gesù cristo redentore
Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Gennaio 31, 2007 da Simone Buttazzi
La leggenda, che non è una leggenda, di questo Omarino mi poppa in testa tutte le volte che vedo il signor Ahmadinejad al telegiornale o leggo delle sue ultime minchiate. Ricordo ancora con commozione il suo provvedimento contro l’imbastardimento della lingua. L’iraniano è l’iraniano! A cominciare dagli elicotteri, quelle diavolerie occidentali. Al bando grecismi o perfidalbionismi: che si dica "pale rotanti". In iraniano, ovviamente. Ahmadinejad è ingiustamente famoso per il suo incaponimento atomico, non dissimile da quello di altri stati e staterelli anche più affidabili della Corea del nord; è famoso, ma non abbastanza, per aver abbracciato Chavez e aver firmato fior di documenti che auspicano un asse antiamericano a cominciare dall’unico nodo che conta, il petrolio. E dire che Chavez si fa il segno della croce esattamente come Bush.
All’Omarino Pugnetta, infine, stanno sul cazzo gli ebrei. A morte. Tant’è che ha fatto del negazionismo duro e puro il suo cavallo di battaglia, con tutto il candore fintotonto di chi poi vuole fare un salto in Germania durante i mondiali - l’Omarino ama la sua squadra di bandiera - e si aspetta un caloroso benvenuto. A tale proposito incollo qua sotto una vignetta apparsa ai tempi della conferenza negazionista di Teheran, dove ci si immagina un altro celebre Omarino Pugnetta salire sul palco e lodare Ahmadinejad per le sue idee, sottolineando tuttavia che trova inaccettabile una tale minimizzazione dei suoi sforzi antisemiti…
Questo lungo, digressivo cappello solo per dire che l’altroieri ho recuperato un bel volantino in una libreria ebraica della capitale tedesca. Dimostrate, dice il volantino, dimostrate domenica ad Alexanderplatz contro il politico più pericoloso dei nostri tempi. Faccio appena in tempo a raccoglierlo dallo scaffale che un poliziotto entra e mi intima di spostare la bicicletta. Vecchia com’è, con i fili della luce a dinamo in bella vista - e parcheggiata, ohibò, proprio davanti a un luogo ebraico! - a detta sua potrebbe esplodere da un momento all’altro. Me ne sono andato.
Nella mia testa infuriava una bufera. Per distrarmi, mi venne in mente di leggere le prime pagine della Metamorfosi di Kafka. Rimasi terrorizzato. Chiusi il libro e avevo paura perfino di tenerlo vicino la notte. Che orrore! Sarei potuto diventare un grosso scarafaggio.
Leggendo in quel modo arbitrario e disperato capii a poco a poco che scrivere è un mestiere diabolico. Perlomeno, scrivere come interessava a me. Bisogna tirare fuori la rabbia e la pazzia, ma con naturalezza, in modo che non sembri letteratura. Tutto deve apparire spontaneo. Bisogna costruire un universo personale e poi nascondere le impalcature. Il lettore deve convincersi che il libro è stato scritto senza nessuno sforzo, come la corsa delle gazzelle. Ecco qual era il mio ideale. Una gazzella corre come se non avesse muscoli e non si stancasse. Sembra volare per magia.
Poco dopo, a diciott’anni, avevo già ben chiaro che non avrei mai scritto per compiacere e divertire. Non avrei regalato bei momenti a gente irreprensibile, bacchettona e annoiata. Al contrario. Con i miei libri gli sarebbe andata male, perché avrei fatto traballare la loro irreprensibilità e le loro buone maniere. Mi avrebbero odiato.
Volevo invocare il diavolo e scrivere di tutto quello che la gente tiene nascosto. Tutti vogliono essere simpatici, colti e prudentemente sensati. A me invece non importava. Perciò la prima cosa da fare era allontanarmi da quel genere di persone. Il mio sarebbe stato un apprendimento solitario. Non dovevo chiedere niente. Lo scrittore perfetto è un fantasma invisibile. Nessuno lo vede, ma lui ascolta e vede tutto. Le cose più intime e segrete di ciascuno. Passa attraverso le pareti e s’infila nel cervello e nell’anima degli altri. E poi scrive senza paura. Bisogna spingere tutti i personaggi fino al limite. Bisogna imparare a farlo. Ma nessuno è in grado di insegnare come si fa.
Da quattordici anni, Film Tv è la migliore rivista di cinema in Italia. Non bisogna lasciarsi ingannare dal nome, o dal fatto che metà giornale sia occupata dalla programmazione televisiva della settimana. Basta uno sguardo all’editoriale, a una rubrica qualsiasi o ai box sui film in palinsesto per capire che tira tutt’altra aria. Nata nel gennaio 1993, Film Tv è cresciuta anno dopo anno fino a raggiungere un rigoglio degno della foto di Kane. Per farla breve, ci scrivono i migliori critici cinematografici d’Italia. Ognuno col proprio stile e le proprie fisse, ma trainato da quel quid che fa di un critico non un mero separatore del grano dal loglio o un sofisticato erogatore di frasette radical chic. No no e no. Un critico vero è un esperto che conosce la materia e la sa organizzare e sviscerare, consegnandoci coordinate, stimoli, chiavi di lettura. Non ci dice innamorati: ci sussurra all’orecchio dei motivi per farlo. Con un paragone d’oltralpe, Film Tv è la commistione perfetta tra l’occhio sul presente di Les Inrockuptibles e la preparazione impeccabile dei Cahiers du cinéma. Emanuela Martini è da sempre l’anima del giornale, che dirige da una manciata d’anni. Fumatrice a catena, capello tinto di rosso e un’umiltà mista a pragmatismo che lasciano basiti, è l’ingrediente chiave della ricetta. Senza di lei nella foto mancherebbero Goffredo Fofi, Alberto Crespi, Pier Maria Bocchi, Gualtiero de Marinis, Enrico Magrelli, Mauro Gervasini, Aldo Fittante, Bruno Fornara, Emiliano Morreale, Gianni Amelio e tutte le firme che fanno di Film Tv una lettura obbligata per chi non sa fare a meno del cinema. O meglio: del brivido audiovisivo.
