Archivia per Febbraio, 2007

the outsider

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Febbraio 27, 2007 da Simone Buttazzi

Hollywood ha rimediato al suo maggior torto in materia di riconoscimenti. Stiamo parlando di Scorsese (pron. scorsìsi) e delle statuette che ha potuto brandire dopo quarant’anni di onorata carriera. Il discorso è ozioso, non c’è dubbio, ma se si pensa all’oscar alla carriera consegnato in corner a Robert Altman dodici mesi fa e al fatto che Kubrick ha reso l’anima al diavolo senza aver mai fatto un salto sul palcoscenico dei divi (truccatissimi, come il visagista delle-), allora le considerazioni sono due. No, gli oscar non hanno alcun valore assoluto. E questo si sapeva. Sì, gli oscar hanno un peso nel cinema anglofono, soprattutto in quello americano. E l’ultimo Maestro, come suolsi dire, l’ultimo Maestro Vivente del cinema americano che fino a due giorni fa era ancora privo dell’omarino dorato, ora ce l’ha. E se lo merita. Scorsese è stato per anni la macchina narrativa più acuminata ed estrosa del cinema d’oltreoceano, perlomeno dal corto The big shave fino al lussureggiante Casino. Da dieci anni a questa parte il suo sguardo si è appannato e ha smesso di scavare letti e indicare nuove vie: è diventato semplicemente un regista da oscar, un affabulatore da salotto.

Ma Scorsese è solo un pretesto. Ciò che mi ha colpito, sbirciando la premiazione su repubblica.it, è che sul palco, ad attenderlo, l’Academy aveva raccolto la crema della cosiddetta New Hollywood degli anni ‘70. C’erano Spielberg, Lucas e Coppola, canuti bolsi e impettiti, ad abbracciare il piccolo italoamericano saltellante. Mancava solo De Palma a completare il quadretto. Al che mi sono chiesto, ma Coppola. Ho interpellato diogoogle. E ho scoperto. Che Coppola, Francis Ford. Dopo dieci anni di silenzio, vigne e film della figlia. Ha girato un nuovo film. Youth Without Youth.

Francis Coppola (Ford solo per le grandi occasioni) è cresciuto sotto l’egida di Roger Corman - esattamente come Scorsìsi - ed è il grande vecchio della New Hollywood. Attivo fin dai primi anni ‘60, fece il botto con sappiamo tutti quale film, e per tutti gli anni ‘70 è stato IL cinema americano. Quello nuovo. Quello da prendere ad esempio senza remore.  Alla base di tutte le sue pellicole c’è un’idea di Grande Narrazione, ampia e possente (leggi: Ford, John coniugato con De Mille, Cecil B.) condotta a pugno sferrato, e con l’odore de sangue (leggi: la serie B di Corman, trucida, povera in canna ma creativa). Sanguigno, sanguinolento sì, ma sempre in chiave epica, Coppola ha licenziato quattro film in dieci anni che hanno riscritto le regole del cinema mainstream. Punto. Per farsene un’idea, sono sufficienti venti minuti della Conversazione (1974).

Poi, si è smarrito, o meglio: ha cominciato ad accusare ritardo. Un sogno lungo un giorno doveva essere la sua rivoluzione tecnologica, ma non fu altro che un luna park personale, malamente ripreso e con tanto di esile storiella mélo a far da filo rosso. Cotton Club arrivò dopo Ragtime, Peggy Sue si è sposata fu poco più che un Ritorno al futuro rimasticato, Giardini di pietra l’ennesimo vietnamovie sui reduci, L’uomo della pioggia l’ennesimo grishamovie. Certo, Bram Stoker’s Dracula lanciò l’effimera moda dei film fedelissimi al romanzo di partenza. Ma ce n’era realmente bisogno? Certo, Tucker racconta il sogno americano come nessun altro aveva mai fatto - del resto Coppola possiede una Tucker originale, oltre a sconfinati vigneti. Ma è nuovo, forse, il sogno americano? E in materia di ritardi va detto che anche Apocalypse Now, primo vietnamovie sulla carta, arrivò in sala dopo una gestazione d’inferno - un anno dopo Il cacciatore di Cimino.

