Archivia per Novembre, 2006

la famiglia Flöz

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 30, 2006 da Simone Buttazzi

Li ho incontrati per la prima volta nel 2004 al teatro ITC di San Lazzaro di Savena, lo stesso luogo che ospitò il capolavoro teatrale di Philip Ridley, Il Killer Disney. Sono una ventina, tra autori attori e tecnici, ma in scena sono tre, massimo quattro. Cionostante sembrano un’armata, come disse Emanuela Martini riferendosi ai Monty Python e alla gremlinsiana moltiplicazione dei ruoli nei loro sketch e nei loro film.

La famiglia Flöz fa teatro. Il che significa che vige l’hic et nunc, non esiste montaggio che possa raccontare fantastiche bugie o unire due luoghi distanti mille miglia. Nei loro Stücke, i Flöz calcano il palcoscenico nascosti da maschere grottesche (nasoni, mascelloni, sopracciglia inarcate) e dinoccolano i loro corpi tra un travestimento e l’altro. Un andirivieni tra quinte, palco e guardaroba da fare invidia a Brachetti o a Paul McCarthy. I Flöz non parlano. C’è musica, nei loro spettacoli, c’è dinamismo e narrazione vera, ma i personaggi tacciono. Anche grazie a questo, i loro spettacoli stanno facendo il giro del mondo. Il silenzio è universalmente d’oro.

Dopo i primi lavori Ristorante Immortale e Teatro Delusio, ora i Flöz sono diventati "resident artists" del redivivo Admiral Palast di Berlino; per l’occasione stanno portando in scena due nuove pièce: Infinita (sulla vecchiaia e la morte) e Hotel Paradiso (su un cadavere e tutto ciò che vi ruota attorno). Malinconici, lunari, irrefrenabili, sarcastici, con quel quid che fa strabuzzare gli occhi e chiamare in causa il genio, i componenti della famiglia Flöz sono una delle punte più atipiche e acuminate del teatro contemporaneo. Mick Harvey, Bad Seed occasionalmente solista, li ha pretesi nel suo ultimo video.

warhol come checca

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 27, 2006 da Simone Buttazzi

La sempre finissima BZ (Berlins Grösste Zeitung: di fatto, la Bild della capitale) titola così in merito a una mostra temporanea allestita negli spazi della prestigiosa Accademia delle Arti, Pariser Platz, maraviglioso edifizio che soffia da un lato sul collo dell’auriga di Brandenburger Tor, dall’altro sul fianco dell’hotel in cui Jacko mise a stendere il figliuolo. La mostra in questione è quello che è: uno degli infiniti, possibili prelievi dal flusso creativo (meglio, produttivo) di Warhol. Niente di più, niente di meno. Fa sorridere tuttavia l’atteggiamento del giornale locale, che usa un termine in sé piuttosto infantile (letteralmente: befana) assurto ad altra accezione nel gergo frocio: Tunte è prorio checca - William Burroughs annuirebbe con occhio da squalo - cioè a dire uomo di una certa età che ama (di)mostrare il proprio lato femminile, "scheccando". In questo calderone di rimandi alla cultura gay e occhiolini alla peggiore s-cultura etero (la BZ non è molto gay friendly) fa sorridere solo il pensiero di Drella, prossimo alla morte, che si mette una parrucca diversa dal solito e snocciola uno dei suoi aforismi leggendari, come quello in cui sosteneva di aver fatto sesso la prima volta a ventiquattro anni e l’ultima a venticinque. O era la prima a venticinque e l’ultima a ventisei. Non ricordo bene.

odina, alce

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Novembre 25, 2006 da Simone Buttazzi
 
