Archivia per Dicembre, 2006

emotional landscapes

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Dicembre 31, 2006 da Simone Buttazzi

Quattro anni fa arrivai allo Zoo con un treno stracolmo; nella metropolitana stava per scattare il divieto antifumo; Alexanderplatz, col suo orologio terrestre, era provvisoria e sventrata esattamente come ora. E tra una manciata d’anni, complici fortuna pragmatismo e costanza, la mia carta d’identità sarà tedesca. Nel frattempo, a chiusa d’anno, i Gravenhurst musicano un florilegio d’immagini strappate dalla capitale della Germania. 

 

per cinni ma non solo per cinni

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 28, 2006 da Simone Buttazzi

Die Welt am Sonntag di qualche settimana fa sfoderava un paginone centrale dedicato alla letteratura per l’infanzia. Selezioni ragionate, consigli e analisi nello stile impeccabile del supplemento domenicale più prestigioso d’Europa. Un settore in particolare prendeva in esame le ultime tendenze, azzardando un dodecalogo di scrittori contemporanei per l’infanzia senza i quali non si può stare. Il che prescinde rigorosamente dall’età dei lettori. Il focus è inevitabilmente tedesco, con l’esclusione di ottimi autori italiani come Piumini o la Pitzorno, così come di altri nomi "nazionali" altrettanto validi. Assente pure Philip Ridley, ma è anche vero che Filippo è tanto depresso e non scrive un grande romanzo dai tempi di Vinegar Street (1996). Eccole, allora, queste punte di diamante (tra parentesi l’editore italiano qualora siano state tradotte).

* Kirsten Boie - Der Kleine Ritter Trenk
* Roddy Doyle - Das große Giggler-Geheimnis (Salani)
* Eoin Colfer - Artemis Fowl (vari titoli, Mondadori)
* Christine Nöstlinger - Leon Pirat
* Paul Stewart - Klippenland Chroniken (Mondadori)
* Jacqueline Wilson - Unglaubliche Geschichten der Tracy Beak (Salani)
* Philip Ardagh - Schlimmes Ende (Salani, Piccoli)
* Tony DiTerlizzi - Der Spiderwick-Geheimnisse (vari titoli, Mondadori)
* Ahmet Zappa - Minerva McFearless (Fabbri)
* Lauren Child - Clarice Bean (Ape)
* Barbara Kindermann - Romeo und Julia
* Mauri Kunnas - Wo der Weihnachstmann wohnt (Il gioco di leggere)

Ursonate für alle

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 25, 2006 da Simone Buttazzi

Ipotizziamo un clic sull’immagine soprastante, capace di scaraventarvi in rapidshare.de. A quel punto volete scaricare un file zippato, non è vero. Ghiotta sia l’occasione per dire di sì alla colonna di destra - scaricamento senza pensieri né ulteriori pretese - e attendere quella manciata di secondi che ci sono da attendere; allo scadere dei quali inserite il codice automaticamente generatosi e il giuoco è fatto. Kurt Schwitters in persona vi canterà nel computer tutti e quattro i movimenti della sua Ursonate (Rondò, Largo, Scherzo, Conclusione), composta per così dire tra il 1923 e il 1932. Ottima, questa sua Ursonate, da somministrarsi durante sessioni di jogging o per astrarsi dal contesto del mondo, a volte così nauseabondo, così velleitariamente razionale.

[la citazione recita: avviare delle relazioni - meglio se tra tutti gli oggetti del mondo!]

san nikola tesla

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 23, 2006 da Simone Buttazzi

E così capita che Il Più Grande Di Tutti torni sul silver screen, diretto da un suo fan sgomitante: Christopher Nolan. Che per intenderci è l’egregio regista di Memento. Il film - The Prestige - è una storia di maghetti nemiciamici, che si mordicchiano la coda e invecchiano alla meno peggio (Copperfield style) a mo’ di Red & Toby. Uno è Christian Bale - inciso: American Psycho si conclude con un bel remix di Something in the air ad allietare lo scorrere dei titoli - l’altro è Hugh Jackman. Curioso che ci sia anche Scarlett Johansson, per la seconda volta al fianco di un ciarlatano dopo Scoop; incidentalmente anche Jackman appare nel film del mago Splendini in vesti ricche, taroccate e assassine. Bowie è imbolsito e sublime come l’abbiamo già intravisto in Extras. Interpreta Nikola Tesla, (mad) scientist nonché buon padroneggiatore di tuoni, fulmini, correnti alternate e altri fenomeni fisici - e oltre.  La sua ultima interpretazione risale al 2000, cioè a dire l’imbarazzante Mr Rice’s secret, film per ragazzi in cui vestiva i panni incartapecoriti del signor Rice del titolo. Anche lì aura magica Labyrinth docet, anche se in tono drammaticamente minore. L’otto gennaio David compie sessant’anni. Sarebbe bello un 2007 bowiano sotto il segno dell’alto bordo e del basso profilo. Magari canterino.