Discorso a parte meritano i film di Coppola di argomento giovanile. Tra il 1982 e il 1983 girò una doppietta a basso budget, The outsiders e Rumble fish. Col primo lanciò una fresca generazione di attori. Il secondo, in bianco e nero, è un capolavoro di stile e contenuto a cominciare dal titolo, pesce da tafferuglio. In italiano, Rusty il selvaggio. Coppola è sempre stato attento al passare del tempo e al valore della rabbia giovane, direbbe Malick. Attento, soprattutto, alle forze contrastanti e (auto)distruttive tipiche dell’età. Nel 1996 ha diretto Jack, con Robin Williams, da molti liquidato come un epigono fuori tempo massimo di Da grande e Big. E ridaje. In realtà Jack, come ogni singolo film di Francis Coppola, è carico di un’energia e di una malinconia bigger than life che non hanno pari nel contesto del cinema americano contemporaneo. Jack è la storia di un bambino che cresce in fretta e muore giovane, con fattezze d’adulto e cervello di bimbo. Alla radice di tutto c’è un evento doloroso della vita del regista, la perdita di un figlio.

Negli ultimi dieci anni ogni tanto è arrivata la voce che Coppola stesse per girare un kolossal, Megalopolis, costosissimo film di fantapolitica ambientato in un’antica Roma futuribile (?!). A quanto pare le vigne non hanno fruttato abbastanza, e Francis è riuscito a tornare dietro la macchina con un film pre-WWII, protagonista Tim Roth. Youth Without Youth. Giovinezza, eccola. Senza giovinezza. Rieccola.

carta bianca

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Febbraio 24, 2007 da Simone Buttazzi

Difficile in questo periodo parlar d’altro. Facciamolo. Lo faccio col pensiero rivolto a un mucchietto di libri bianchi intercettato sugli scaffali qualche giorno fa. L’idea è della Penguin - che viola il bianco assoluto della copertina col logo in basso a destra - e la motivazione è più ludica che trascendentale. L’idea è "fatevi la copertina che pare a voi". Poi scansionatela, mandatecela, e segnaleremo le migliori a nostro modesto giudizio. Vabbe’. Quel che conta è che ancora possibile una libreria avente le favole dei Grimm, Emma, Il ritratto di Dorian Gray e pochi altri classici immarcescibili in un’edizione candida, pulita, vuota. Blank. Un sogno che tutte le copertine siano così, anche a scapito di questioni legate a un elementare pragmatismo. Un sogno, che tutti i libri non abbiano bisogno di presentazioni. Solo testo: punto ti ics it. Per questo motivo mi lascio sempre commuovere dalle prime edizioni francesi con quel loro ocra slavato, nome titolo editore e null’altro, al massimo una fascetta che ribadisce il nome dell’autore a caratteri cubitali. E penso al bianco Einaudi che ormai non c’è più, insozzato da mille vernici ed effetti tutt’altro che speciali. Aridatece ‘a sempliscità, a braccetto col rigore.

il palmo di irina e altre sciocchezze

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Febbraio 21, 2007 da Simone Buttazzi

Uno svelto giro in trenino tra ciò che resta della Berlinale mentre i giostrai sbaraccano e smontano tiri al barattolo, tunnel dell’orrore e ottovolanti. Il film che sgomita di più per restare impresso nella cornea è Irina Palm del regista belga Sam Garbarski, con Sua Raucedine Marianne Faithfull e quel mascalzone jugoslavo di Miki Manojlovic, faccia nota per gli amanti del Macellaio di Grimaldi o per chi (molti, presumo) hanno ancora in testa il caos dionisiaco di Underground. Per ora basti dire ciò che un qualsiasi colpo di google è in grado di confermare: Marianne Faithfull, ormai sessantenne, interpreta un’intrepida nonna che per salvare il nipotino in fin di vita finisce a far pugnette in un localaccio di Soho, Londra, Europa. La morbidezza e la gentilezza del suo tocco fanno di lei, in tempi rapidi, la regina dei glory holes londinesi e il film prende la piega della classica commedia britannica un po’ cheeky, sulla scia dell’Erba di Grace. Happy end compreso. Ma approfondiremo altrove.

S’era detto dei documentari. Come Prater, da cui è tratta l’immagine soprastante. Il link conduce al sito ufficiale con tanto di trailer confezionato in fretta e furia, ma abbastanza prodigo da non aver bisogno di ulteriori commenti. Più che un documentario, Campaign di Kazuhiro Soda è un observational film, come si legge nei titoli di testa. Il regista segue con la sua macchinina digitale l’intera campagna elettorale di un suo compagno di scuola, ex imprenditore arricchitosi collezionando francobolli. Il candidato, quarantenne e apparentemente idiota - al che uno si chiede: ma è vero quello che sto vedendo? - corre per un seggio vacante nel comune della città di Kawasaki. In mancanza di candidati cittadini, il partito Liberal Democratico attualmente al governo in Giappone va a pescare proprio lui e lo butta in pista con una pervicacia martellante degna dei Testimoni di Geova o dei venditori di aspirapolveri forzisti. Il risultato sono due ore al limite del dogma 95, in cui la fragranza della realtà supera di gran lunga i mezzi e la perizia di chi ha concepito il film. Dovrebbe essere un documentario e invece è puro teatro filmato This filthy world, straordinario documento che ci regala 80 minuti di John Waters a ruota libera, allampanato e chiacchierino. Trattasi della bovinissima ripresa di un suo stand up show che ha fatto il giro degli Stati Uniti, presumibilmente per alzare qualche dollaro in previsione di un nuovo film. Il Papa precorre tutta la sua carriera e scodella una sorta di versione live di libri come Crackpot, in cui già venticinque anni fa raccontava in chiave epico-aneddotica le sue birbonate di celluloide. Peccato che il montaggio di This filthy world non includa spezzoni di quanto citato (ad esempio i primissimi cortometraggi degli anni ‘60) e che alla fine, per quanto spassoso e aprioristicamente di culto, non sia né cinema, né documentario. Solo un picciolo documento.

Sgranatissimo, in bianco e nero, assemblato come un film muto delle origini narrato dalla voce off di Isabella Rossellini, Brand upon the brain! di Guy Maddin decolla come un Bildungsroman, vira alla favola di gender e si conclude pasticciacciamente in salsa fantascientifica qualificandosi, in un certo qual modo, come video arte ben narrata, ma ancora ben lungi dallo scrollarsi di dosso la pretenziosità e il tedio che caratterizzano molti dei "film d’artista", più adatti alla libertà di un museo che all’immobilità coatta di una sala cinematografica. Idem con patate per Seven easy pieces di Marina Abramovic, che ha avuto la buona idea di replicare sei performance di body art (sue e altrui, ad esempio di Vito Acconci e Joseph Beuys) più una, inedita. L’idea è buona perché garantisce la sopravvivenza all’interno di un film, cioè di un testo solido e durevole, di atti artistici altrimenti ancorati a registrazioni effimere e frettolose, spesso irreperibili e affidate al mero passaparola o alla descrizione lacunosa di un vecchio catalogo o di un saggio di arte contemporanea. Va detto, a onor del vero, che il film della Abramovic non si regge.

Limitatamente  a quello che potremmo definire mainstream, è passato l’ultimo di Paul Schrader, The Walker (fuori concorso, visto che Schrader era presidente di giuria), con Woody Harrelson nei panni di un American Gigolo gay affiancato da Kristin Scott Thomas, Lily Tomlin, Moritz Bleibtreu, un’incredibile Lauren Bacall - ottuagenaria nonché coprolala - e Ned Beatty. Il film ha un impatto visivo ed emotivo neanche lontanamente paragonabile a recenti fatiche di Schrader come Affliction o Autofocus, ma almeno si configura come un vero e proprio American Gigolo 2 - venticinque anni dopo, in versione busona. Walker significa accompagnatore, nel senso di dandy perdigiorno che tiene compagnia a ricche signore sposate per una partita a carte, un tè, una capata al negozio di drapperie. Peccato che la trama si lasci trangugiare da intrighi d’alto bordo e si limiti a scalfire solo la superficie dei personaggi. In concorso, insieme a Irina Palm, si è visto anche Les Témoins, di André Téchiné. I testimoni è una storia parigina dei primi anni ‘80 ambientata all’epoca della scoperta dell’Aids, quando la comunità omosessuale venne letteralmente falcidiata dal virus. La pellicola ha ritmo, dialoghi brillanti, fa ridere e fa piangere. E la metamorfosi di uno dei protagonisti, un ragazzo di diciott’anni che la malattia prende e porta via nel giro di pochi mesi, arriva agli occhi come un pugno chiodato. Non che fossero cose che non sapevamo già. Non che siano cose di cui ci possiamo dimenticare. Perché non possiamo permettercelo, visto l’andazzo. Che non migliora. Les Témoins potrebbe benissimo essere un film girato vent’anni fa: questo non lo rende un film antiquato, ma il più posato e agghiacciante dei moniti.

