gesù cristo redentore
Correva il 1971. Dopo aver consumato i palcoscenici di mezza Germania ed essere entrato di diritto nell’immaginario spaghetti grazie al secondo capitolo della trilogia del dollaro, Klaus Kinski apparve alla Madonna. Molto prima di Carmelo Bene. Le balzò davanti in posizione annunciatrice – senza sbriciolarsi il ginocchio sinistro, bada ben – e la informò che aveva in animo andare per le strade a propagare la parola di suo figlio. Anzi no, si corresse. A incarnare suo figlio. Poi ci ripensò. Perché volare basso, si disse. E così, per mesi, Kinski calcò palchi all’aperto e stritolò a sé la piantana del microfono. Per mesi, Kinski fu Gesù Cristo. Punto. Lo fu mischiando nervosamente il Nuovo Testamento con Nuovissima Improvvisazione. La tournée, che tournée non fu, venne battezzata Jesus Christus Erlöser, spedì in brodo di giuggiole torme di hippies e fece la felicità di chi, già allora, delle Chiese ne aveva piene le palle. Amen. C’è da dire che quello stesso anno Klaus fece anche la conoscenza di tale Werner Herzog, nella cattolicissima città di Monaco, Baviera. Ma questa è un’altra storia.