Giornate di assestamento, diciamo pure uno sciame sismico. Tutto liscio come vorrebbe Casadei se non fosse per quei cinque minuti di follia al ritorno dalle passeggiatone. Che fare? Per fortuna c’è Humana, catena di “first class, second hand”, che tra la pupazzeria ha un’alce gigante. Accanto a lei sta un cerbiatto titanico del costo di 98 euro, ma l’alce è senza targhetta. La trascino alla cassa, la guardano, mi guardano, vedono nei miei occhi gli occhi del dio vichingo e profferiscono: sei euro. Toll, sage ich. Wunderbar. La porto a casa in un sacchettone e la nego a Odin il tempo sufficiente a far montare il Profondo Desiderio degli Dèi. Poi egli la prende e via. Ora la soddisfazione regna sovrana. Odina ha già le corna ma non si lamenta, Odin scarica con lei cupio dissolvi e giovine libido e il Dado tira un sospiro di sollievo, col vestiario intatto - per quanto spartano.

odino cane

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Novembre 22, 2006 da Simone Buttazzi

E da un giorno all’altro, la tua vita cambia. Complice un diavolo della Tasmania proveniente da un condominio di Marzahn. Odin il suo nome, bestemmia vichinga (e dionisiaca) a quattro zampe.

it does worry me (us)

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 21, 2006 da Simone Buttazzi

Oggi è una giornata triste, triste, triste.

Posso solo dire che non ci scorderemo tanto facilmente nessuno (e dico nessuno) dei suoi film girati negli anni ‘70, così come Health, Popeye, Streamers, il formidabile Tanner  ‘88 televisivo e il recente Tanner on Tanner, The player, Short cuts - e quello che considero il grande film dell’anno duemilasei, passato alla Berlinale:

Da oggi siamo orfani di un umanista. Sia lode all’umanesimo.

schegge di DDR

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 19, 2006 da Simone Buttazzi

Che tempi! Che quarantennio! Maurizio l’altro giorno mi scrive: ho bisogno di capire com’era fisicamente. Com’era, fisicamente, la Repubblica Democratica Tedesca? Era una Paese in cui la sera faceva buio, eccezion fatta per i lampioni o per i numeri civici delle case. Niente neon, niente luci per i negozi. Era un Paese in cui i ragazzi facevano la conoscenza di Wattfraß, un demonietto con la coda a mo’ di cavo elettrico e due pirulli in testa frankenstein style. Egli era lo spreco di energia in carne, ossa e perversione. Guai a voi, giovani pionieri, a lasciare la luce accesa per nulla!

Oppure uno accendeva la Tv e tra un comunicato del Sed (il Partito) e l’altro, ecco fare capolino la splendida Rumpelkammer di Willi Schwabe, una sorta di blob (o di Verifica Incerta) ante litteram, in cui il signor Schwabe, letteralmente, ravanava tra vecchie pellicole e proponeva spezzoni, (ri)montaggi, magnifiche ossessioni filmiche. Tra i programmi più longevi anche Der Schwarze Kanal, a cura dell’occhialuto e compunto Karl-Eduard von Schnitzler: un altro blob, stavolta politico, con il conduttore che faceva zapping nella famigerata televisione tedesca occidentale per sfatare miti e criticare le miserie ideologiche e le pie illusioni dei (ricchi) vicini di casa. Che tempi.

Tempi di rock’n'roll monitorato dal regime, con band simili ai Cugini di campagna - che talvolta scalavano anche le classiche della RFT - gruppi punk immersi nel sottosuolo e stamperie private a volte tollerate, più spesso ridotte a tabula rasa, perché il pensiero - nonostante i tanti giornali e le tante frequenze radiofoniche - era davvero unico. A incarnarlo, nella memoria collettiva, nessuno meglio di Erich Honecker, capo di stato (e di partito) dal 1975 al 1989, successivamente processato per abuso di potere in quel di Mosca. Appena salito al potere, Honecker rafforzò il muro e fece sì che i controlli fossero più severi; inoltre, comandò alla Stasi (l’onnipresente, subdola polizia di stato - uno stato di polizia) di intensificare i controlli e le intercettazioni. Famosa la sua sparata datata 20 gennaio 1989: il muro, sentenziò Honecker, resterà per altri cent’anni.