Ultimamente, Film Tv naviga in cattive acque. Le procelle contrattuali della categoria, unite alle solite scelte mannaja di un editore grosso(lano) e per nulla illuminato stanno mettendo a repentaglio la buona salute del giornale e la compattezza del suo dream team. Una scomparsa del genere sarebbe un delitto. Comportiamoci di conseguenza. Non facciamocelo mancare.
Willard è un film del 1971 diretto da Daniel Mann, con Bruce Davidson nei panni del protagonista ed Ernest Borgnine in quelli dell’antagonista. Tratto da Ratman’s Notebooks di Stephen Gilbert (il cui nome di penna era Gilbert Ralston), la pellicola racconta del timido impiegato Willard, innamorato dei topi tanto da scatenare una feroce vendetta - in preda, direi, a un rattus - ai danni del suo capufficio, che invece i topi li vuole ammazzare. Si tratta di una pellicola poco conosciuta. Ne lessi anni fa tra le pagine dell’Immagine-movimento di Gilles Deleuze; il filosofo la prende come esempio di divenire animale, e transitivamente di immagine-pulsione. Per farla breve, trattasi di film ossessivo e abborracciato al punto giusto.
Nel 2003 Glen Morgan ha rifatto Willard con un cast di tutto rispetto, che spazia da Crispin Glover (attore lynchiano e regista protolynchiano) a Lee Ermey - si veda la prima parte di Full Metal Jacket - passando per Laura Herring, cioè a dire la brunette dei primi tre quarti di Mulholland Drive. Il risultato vale la visione. Morgan, insieme a James Wong e al fratello minore Darin, è una discreta eminenza grigia della televisione americana degli anni ‘90, tutti e tre appassionatamente sodali di Chris Carter nello sviluppo e nell’inviluppo di serie come X-files e MillenniuM. La mano di Morgan è a tratti un po’ videoclippara e pubblicitaria, ma il film riesce a volare non identificato nella direzione del nostro terzo occhio. In tema di videoclip fuori dai coppi, ecco che l’edizione dvd di Willard scodella il bel corto che vedete intutubato e che scaricate da qua. E’ un micromusical topesco, un ovetto di Pasqua diretto, invece che da Morgan, dall’attore in persona. Un sogno: Lynch che gira Amerika con Crispin Glover. E una notazione: il vecchio poster di Willard è quasi identico a quello di Eraserhead.
Svolgimento
Sono abbastanza magro e mi sorprendo molto perché, mangiando tanto come faccio io, dovrei essere grassottello.
Ho i capelli biondi e gli occhi castani. Ho il carattere nervoso, ma quando cerco di stare tranquillo ci riesco molto bene.
I miei due amici preferiti sono Matteo e la Roberta, solo che la Roberta non conosce Matteo.
A me piace fare i giochi movimentati e i miei due preferiti sono: strega-impalata e palla-avvelenata.
Ci sono due cose che a me non piace fare: studiare di sera perché mi sento stanco e svogliato, non mi piace neanche lasciare in disordine la camera perché sono un tipo ordinato.
Pratico nuoto e i miei sport preferiti sono proprio il nuoto e il tennis.




Tra i Monty Python è il regista di razza e l’autore più devastante, di solito in coppia col più mansueto Michael Palin. Terry Jones ha diretto Life of Brian e The meaning of life, ha vestito i panni dell’organista nudo e del signor Creosoto, della madre stridula di Brian e del martellatore di topi. Insieme a Terry Gilliam co-diresse Monty Python and the Holy Grail, primo film del gruppo e prima selvaggia cavalcata, per i due Terry, nel Medioevo immaginato che abita il terzo occhio di entrambi. Jones ha diretto altri film in solitaria - ad esempio la splendida favola The wind in the willows, 1997 - ed è da qualche anno a questa parte una delle voci britanniche più rigorose nel ribadire il no alla missione in Iraq. Ora non sta molto bene, ma speriamo si riprenda tosto e bene. E visto che è il pitone più riservato e disponibile, se gli scriviamo è probabile che legga e risponda di sua tastiera.
Dal 1981, anno di pubblicazione di Fairy Tales, Terry Jones è anche autore di libri per ragazzi, spesso illustrati da Michael Foreman. Sua è la serie dello Scudiero (The squire), prossima al terzo capitolo. Le favole che compongono il suo esordio letterario sono magnifiche, semplici e graffianti, con la morale in coda, sì, ma di scorpione. Le ha tradotte Angela Ragusa e le ha pubblicate Mondadori nel 1995, col titolo La Terra che-non-c’è. Eccone un assaggio a misura di scanner:
