Prendete Jackson Pollock, toglietegli il vizio del fumo e la vita breve, sostituite ai suoi secchi di vernice dei secchi di sangue. Ecco apparire in un puf e in uno splotch
Hermann Nitsch, austriaco, quasi settantenne, capofila del siddetto azionismo viennese, che dai primi anni ‘60 a epaté beaucoup des bourgeois e ora, per la prima volta in Germania, è premiato con una retrospettiva nel prestigioso Martin Gropius Bau di Berlino.
La retrospettiva di Nitsch si chiama Orgien Mysterien Theater, titolo che acchiappa in un sol pugno tutto lo spirito della sua arte. Orge sì, misteri sì (intesi come quei misteri religiosi che inducono a rituali di sangue al confine col paganesimo), teatro, tanto. Perché da sempre Nitsch mette in scena, allestisce, issa pantomime nell’aria viziata dei musei o in quella aperta di radure campagnole, dove ammassa gente seminuda, la crocifigge, la schizza di umori corporali. L’inghippo sta nell’uso, molto spesso, del sugo di pomodoro, e nel ruolo dell’artista come mero orchestratore di caos - un caos ben lontano dall’autenticità.
Nitsch ha fatto del suo teatro orgiastico e misterico un progetto in progress, con tanto di manifesti - il primo risalente al 4 giugno 1962 - e numerazione progressiva delle "azioni". Memorabile la numero 100, consumatasi in una fattoria austriaca nell’arco di 6 giorni agostani, da alba ad alba. Campane, orchestra (Nitsch compone anche per organo e armonium), dripping a go-go, sangue tracannato che nemmeno nelle pièces paniche di Jodorowsky e smanacciamenti collettivi in budella animali. Nonostante ami farsi fotografare accanto al suo cane o mentre osserva candide oche nell’aia, il buon vecchio Hermann ha sempre visto il sacrificio animale in diretta come un elemento imprescindibile della sua arte. Sull’idiozia di questa presa di posizione, così come sulla pochezza dei suoi riferimenti cristologi e dell’uso già visto già visto già visto del colore schizzato, impastato, spazzolato sulla tela, è meglio sorvolare.
Diverso l’approccio dei suoi compagni di strada, in particolare Günter Brus, Otto Mühl e Rudolf Schwarzkogler buon’anima. Al contrario di Nitsch, le altre tre punte dell’azionismo hanno sempre messo in discussione (e a repentaglio) il proprio corpo: Brus e Mühl mediante performance che anticiparono di poco l’esplosione della body art - famosa quella in cui Brus passeggia per Vienna ricoperto di vernice bianca; Schwarzkogler, dal canto suo, ha sempre prediletto il mezzo fotografico e il bianco e nero, collocandosi in un microverso ospedaliero à la Cronenberg - anzi: à la Guy Maddin - fatto di lividi, bende, flebo, strumenti (mai) visti. Schwarzkogler è il vero anticipatore di Franko B. nel mostrare la fragilità dell’uomo una volta che consegna il proprio corpo all’istituzione sanitaria.
Nonostante le accuse di sciovinismo, di scarsa ironia e di staticità nello sviluppo del proprio percorso artistico è Nitsch, ancora oggi, il protagonista dell’azionismo, stagione ormai conclusa che passerà alla storia come il primo guizzo dell’arte austriaca dai tempi della Secessione. Il motivo è probabilmente di natura estetica. Gli happening bucolico-gore di Nitsch non possono che strappare un sorriso stracco, ma le sue tele insaguinate (o spalmate di conserva Mutti) hanno quel quid che fece la fortuna di Pollock. Sono raptus, aggressione, scardinamento. E in quanto tali permangono in quella cretina della nostra retina.