don’t let him waste your time

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 16, 2006 da Simone Buttazzi

Delusion post! Uno scopre i Pulp nel 1995 e vede che al contrario degli altri gruppi britannici dell’epoca hanno già 18 anni di carriera alle spalle, che poi sono le spalle di Jarvis Cocker. Hey Jarv, refrain, don’t carry the world upon yous shoulders, gli canterebbe Macca. Uno va pazzo per i Pulp, soprattutto per This is hardcore (1998), We love life (2001), l’ultima canzone Last day of the miners’ strike (2002), piazzata nel best of. Album magnifici, sontuosi, incazzosi, diversi.

Uno va matto anche per il progetto Relaxed Muscle (2002), in cui Jarvis si spaccia per tale Darren Spooner e secerne musica da fabbro ferraio sessuomane nel far west. Uno poi aspetta, e vede che Jarvis se la prende comoda. Uno dice: prima o poi arriva la bordata. Nel frattempo, Jarvis regala comparsate goliardiche, scrive poesie sui palazzi, omaggia Leonard Cohen e Serge Gainsbourg, scrive per cantantesse di prim’ordine, mette su uno dei pochi profili myspace degni di una visita.

Siamo nella primavera del 2006, e sul detto profilo uno vede che Jarvis ha caricato una canzone nuova di trinca, Running the world, una canzone politica, di protesta, senza peli sulla lingua, che neanche John Lennon. Poi passano i mesi. Jarvis aggiunge un podcast, assolutamente gratuito, in cui invece di parlare a vanvera o improvvisarsi dj legge racconti di Salinger e storie di Halloween. La gratitudine sale.

Ed eccoci qua, metà novembre. Uno vede che esce, alla buon’ora, questo disco solista. Lo ascolta. Guarda fuori dalla finestra. Tramonta, le nuvole sono pennacchi rossi. E uno sbotta: fa cagare, ’sto disco. E in effetti non è proprio il massimo. Abbiamo qua tredici pezzettini ammucchiati, reduci da una produzione spartana - anzi: negligente - in cui Cocker spara banalità da tregenda e ricicla il suo vecchio stile da crooner sornione e un po’ morboso, a metà strada tra l’intellettuale di sinistra radical chic e l’esibizionista provvisto di trench, ascoso nel parco.

Un esempio per tutti l’ultima traccia, Quantum theory, 34 minuti. Che poi sono 4 minuti di canzone - in cui ci si dice che c’è un’altra realtà in cui tutto va bene. wow. utopia di schrödinger! - 26 di silenzio e altri 4 della risaputa Running the world, l’unico pezzo decente del disco, che invece di saltar fuori come una ghost track à la Robbie Williams dei bei tempi poteva restare dov’era, in rete, dove ha la sua massima dignità. This is hardcore terminava con 30 minuti "vuoti", ma non erano di silenzio. Erano mezz’ora di drone, con Jarvis che sparava un goodbye a fine disco. Il disco eponimo di Jarvis è il ritorno peggiore che ci si potesse aspettare, proprio perché tradisce aspettative coi controfiocchi. Coi. Controfiocchi. E allora il titolo della traccia numero due gli si ritorce contro: don’t let him waste your time… ma un salto sul suo profilo vale sempre la candela.

