Archivia per Gennaio, 2007

gesù cristo redentore

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 31, 2007 da Simone Buttazzi
 
Correva il 1971. Dopo aver consumato i palcoscenici di mezza Germania ed essere entrato di diritto nell’immaginario spaghetti grazie al secondo capitolo della trilogia del dollaro, Klaus Kinski apparve alla Madonna. Molto prima di Carmelo Bene. Le balzò davanti in posizione annunciatrice - senza sbriciolarsi il ginocchio sinistro, bada ben - e la informò che aveva in animo andare per le strade a propagare la parola di suo figlio. Anzi no, si corresse. A incarnare suo figlio. Poi ci ripensò. Perché volare basso, si disse. E così, per mesi, Kinski calcò palchi all’aperto e stritolò a sé la piantana del microfono. Per mesi, Kinski fu Gesù Cristo. Punto. Lo fu mischiando nervosamente il Nuovo Testamento con Nuovissima Improvvisazione. La tournée, che tournée non fu, venne battezzata Jesus Christus Erlöser, spedì in brodo di giuggiole torme di hippies e fece la felicità di chi, già allora, delle Chiese ne aveva piene le palle. Amen. C’è da dire che quello stesso anno Klaus fece anche la conoscenza di tale Werner Herzog, nella cattolicissima città di Monaco, Baviera. Ma questa è un’altra storia.

vettura

Pubblicato su K. il Gennaio 28, 2007 da Simone Buttazzi

Un anno fa e passa, prima che partissi, Mirella mi ha regalato questa cartolina. Da allora campeggia incorniciata sul lato destro della scrivania, insostituibile fonte di ispirazione. Mi dice che l’amore non dà problemi esattamente come un’autovettura. A dare problemi sono solo i comandi (letteralmente: i manubri!), i viaggiatori e la strada. Credo si tratti di una delle frasi più saccheggiate targate Franz, ma devo ancora capire da quale testo è stata pescata, e in quale contesto nacque. Forse una lettera. A chi.

l’umarén pugnàtta

Pubblicato su irresistibili boutades il Gennaio 25, 2007 da Simone Buttazzi

Non so bene se in tutta Bologna o solo nell’isolato dove nacqui vige incostrata la figurina dell’Omarino Pugnetta. L’Omarino Pugnetta è un signore dall’età indefinibile (di solito mezza), mal vestito ma non troppo, bruttarello ma non troppo. La medietas fatta persona. Non gli daresti un soldo bucato, all’Umarén Pugnàtta. Eppure quando meno te lo aspetti, magari nel bel mezzo di una disputa condominiale, per strada all’imbrunire o al canto del gallo, o di notte!, di notte nella falsa sicurezza della tua stanza chiusa a chiave, l’Omarino Pugnetta interviene e fa danni. Tremendo come l’uragano Cirillo e doppiamente inatteso, perché uno non te lo aspetti, due anche quando ce l’hai davanti ti dici dài, cosa vuoi che faccia un Umarén Pugnàtta. E invece.

La leggenda, che non è una leggenda, di questo Omarino mi poppa in testa tutte le volte che vedo il signor Ahmadinejad al telegiornale o leggo delle sue ultime minchiate. Ricordo ancora con commozione il suo provvedimento contro l’imbastardimento della lingua. L’iraniano è l’iraniano! A cominciare dagli elicotteri, quelle diavolerie occidentali. Al bando grecismi o perfidalbionismi: che si dica "pale rotanti". In iraniano, ovviamente. Ahmadinejad è ingiustamente famoso per il suo incaponimento atomico, non dissimile da quello di altri stati e staterelli anche più affidabili della Corea del nord; è famoso, ma non abbastanza, per aver abbracciato Chavez e aver firmato fior di documenti che auspicano un asse antiamericano a cominciare dall’unico nodo che conta, il petrolio. E dire che Chavez si fa il segno della croce esattamente come Bush.