il sogno della ragione

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 20, 2006 da Simone Buttazzi


Cosa genera? Genera una scacchiera azzardata, che frulla i volti e le parole (intutubate) di sabato a Trieste con le tavole di Angelo Stano. Lo Schiele italiano è in edicola al fianco di Tiziano nella serie regolare - in bianco e nero - esattamente duecento numeri dopo Storia di nessuno. L’albo s’intitola L’assassino è tra noi ed è forse la creatura letteraria più bella e sorprendente letta nel corso di questo duemilasei. Se esagero è complice l’effetto sorpresa di aver scoperto per caso, in cerca dell’ultimo Mister No, quest’asso sclaviano tirato fuori dopo fior di festeggiamenti per il ventennale di dyd. Mi dicono tuttavia che L’assassino tra noi plagia il film Identità di James Mangold. Al che annuisco e sorrido.

Disorder e Diario dalla stanza bianca e vuota sono (non) storie di qualcuno. Sono begli orditi (anti) narrativi, asciugati dalla misura fulminante del racconto e del romanzo tranciato in capitoli autonomi e intrisi, entrambi, di un estro prodigo e calibrato che si gioca tutto - eppure le sfumature di Stano, le sue linee dinoccolate, il sonno inquieto dei suoi personaggi; eppure ci sta. Come un commento pizzicato di chitarra.



trafiggimi

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 17, 2006 da Simone Buttazzi

Mentre Trieste mi decanta dentro - anzi: fermenta - ecco una dignitosissima pezza prelevata dall’impero interiore di coloro che amano l’arte contemporanea. E’ l’opera Rest energy, 1980, di Marina Abramovic e del suo storico compagno Ulay. Si tratta di un video in cui i due artisti oscillano aggrappandosi a un arco, minacciando senza sosta lo scocco della freccia. A mettersi a repentaglio, in discussione, al centro, è ovviamente Marina, creatrice seminale e generosa di una bella fetta della body art dantan; insieme, perlomeno, a Gina Pane, al suo sangue, alla sua pelle recisa e bucherellata.

Rest energy fa maestosa mostra di sé nell’allegrio condominio dei KunstWerke di Berlino, nell’ambito di Into me / Out of me, esposizione che indaga, come si può intuire, tutti gli andirivieni per i quali il nostro corpo funge da confine, da bacino, da sacco di juta - da ciotola. Ma più che le operazioni già viste di Orlan, l’infimo (elevato a sublime, e ormai ritrito) di Paul McCarthty, più che il pornopop di Jeff Koons, più che busti di vomito statuine con l’erezione baccanali di Leigh Bowery azionismi viennesi, più che il bruitage della morgue registrato da Terese Margolles, più di tutto questo trafigge la macchina celibe inventata da Marina Abramovic. Semplice, vera, elettrica lungo la schiena. Ulay la lasciò pochi anni più tardi per una ragazza cinese di vent’anni. Carne fresca.

disordini e diarii

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 13, 2006 da Simone Buttazzi

Sabato 16 dicembre doppia presentazione al Knulp di Trieste, ore 16 e birba chi manca.

Si levano le ancore col Diario dalla stanza bianca e vuota di Marco Busetta, vincitore del concorso Il nostro bisogno di consolazione indetto dal fu Catalogo, dal fu lankelot.com (ora in novella forma smagliante con tanto di wordpress: lankelot.eu), da corpo12 e dalle Edizioni Non Deperibili, che lo hanno dato alle stampe.

Si approda nel Disorder iancurtisiano ordito da Gianfranco Franchi, scrittura totale tranciata in racconti ed edita dal Foglio di Gordiano Lupi: qua, prelievi dal flusso della presentazione romana del 12 novembre scorso.

Due libri gemelli, il Disordine & il Diario, figli dello stesso spirito. Anzi, dello stesso fantasma (in)festante. A parlarne ci saranno i due autori, Patrick Karlsen, Luigi Nacci, Angela Migliore, Andrea Vergani (che suonerà per Disorder così come fece per Postnovecento) e il sottoscritto.

marwan

Pubblicato su soqquadri il Dicembre 11, 2006 da Simone Buttazzi

La Berlinische Galerie, locata giusto tra casa mia e lo zig zag del Museo ebraico, risplende del suo bianco, razionale lucore. Dieci secondi di riflessione. Oltre alla collezione permanente, chiamata Flic Flac, la galleria dispensa sempre piccole mostre temporanee, o anche solo installazioni che paiono passare di lì. Tra queste ultime, ad esempio, l’assurdo diario berlinese di Emilio Vedova, 1964, con i suoi plurimi di legno aggredito dalla pittura appesi, appoggiati uno contro l’altro come carte da gioco, sbilenchi e vitali. Tra le mostre, Marwan. Artista siriano adottato dalla capitale tedesca, non celebre, sorprendente. Verso la metà degli anni ‘60 trovò il modulo della sua arte in omini capoccioni dagli occhi piccoli, lo sguardo perso e perdente. Isolati nella tela, alle prese con gambe e piedi di donne che fanno capolino da dietro di lui - quasi ultracorpi. Ma prima di darsi agli omini, Marwan concepiva creature. Come questa. Collocate in spazi indefiniti, forse discariche, forse residui di un impressionismo in acido o buttato lì a macerare. Cos’è questa creatura? Chiedetelo al padre preoccupato per via di Odradek, o a Jack Nance padre sconfitto in Eraserhead.

vieni, regno

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 9, 2006 da Simone Buttazzi

Kingdom come è il nuovo romanzo di James Graham Ballard, scrittore gelido (grazie, freddezza) col terzo occhio spalancato in fronte. Ballard è uno dei pochi, autentici profeti del presente e dell’immediato futuro. A partire dal non romanzo rizomatico/enciclopedico La mostra delle atrocità (1970) e passando per capolavori concisi e tremendi, in mostruoso anticipo sui tempi, come Crash (1973), Concrete island (1974), High-rise (1975), JGB ha cantato la poesia del mondo urbano contemporaneo: la bellezza di una pozza di benzina, il fascino di un videoregistratore dietro al vetro di un negozio, il nostro bisogno fisico di cercare non si sa cosa, il nostro non trovare se non quello che ci viene abbindolato, la nostra vicendevole distruzione.

Dal 1988, anno del racconto lungo Un gioco da bambini, Ballard è tornato alla forma dei primi anni ‘70; deve ancora inanellare un romanzo sbagliato, o almeno privo di quello svisceramento del mondo che ci circonda (del mondo che siamo) che alcuni si illudono di bollare ancora come fantascienza. No. E’ antropologia, sociologia, filosofia. E’ storia delle religioni. Regno a venire è il secondo capitolo della sua perlustrazione del Regno Unito, dopo Millennium people (2003), ambientato in un sobborgo londinese. I due romanzi precedenti, Cocaine Nights e Supercannes, sono rispettivamente ambientati in Spagna e in Costa Azzurra. Sempre (non) luoghi circoscritti, abitati da una borghesia annoiata che si rivolta contro se stessa e tramuta il vuoto in follia volontaria - dicasi violenza. Varie le forme, immutata la sostanza.

Kingdom come ha tutta l’aria del bersaglio centrato in pieno, dopo tante narrazioni prese un po’ alla larga, volteggianti come avvoltoi. Stavolta l’azione si svolge (quasi) tutta in un centro commerciale, esattamente come Dawn of the dead (1978). In questo centro commerciale la gente muore, si pensa per sbaglio, e invece. Perché la babele di negozi non è un semplice luogo dato al consumismo: è una chiesa. Il cui papa è un attorucolo che appare nel canale televisivo dello shopping mall, e la violenza nell’aria non è che l’impulso consumistico fattosi, spontaneamente, fascismo. Collante di massa, giustificazione per premere il grilleto. Il medium è l’acquisto. Il messaggio - ecco la novità - non c’è. Lo sa bene il protagonista, pubblicitario sconvolto dalla morte del padre che finisce per dare corpo a un culto spontaneo, irrefrenabile, acefalo.

Per quanto la scrittura di Ballard si stia facendo sempre più stanca, distaccata, lontana, un elenco indifferente di eventi e osservazioni a effetto condito da un lessico tanto curato quanto fine a se stesso, ecco, nonostante questo Regno a venire è di nuovo un romanzo solare, da fissare fino a bruciarci gli occhi. Se il Metro-Centre è un impero, allora è nostro, e interiore.

(dann)azione!

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Dicembre 6, 2006 da Simone Buttazzi

Prendete Jackson Pollock, toglietegli il vizio del fumo e la vita breve, sostituite ai suoi secchi di vernice dei secchi di sangue. Ecco apparire in un puf e in uno splotch Hermann Nitsch, austriaco, quasi settantenne, capofila del siddetto azionismo viennese, che dai primi anni ‘60 a epaté beaucoup des bourgeois e ora, per la prima volta in Germania, è premiato con una retrospettiva nel prestigioso Martin Gropius Bau di Berlino.

La retrospettiva di Nitsch si chiama Orgien Mysterien Theater, titolo che acchiappa in un sol pugno tutto lo spirito della sua arte. Orge sì, misteri sì (intesi come quei misteri religiosi che inducono a rituali di sangue al confine col paganesimo), teatro, tanto. Perché da sempre Nitsch mette in scena, allestisce, issa pantomime nell’aria viziata dei musei o in quella aperta di radure campagnole, dove ammassa gente seminuda, la crocifigge, la schizza di umori corporali. L’inghippo sta nell’uso, molto spesso, del sugo di pomodoro, e nel ruolo dell’artista come mero orchestratore di caos - un caos ben lontano dall’autenticità.

Nitsch ha fatto del suo teatro orgiastico e misterico un progetto in progress, con tanto di manifesti - il primo risalente al 4 giugno 1962 - e numerazione progressiva delle "azioni". Memorabile la numero 100, consumatasi in una fattoria austriaca nell’arco di 6 giorni agostani, da alba ad alba. Campane, orchestra (Nitsch compone anche per organo e armonium), dripping a go-go, sangue tracannato che nemmeno nelle pièces paniche di Jodorowsky e smanacciamenti collettivi in budella animali. Nonostante ami farsi fotografare accanto al suo cane o mentre osserva candide oche nell’aia, il buon vecchio Hermann ha sempre visto il sacrificio animale in diretta come un elemento imprescindibile della sua arte. Sull’idiozia di questa presa di posizione, così come sulla pochezza dei suoi riferimenti cristologi e dell’uso già visto già visto già visto del colore schizzato, impastato, spazzolato sulla tela, è meglio sorvolare.

Diverso l’approccio dei suoi compagni di strada, in particolare Günter Brus, Otto Mühl e Rudolf Schwarzkogler buon’anima. Al contrario di Nitsch, le altre tre punte dell’azionismo hanno sempre messo in discussione (e a repentaglio) il proprio corpo: Brus e Mühl mediante performance che anticiparono di poco l’esplosione della body art - famosa quella in cui Brus passeggia per Vienna ricoperto di vernice bianca; Schwarzkogler, dal canto suo, ha sempre prediletto il mezzo fotografico e il bianco e nero, collocandosi in un microverso ospedaliero à la Cronenberg - anzi: à la Guy Maddin - fatto di lividi, bende, flebo, strumenti (mai) visti. Schwarzkogler è il vero anticipatore di Franko B. nel mostrare la fragilità dell’uomo una volta che consegna il proprio corpo all’istituzione sanitaria.

Nonostante le accuse di sciovinismo, di scarsa ironia e di staticità nello sviluppo del proprio percorso artistico è Nitsch, ancora oggi, il protagonista dell’azionismo, stagione ormai conclusa che passerà alla storia come il primo guizzo dell’arte austriaca dai tempi della Secessione. Il motivo è probabilmente di natura estetica. Gli happening bucolico-gore di Nitsch non possono che strappare un sorriso stracco, ma le sue tele insaguinate (o spalmate di conserva Mutti) hanno quel quid che fece la fortuna di Pollock. Sono raptus, aggressione, scardinamento. E in quanto tali permangono in quella cretina della nostra retina.