In compenso, segnalo tre belle sorprese per le nostre orecchie: 5:55 di Charlotte Gainsbourg, scritto tra l’altro da un Jarvis in buona forma, da un Neil Hannon in ottima forma e cantato da lei, un angelo che si annida nei corridoi bui; Yours to keep di Albert Hammond Jr., primo spin off della serie degli Strokes, inaspettatamente maturo, autonomo, più inventivo e sciolto di First impressions of Earth; An other cup di Yusuf Islam alias Cat Stevens, che dopo 28 anni 28 ritorna al pop con un disco che, per fargli piacere, verrebbe da buttarsi in ginocchio e gridare a squarciagola che sì, allah è grande.

frammenti da un romanzo furioso

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 13, 2006 da Simone Buttazzi

Il professor Solanka ha le erinni dentro. Disgustato dalla stessa industria culturale che gli dà il pane - lui, solido intellettuale, divenuto ricco e famoso confezionando pupazzi per una serie televisiva - Malik convive con una furia che lo brucia giornalmente e sulla quale non ha controllo alcuno. Crociato e (in)fedele al contempo, Solanka odia il radical chic con tutte le sue forze, eppure lo incarna. Tra splendide riflessioni filmiche, lingua in stato di grazia, intreccio all’orologeria e piglio sornione - caustico sì ma con brio e onestà - Fury checks in to see what condition our condition is in. Quella del mondo in cui brancoliamo. Un po’ tutti.

piaceri (mai) letti

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 10, 2006 da Simone Buttazzi

Il tutto a Roma. Io non ci sarò (a ’sto giro), ma siateci.
[il perché giace qua]

when you (indie) rock’n'roll with me

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Novembre 7, 2006 da Simone Buttazzi

Sono entrato nel coraggioso nuovo mondo di Aldous Huxley, ho salito le scale, mi hanno strappato il biglietto, ho atteso davanti a un palco. Nella bolgia montante. Prima di tutto, una sorpresa da leccarsi i baffi: il gruppo di supporto è robetta cinque stelle, nientepopodimenoche The Howling Bells, tre chitarre, suoni avvolgenti da soundtrack, voce e presenza sbalorditive di Juanita Steiner.

Le campane ululanti se ne vanno e gli attrezzisti allestiscono quella che pare una sagra di paese del New Mexico, con tanto di tende a drappi e casse di legno: glam meets kitsch meets arte povera. E’ il turno dei quattro Killers, i fattori di Hot fuss e Sam’s Town. Brandon Flowers, picoletto elettrico e scattoso, manco avesse un’anguilla nel culo. Mano vibrante e giacchetta cangiante. Il chitarrista capellone, Brian May e Slash docent. Il batterista forsennato e baffuto, messicano fino al midollo di ogni stereotipo. Il bassista con la zazzera - the quiet one, ca va sans dire. I quattro si danno da fare con i loro due album, dal potenziale live impressionante: il primo rock e antemico, il secondo diverso, più glam, meno d’impatto, con tre pezzi radiofonici e un rinnovato coraggio nel costruire canzoni capaci di offrire più di un ritornello - ambizioni progressive.

A inizio concerto, adiacenti, i due singoloni dei rispettivi album fanno quasi crollare la casa. Vedo corpi fluttuare sul tappeto di gente, e il saltello a martello pneumatico fa tremare il pavimento del primo piano. Sono ancora qua per scriverlo. Arriva Indie Rock’n'Roll, diciamo pure un manifesto potenzialmente brit che molti non hanno digerito perché scritto da un americano, eseguita come un guanto rovesciato, lenta dove in studio è svelta, e l’incontrario. Quando arriva il pathos, The Killers diventano i Queen di Hot space. Poi il bis, e pure il tris. Prima dell’esterludio, l’ultima canzone è il capolavoro di Hot fuss: All these things that I have done.

Ma è con My list, da Sam’s town, che Flowers tira fuori il mazzo dal cappello, mutandola nel brano di cui è degno scimmiottamento: Rock’n'roll with me, 1974, dall’opera rock/orwelliana Diamond Dogs. Flowers ci tiene anche a dire di chi è quel brano. A mio modesto avviso - l’ho mai detto? qua lo scolpisco - David Robert Jones da Brixton è il più grande di tutti da tanti di quegli anni che ho perso il conto. Ininterrottamente.