All’Omarino Pugnetta, infine, stanno sul cazzo gli ebrei. A morte. Tant’è che ha fatto del negazionismo duro e puro il suo cavallo di battaglia, con tutto il candore fintotonto di chi poi vuole fare un salto in Germania durante i mondiali - l’Omarino ama la sua squadra di bandiera - e si aspetta un caloroso benvenuto. A tale proposito incollo qua sotto una vignetta apparsa ai tempi della conferenza negazionista di Teheran, dove ci si immagina un altro celebre Omarino Pugnetta salire sul palco e lodare Ahmadinejad per le sue idee, sottolineando tuttavia che trova inaccettabile una tale minimizzazione dei suoi sforzi antisemiti…

Questo lungo, digressivo cappello solo per dire che l’altroieri ho recuperato un bel volantino in una libreria ebraica della capitale tedesca. Dimostrate, dice il volantino, dimostrate domenica ad Alexanderplatz contro il politico più pericoloso dei nostri tempi. Faccio appena in tempo a raccoglierlo dallo scaffale che un poliziotto entra e mi intima di spostare la bicicletta. Vecchia com’è, con i fili della luce a dinamo in bella vista - e parcheggiata, ohibò, proprio davanti a un luogo ebraico! - a detta sua potrebbe esplodere da un momento all’altro. Me ne sono andato.

gazzelle

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 22, 2007 da Simone Buttazzi

Pedro Juan, o dell’eterno ritorno dell’eguale. e/o butta in libreria ancora fumante di stampa questo Nido del serpente - Memorie del figlio del gelataio. Progetto ibrido figlio della crisi creativa post-Carne di cane. Alla fiera del libro di Torino Gutiérrez aveva ammesso di non sapere più che pesci pigliare. Stava scrivendo poesie. Per carità, Il nido del serpente si legge con gioia: il nostro PJG all’Avana ha una formula magica nascosta nel polso. Ma avete presente Il Re dell’Avana, il suo romanzo picaresco scritto in terza persona con giovanotto protagonista? Bene. Eccone una ristampa apocrifa in prima persona, con l’autore che si finge - forse - protagonista e tenta di sporcare il tessuto del memoir con inattesi svolazzi più fiacchi che surreali. Eppure, leggibilità a parte e accantonata (inaccantonabile!) la gioia di rileggere un vecchio amico, qualche perla c’è. Come questa pagina sulla scrittura. Niente di nuovo sotto il sole. Ma l’incandescenza, sembra dirci, non ha bisogno di cambiar pelle.

Nella mia testa infuriava una bufera. Per distrarmi, mi venne in mente di leggere le prime pagine della Metamorfosi di Kafka. Rimasi terrorizzato. Chiusi il libro e avevo paura perfino di tenerlo vicino la notte. Che orrore! Sarei potuto diventare un grosso scarafaggio.
Leggendo in quel modo arbitrario e disperato capii a poco a poco che scrivere è un mestiere diabolico. Perlomeno, scrivere come interessava a me. Bisogna tirare fuori la rabbia e la pazzia, ma con naturalezza, in modo che non sembri letteratura. Tutto deve apparire spontaneo. Bisogna costruire un universo personale e poi nascondere le impalcature. Il lettore deve convincersi che il libro è stato scritto senza nessuno sforzo, come la corsa delle gazzelle. Ecco qual era il mio ideale. Una gazzella corre come se non avesse muscoli e non si stancasse. Sembra volare per magia.
Poco dopo, a diciott’anni, avevo già ben chiaro che non avrei mai scritto per compiacere e divertire. Non avrei regalato bei momenti a gente irreprensibile, bacchettona e annoiata. Al contrario. Con i miei libri gli sarebbe andata male, perché avrei fatto traballare la loro irreprensibilità e le loro buone maniere. Mi avrebbero odiato.
Volevo invocare il diavolo e scrivere di tutto quello che la gente tiene nascosto. Tutti vogliono essere simpatici, colti e prudentemente sensati. A me invece non importava. Perciò la prima cosa da fare era allontanarmi da quel genere di persone. Il mio sarebbe stato un apprendimento solitario. Non dovevo chiedere niente. Lo scrittore perfetto è un fantasma invisibile. Nessuno lo vede, ma lui ascolta e vede tutto. Le cose più intime e segrete di ciascuno. Passa attraverso le pareti e s’infila nel cervello e nell’anima degli altri. E poi scrive senza paura. Bisogna spingere tutti i personaggi fino al limite. Bisogna imparare a farlo. Ma nessuno è in grado di insegnare come si fa.

[pagina 80. traduzione di Raul Schenardi]

caramelle

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 18, 2007 da Simone Buttazzi

Charles Foster Kane ci parla. E’ off. Il Chronicle, suo acerrimo rivale, vanta il miglior gruppo di giornalisti d’America, messo insieme in venti anni di sangue sudore e costanza. Kane osserva la foto di gruppo con la bava di un bimbo davanti a una caramella. Passano sei anni e il gruppo è ancora coeso, solo che a immortalarlo è il fotografo dell’Inquirer, il giornale di Kane, che entra in campo mostrandoci quelle che ora sono le sue caramelle. Nel 1941 ecco un anedotto iperbolico, sognante, plausibilissmo di passione giornalistica al calor bianco.

Da quattordici anni, Film Tv è la migliore rivista di cinema in Italia. Non bisogna lasciarsi ingannare dal nome, o dal fatto che metà giornale sia occupata dalla programmazione televisiva della settimana. Basta uno sguardo all’editoriale, a una rubrica qualsiasi o ai box sui film in palinsesto per capire che tira tutt’altra aria. Nata nel gennaio 1993, Film Tv è cresciuta anno dopo anno fino a raggiungere un rigoglio degno della foto di Kane. Per farla breve, ci scrivono i migliori critici cinematografici d’Italia. Ognuno col proprio stile e le proprie fisse, ma trainato da quel quid che fa di un critico non un mero separatore del grano dal loglio o un sofisticato erogatore di frasette radical chic. No no e no. Un critico vero è un esperto che conosce la materia e la sa organizzare e sviscerare, consegnandoci coordinate, stimoli, chiavi di lettura. Non ci dice innamorati: ci sussurra all’orecchio dei motivi per farlo. Con un paragone d’oltralpe, Film Tv è la commistione perfetta tra l’occhio sul presente di Les Inrockuptibles e la preparazione impeccabile dei Cahiers du cinéma. Emanuela Martini è da sempre l’anima del giornale, che dirige da una manciata d’anni. Fumatrice a catena, capello tinto di rosso e un’umiltà mista a pragmatismo che lasciano basiti, è l’ingrediente chiave della ricetta. Senza di lei nella foto mancherebbero Goffredo Fofi, Alberto Crespi, Pier Maria Bocchi, Gualtiero de Marinis, Enrico Magrelli, Mauro Gervasini, Aldo Fittante, Bruno Fornara, Emiliano Morreale, Gianni Amelio e tutte le firme che fanno di Film Tv una lettura obbligata per chi non sa fare a meno del cinema. O meglio: del brivido audiovisivo.

Ultimamente, Film Tv naviga in cattive acque. Le procelle contrattuali della categoria, unite alle solite scelte mannaja di un editore grosso(lano) e per nulla illuminato stanno mettendo a repentaglio la buona salute del giornale e la compattezza del suo dream team. Una scomparsa del genere sarebbe un delitto. Comportiamoci di conseguenza. Non facciamocelo mancare.

ratman

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 15, 2007 da Simone Buttazzi

Willard è un film del 1971 diretto da Daniel Mann, con Bruce Davidson nei panni del protagonista ed Ernest Borgnine in quelli dell’antagonista. Tratto da Ratman’s Notebooks di Stephen Gilbert (il cui nome di penna era Gilbert Ralston), la pellicola racconta del timido impiegato Willard, innamorato dei topi tanto da scatenare una feroce vendetta - in preda, direi, a un rattus - ai danni del suo capufficio, che invece i topi li vuole ammazzare. Si tratta di una pellicola poco conosciuta. Ne lessi anni fa tra le pagine dell’Immagine-movimento di Gilles Deleuze; il filosofo la prende come esempio di divenire animale, e transitivamente di immagine-pulsione. Per farla breve, trattasi di film ossessivo e abborracciato al punto giusto.

Nel 2003 Glen Morgan ha rifatto Willard con un cast di tutto rispetto, che spazia da Crispin Glover (attore lynchiano e regista protolynchiano) a Lee Ermey - si veda la prima parte di Full Metal Jacket - passando per Laura Herring, cioè a dire la brunette dei primi tre quarti di Mulholland Drive. Il risultato vale la visione. Morgan, insieme a James Wong e al fratello minore Darin, è una discreta eminenza grigia della televisione americana degli anni ‘90, tutti e tre appassionatamente sodali di Chris Carter nello sviluppo e nell’inviluppo di serie come X-files e MillenniuM. La mano di Morgan è a tratti un po’ videoclippara e pubblicitaria, ma il film riesce a volare non identificato nella direzione del nostro terzo occhio. In tema di videoclip fuori dai coppi, ecco che l’edizione dvd di Willard scodella il bel corto che vedete intutubato e che scaricate da qua. E’ un micromusical topesco, un ovetto di Pasqua diretto, invece che da Morgan, dall’attore in persona. Un sogno: Lynch che gira Amerika con Crispin Glover. E una notazione: il vecchio poster di Willard è quasi identico a quello di Eraserhead.

