Delusion post! Uno scopre i Pulp nel 1995 e vede che al contrario degli altri gruppi britannici dell’epoca hanno già 18 anni di carriera alle spalle, che poi sono le spalle di Jarvis Cocker. Hey Jarv, refrain, don’t carry the world upon yous shoulders, gli canterebbe Macca. Uno va pazzo per i Pulp, soprattutto per This is hardcore (1998), We love life (2001), l’ultima canzone Last day of the miners’ strike (2002), piazzata nel best of. Album magnifici, sontuosi, incazzosi, diversi.
Uno va matto anche per il progetto Relaxed Muscle (2002), in cui Jarvis si spaccia per tale Darren Spooner e secerne musica da fabbro ferraio sessuomane nel far west. Uno poi aspetta, e vede che Jarvis se la prende comoda. Uno dice: prima o poi arriva la bordata. Nel frattempo, Jarvis regala comparsate goliardiche, scrive poesie sui palazzi, omaggia Leonard Cohen e Serge Gainsbourg, scrive per cantantesse di prim’ordine, mette su uno dei pochi profili myspace degni di una visita.
Siamo nella primavera del 2006, e sul detto profilo uno vede che Jarvis ha caricato una canzone nuova di trinca, Running the world, una canzone politica, di protesta, senza peli sulla lingua, che neanche John Lennon. Poi passano i mesi. Jarvis aggiunge un podcast, assolutamente gratuito, in cui invece di parlare a vanvera o improvvisarsi dj legge racconti di Salinger e storie di Halloween. La gratitudine sale.
Ed eccoci qua, metà novembre. Uno vede che esce, alla buon’ora, questo disco solista. Lo ascolta. Guarda fuori dalla finestra. Tramonta, le nuvole sono pennacchi rossi. E uno sbotta: fa cagare, ’sto disco. E in effetti non è proprio il massimo. Abbiamo qua tredici pezzettini ammucchiati, reduci da una produzione spartana - anzi: negligente - in cui Cocker spara banalità da tregenda e ricicla il suo vecchio stile da crooner sornione e un po’ morboso, a metà strada tra l’intellettuale di sinistra radical chic e l’esibizionista provvisto di trench, ascoso nel parco.
Un esempio per tutti l’ultima traccia, Quantum theory, 34 minuti. Che poi sono 4 minuti di canzone - in cui ci si dice che c’è un’altra realtà in cui tutto va bene. wow. utopia di schrödinger! - 26 di silenzio e altri 4 della risaputa Running the world, l’unico pezzo decente del disco, che invece di saltar fuori come una ghost track à la Robbie Williams dei bei tempi poteva restare dov’era, in rete, dove ha la sua massima dignità. This is hardcore terminava con 30 minuti "vuoti", ma non erano di silenzio. Erano mezz’ora di drone, con Jarvis che sparava un goodbye a fine disco. Il disco eponimo di Jarvis è il ritorno peggiore che ci si potesse aspettare, proprio perché tradisce aspettative coi controfiocchi. Coi. Controfiocchi. E allora il titolo della traccia numero due gli si ritorce contro: don’t let him waste your time… ma un salto sul suo profilo vale sempre la candela.
In compenso, segnalo tre belle sorprese per le nostre orecchie: 5:55 di Charlotte Gainsbourg, scritto tra l’altro da un Jarvis in buona forma, da un Neil Hannon in ottima forma e cantato da lei, un angelo che si annida nei corridoi bui; Yours to keep di Albert Hammond Jr., primo spin off della serie degli Strokes, inaspettatamente maturo, autonomo, più inventivo e sciolto di First impressions of Earth; An other cup di Yusuf Islam alias Cat Stevens, che dopo 28 anni 28 ritorna al pop con un disco che, per fargli piacere, verrebbe da buttarsi in ginocchio e gridare a squarciagola che sì, allah è grande.