pirateria festivaliera

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Febbraio 18, 2007 da Simone Buttazzi

Anche quest’anno, Berlinale conclusa e premi sconclusionati. S’è fatto un gran parlare di Marianne Faithfull, e a conti fatti l’interprete di Broken English fa una figura egregia in un film furbetto ma funzionante, che ha strappato applausi spontanei allo spuntare dei primi titoli di coda. Roba rara nel contesto di questo 57° Festival, su cui tornerò tra qualche giorno, a visioni decantate.

Nel frattempo segnalo l’iniziativa a latere più interessante di questa edizione. Se l’anno scorso è stato il turno della Tromanale, controfestival radical trash improvvisato negli spazi del Tacheles, quest’anno è il digitale a trionfare, opportunamente propagato nel mondo analogico sotto forma di poster… appiccicati per dispetto accanto a quelli ufficiali, e opportunamente pensati in modo da suggerire una parentela diretta. Idem per la pagina web, che fa sfacciatamente il verso a quella della Berlinale autentica. Invece c’è il trucco. Sul sito linkato all’immagine si trovano sì molti film festivalieri (in streaming!), solo che invece di essere gli originali si tratta di contraffazioni-lampo, copie pirata, Raubkopien per l’appunto: cortometraggi girati da un gruppo di moderni deturnatori freschi di sala, votati a scorticare l’originale - e a rubargli l’anima. Una cosa è certa. Contrariamente al livello del medio della Berlinale di quest’anno, questi corti lasciano un buon sapore sulla cornea. Nonché in bocca.

non fidatevi di me

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Febbraio 15, 2007 da Simone Buttazzi

Nei testi di Christopher Priest chi racconta lo fa in prima persona, spesso in forma diaristica. E mente. A volte col dolo, altre volte con la sola colpa di brancolare nel proprio buio, al limite della scissione. Priest è l’autore di The Prestige (1985), il romanzo che ispirato l’ultimo film dei fratelli Nolan; ha inoltre scritto il tie-in di eXistenZ (1998), partendo dalla sceneggiatura di Cronenberg. La prima pagina che fluttua qua sopra apre il suo romanzo d’esordio, The affirmation (1981), piccolo caso letterario e prodigioso la di una bibliografia non fittissima ma densa, e degna di essere perlustrata con calma, metodo e circospezione. Qual era la domanda giusta da fare ai due guardiani, quello che mente sempre e quello che dice sempre la verità. Non ricordo bene.

quanto vi sentite sicuri nel vostro vicinato…

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Febbraio 12, 2007 da Simone Buttazzi

…quando calano le tenebre?Ecco come hanno risposto i berlinesi a un sondaggio commissionato dal Morgenpost. Da verdone (molto sicuri) ad arancione (molto insicuri!), a seconda delle zone.

musica per gasometro

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Febbraio 9, 2007 da Simone Buttazzi

Londra è in fiamme come nel 1666, solo che nel frattempo si sono verificate due o tre rivoluzioni industriali. Sul palco una Union Jack, un quartetto d’archi e tutto l’ambaradan di strumenti che il gruppo acchiappa puntuale alle ore 21, come da orario stampigliato sui biglietti. Sfondo e concept grafico del disco sono usciti dalla testa di Paul Simonon, che indeciso se appendere o meno il basso al chiodo ha scoperto di saper dipingere. E allora dipinge la Londra di King’s Cross, con i gasometri che fino agli anni ‘90 gareggiavano in ruggine e altezza, quasi un unico ottovolante di cilindri scheletrici e linee oblique. Ora i gasworks non ci sono più, ma Damon Albarn ha deciso di farne l’immagine guida di questo progetto i cui testi parlano d’amore e guerra, della Londra che mi uccide (Kureishi docet), di balene e moschee.