 

tema

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 11, 2007 da Simone Buttazzi
19 settembre 1984
"Mi presento"

Svolgimento

Sono abbastanza magro e mi sorprendo molto perché, mangiando tanto come faccio io, dovrei essere grassottello.
Ho i capelli biondi e gli occhi castani. Ho il carattere nervoso, ma quando cerco di stare tranquillo ci riesco molto bene.
I miei due amici preferiti sono Matteo e la Roberta, solo che la Roberta non conosce Matteo.
A me piace fare i giochi movimentati e i miei due preferiti sono: strega-impalata e palla-avvelenata.
Ci sono due cose che a me non piace fare: studiare di sera perché mi sento stanco e svogliato, non mi piace neanche lasciare in disordine la camera perché sono un tipo ordinato.
Pratico nuoto e i miei sport preferiti sono proprio il nuoto e il tennis.

sessanta

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 8, 2007 da Simone Buttazzi
 
Finalmente D. compie l’età di mio padre e infila un piede nella soglia di quella terza età da cui ci ha messo in guardia fin dagli anni Sessanta. Un po’ per timore, un po’ per sfida. E oramai trattasi della seconda, vinta a priori grazie a un credito inesauribile. Nel mezzo del cammin, trent’anni fa tondi tondi, David mise piede altrove: nell’appartamento sito in Schöneberger Haupstrasse 155, dove restò il tempo necessario a incidere Low e “Heroes”, come dire i propri punti di non ritorno [e invece! ha sprecato tutte le energie proprio per il ritorno]. Libiamo, qui e ora, con uno zip in download diretto se si pigia la sua faccia dell’epoca (un singolo, letteralmente, venerando) - uno zip contenente due brani mai pubblicati: Love you till Tuesday (1967) in lingua crucca e il demo di un brano strumentale che non ce la fa fece a entrare nel suo album di basso profilo. Con un titolo diversamente mitteleuropeo, cioè a dir Trieste.

uno

Pubblicato su cose serie il Gennaio 6, 2007 da Simone Buttazzi

Oggi il dio cane compie anni uno e già sbadiglia ché di cose, lui, ne ha viste che nemmeno voi umani. Tra l’altro Freud gli fa una pippa visto che ha rigirato la teoria dell’evoluzione dei fanciulli come un guanto; superata la molesta fase fallica e un’abbondante, merdace fase anale, il dio sguazza ora in una fase orale intensa e sbocconcellante, fatta di ossi sotterrati e dissotterrati a colpi di zampone & muso incrostato di terra - per tacer di nuovi, acerrimi nemici. Come Losqualochefasquic. Che tu sia maledetto, Losqualochefasquic, tu e il tuo verso di sfida che fa, grossomodo, squic.

Francesca conosce il russo. Mi ha detto che Odin significa uno, il numero uno. Meglio così che pensare sempre all’Olimpo vichingo o a quel tedioso teatro danese.

Terry contafavole

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 3, 2007 da Simone Buttazzi

Tra i Monty Python è il regista di razza e l’autore più devastante, di solito in coppia col più mansueto Michael Palin. Terry Jones ha diretto Life of Brian e The meaning of life, ha vestito i panni dell’organista nudo e del signor Creosoto, della madre stridula di Brian e del martellatore di topi. Insieme a Terry Gilliam co-diresse Monty Python and the Holy Grail, primo film del gruppo e prima selvaggia cavalcata, per i due Terry, nel Medioevo immaginato che abita il terzo occhio di entrambi. Jones ha diretto altri film in solitaria - ad esempio la splendida favola The wind in the willows, 1997 - ed è da qualche anno a questa parte una delle voci britanniche più rigorose nel ribadire il no alla missione in Iraq. Ora non sta molto bene, ma speriamo si riprenda tosto e bene. E visto che è il pitone più riservato e disponibile, se gli scriviamo è probabile che legga e risponda di sua tastiera.

Dal 1981, anno di pubblicazione di Fairy Tales, Terry Jones è anche autore di libri per ragazzi, spesso illustrati da Michael Foreman. Sua è la serie dello Scudiero (The squire), prossima al terzo capitolo. Le favole che compongono il suo esordio letterario sono magnifiche, semplici e graffianti, con la morale in coda, sì, ma di scorpione. Le ha tradotte Angela Ragusa e le ha pubblicate Mondadori nel 1995, col titolo La Terra che-non-c’è. Eccone un assaggio a misura di scanner: