una lezione di letteratura:

There was one particular girl whom he never failed to wave when she jogged by, and one morning he set out to meet her. Always she waved back and smiled, and then forlornly he watched her run on. This time he stopped her. He called out, "Miss, miss, I want to talk to you," and instead of shaking her head no and breezing by with a "Can’t now", as he fully imagined her doing, she turned and jogged back to where he was waiting, by the plank stairs that led down to the beach, and stood wit her hands on her hips only a foot away from him, damp with perspiration, a tiny creature perfectly formed.

    Until she fully relaxed, she pawed the boardwalk with one running shoe like a pony while looking up at this unknown man in the sunglasses who was six feet three and had a full head of wavy gray hair. It turned out, fortuitously, that she had been working for seven years at an ad agency in Philadelphia, lived here at the shore, and was currently on her two-week vacation. When he told her the name of the New York agency where he’d worked for nearly a lifetime she was terrifically impressed; his employer was legendary, and for the next ten minutes they made the kind of advertising talk that had never interested him. She would have to be in her late twenties and yet, with her long, crinkly auburn hair tied back and in her running shorts and tank top, and small as she was, she might have been taken for fourteen.

    He tried repeatedly to prevent his gaze from falling to the swell of the breasts that rose and fell with her breathing. This was torment to walk away from. The idea was an affront to common sense and a menace to his sanity. His excitement was disproportionate to anything that had happened or that possibly could happen. He had not just to hide his hunger; so as not to go mad he had to annihilate it. Yet he doggedly continued on as he had planned, still half believing that there was some combination of words that would somehow save him from defeat.

    He said, "I’ve noticed you jogging." She surprised him by responding, "I’ve noticed you noticing me." "How game are you?" he heard himself asking her, but feeling that the encounter was now out of his control and that everything was going much too fast - feeling, if it were possibile, even more reckless than when he’d draped that pendant necklace costing a small fortune around Merete’s neck in Paris. [...] "What do you have in mind?" the jogger boldly replied, so boldly that he felt at a disadvantage and did not know how fothright to make his answer. Her belly was tanned and her arms were thin and her prominent buttocks were round and firm and her slender legs were strongly muscled and her breasts were substantial for someone not much more than five feet tall. She had the curvacious lusciousness of a Vagra Girl in the old 1940s magazine illustrations, but a miniaturized, childlike Vagra Girl, which was why he had begun waving to her in the first place.

    He’d said "How game are you?" and she’d replied "What do you have in mind?" Now what? He removed his sunglasses so she could see his eyes when he stared down at her. Did she understand what she was implying by answering him like that? Or was it something she said just to be saying something, just to be sounding in charge of herself even as she was feeling frightened and out of her depths? Thirt years ago he wouldn’t have doubted the result of pursuing her, young as she was, and the possibility of humiliating rejection would never have occurred to him. But lost was the pleasure of the confidence, and with it the engrossing playfulness of the exchange. He did his best to conceal his anxiety - and the urge to touch - and the craving for just one such body - and the futility of it all - and his insignificance - and apparenetly succeed, for when he took a piece of paper from his wallet and wrote down his phone number, she didn’t make a face and run off laughing at him but took it with an agreeable little catlike smile that could easily have been accompanied by a purr.

    "You know where I am," he said, feeling himself growing hard in his pants unbelievably, magically quickly, as though he were fifteen. And feeling, too, that sharp sense of individualization, of sublime singularity, that marks a fresh sexual encounter or love affair and that is the opposite of the deadening depersonalization of serious illness. She scanned his face with two large, lively blue eyes. "There’s something in you that’s unusual," she said thoughtfully. "Yes, there is," he said and laughed, "I was born in 1933." "You look pretty fit to me," she told him. "And you look pretty fit to me," he replied. "You know where to find me," he said. Engagingly she swung the piece of paper in the air as though it were a tiny bell and to his delight shoved it deep into her damp tank top before taking off down the boardwalk again.

    She never called. And when he took his walks he never saw her again. She must have decided to do her jogging along another stretch of the boardwalk, thereby thwarting his longing for the last great outburst of everything.

[Philip Roth, Everyman, Houghton Mifflin Company, NY, 2006, p.130]

piluccar pensieri

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Marzo 8, 2007 da Simone Buttazzi

Philip Ridley ricorre a tre citazioni in esergo. Per introdurre Vincent River. Messo in scena per la prima volta sette anni orsono all’Hampstead Theatre - come tutti i suoi play. Una di queste è prelevata dal fiato del cantautore Benji Rogers. Recita:

I use words to lick my thoughts clean.

scaracciar veleno

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Marzo 5, 2007 da Simone Buttazzi

Ecco due dischi che se fossero in vinile avrei già ridotto a zampironi da bruciare d’estate, appena fuori dalla finestra. Tanto la puntina li avrebbe scavati. Il primo è il ritorno dei Modest Mouse con uno dei loro titoli lunghi lunghi, lunghi quanto la track list. Good new for the people who love bad news, del 2004, fu un autentico gioiello. Questo We were dead before the ship even sank conserva intatto il pessimismo sornione dei musicisti newyorkesi e li fa galleggiare più che dignitosamente nel panorama del maistream, a cui sono approdati dopo un decennio di, come si dice, sottobosco e metropolitana. Il disco vanta la collaborazione dell’ex chitarrista degli Smiths Johnny Marr e peste ci colga se un brano come Spitting Venom, otto minuti degni degli undici della vecchia Station to station di Bowie - quanto a genio melodico e cambi di marcia - non è da antologia. Lo è. Il resto dell’album invece pure.

Disco numero due, l’atteso (morbosamente) secondo album degli Arcade Fire, quelli di Funeral (2004), manifesto di un rock corale, operistico, in bilico tra epica e intimismo, che campionò molto dell’entusiasmo collettivo dei Polyphonic Spree iniettandoci un po’ di sano spleen francesino. Neon Bible è un buon doppione di Funeral. Mancano lo stupore (indotto) e la freschezza (emanata) del primo album, questo sì. Inoltre, bisogna dire che un pezzo è paro paro Springsteen primi anni ‘80 e un altro paio sembrano usciti dall’Illinoise di Sufjan Stevens - ma va bene così: è sempre meglio copiare dai migliori, se proprio. L’idea di base è di prendere alla lettera il titolo, calco del romanzo ambientato nella Bible Belt che John Kennedy Toole scrisse vent’anni fa, uscito postumo nel 1989. Romanzo da cui Terrence Davies trasse un film con Gena Davis pochi anni orsono: The Neon Bible. L’album è senza "The" e prendere il titolo alla lettera significa che c’è sentore di musica sacra, americana, nera, ma rimasticata in chiave plugged. Due perle: Intervention, brano ampio e struggente; No cars ago, cornucopia di suoni che fanno bene alle orecchie. E buon ascolto.

Umzug

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Marzo 2, 2007 da Simone Buttazzi

L’ultima posta che ricevo in Alexandrinenstrasse 98 è un pacchetto neozalendese con due romanzi di Christopher Priest raccattati via amazon, paperback, usati. Come nuovi. Da questo mese in poi, fino alle calende greche, si fa un salto verso est. La casa è vuota, grande, dipinta di fresco. Come nuova. Quando abbaio rimbomba. A cinque minuti a pie’ si srotola per acri tanto di parco dove i cani s’azzuffano felici e la gente corre, e la gente legge e limona.