Della musica si occupano il basso volitivo di Simonon, le chitarre limpide di Simon Tong, la batteria afro di Tony Allen (66 anni e tanto di cappello) e la voce di Albarn, impeccabile e divertito, dita martellanti sul piano. A conferma che The Good, the Bad and the Queen sia quanto di più vicino a Parklife mai scritto da Dan Abnormal ecco che dopo dieci minuti di concerto dal piano esce Debt collector, lo stacchetto allegretto scritto per l’album del ‘94. Solo che stavolta il ludico non la fa da padrone. Dopo tredici anni, quattro album dei Blur, due dei Gorillaz, Mali music, il solistico Democrazy (nomen omen, inciso in albergo) e collaborazioni varie ed eventuali, Damon fonda come suolsi dire un supergruppo che riassume tutte le sue esperienze precedenti e pubblica un disco suadente, malinconico e dolcissimo. Con alcuni finali in crescendo che rivelano una geometria e un entusiasmo straordinari tra chi suona.  Come dire, mica siamo qui per caso.

The good, the Bad and the Queen è un album all’insegna dell’ibridazione (c’è chi parla di soundtrack melodies) e dell’armonizzazione. Quasi un’opera rock, un sentiero che Albarn segue con interesse dato che la prossima mossa sarà il musical Monkey: journey to the west, adattamento di uno dei quattro grandi romanzi cinesi dell’antichità portato sul palco con la complicità del fumettista Jamie Hewlett - leggi Gorillaz. Per un fanatico del britpop marchio registrato (pre-Cool Britannia), vedere Albarn dal vivo, al piano, mentre Paul Simonon s’impadronisce dello stage equivale al sogno di vedere Bowie con le mani sulla tastiera, in disparte, durante il tour di Iggy Pop dei tardi anni ‘70. Il concerto coincide con l’album: un atto unico senza sbavature; i bis sono i b-side del singolo Herculean, tra cui il pezzo Mr Whippy eseguito insieme al grasso rapper siriano Eslam Jawaad, apparizione borattiana doc. Musica che chiama (calling) Londra in causa come il più concreto e insieme il più immaginario dei luoghi. Qua da noi in Europa.

the filthiest person alive

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Febbraio 6, 2007 da Simone Buttazzi

Il programma della Berlinale 2007 è al solito vasto, gonfio, con nicchie ascose e qualche piaga da decubito. L’osservazione più schietta da fare a scatola chiusa, leggendo sinossi e credits, è che il parco documentari è più allettante della consueta mucchia (di default?) dei film di finzione. A parte This filthy world, documentario su John Waters diretto dal pingue attore Jeff Garlin - robetta per fan, leggo qua e là: quindi vederlo è imperativo categorico - la Berlinale propone al di fuori del concorso documentari sul gay pride moscovita del 2006 (finito a smazzolate sulle cape), sul glorioso Prater di Vienna, ormai ridotto a un parco giurassico di lucette e schiamazzi, su una campagna elettorale giapponese tipo (versione nippo del Tanner ‘88 finzionale di Altman?) e pure una pellicola dedicata a Scott Walker, idolo da comodino di David Bowie e ultimo produttore dei Pulp.

Ora, la domanda è vacua, ma è meglio inventare o descrivere? Affabulare o denunciare? La questione è complicata, oltre che ibrida. Un documentario ha sicuramente meno libertà d’azione di un film che si limita a raccontare una storia, per quanto questa storia possa essere vera. Forse il guado sta nella scelta stilistica ed etica, da parte del documentario, di non romanzare. Di raccontare solo verità, nient’altro che la verità. Per questo motivo uno dei documentari più belli mai realizzati è F for fake (1974) di Orson Welles, che parla della menzogna. E ci mente.

evil was born and followed the boy

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Febbraio 3, 2007 da Simone Buttazzi

Tra pochi giorni esce in Francia e in Italia INLAND EMPIRE. In rete sono già disponibili da tempo il trailer americano e quello francese, più lungo e lecchino. Saranno tre ore di Lynch losangelino a bassa risoluzione e a distanza ravvicinata, con luci puntate (raramente diffuse), viseità a go-go e scenografie d’interni costruite da David in persona. Per tacer dei conigli. Sarà un film, al solito, che smitraglia domande e lascia uno spazio bianco per risposte ininfluenti. I trailer ce ne antcipano alcune: What the hell is going on here? Do you love me? Do you want to see? E Grace Zabrizkie, fu madre di Laura Palmer, che avevamo lasciato nella New Orleans di Wild at heart, scambia battute con una Laura Dern onnipresente, piangente, splendida e spiazzata. In Germania il film esce a fine aprile, ma questo mese ne vedremo comunque delle belle dato che dall’8 al 18 è il turno della Berlinale. Do you want to see?