nato il tredici di agosto
Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Ottobre 29, 2006 da Simone Buttazzi
C’è un libro che si chiama Autunno tedesco. Sono impressioni a firma Stig Dagerman, giornalista vagabondo nella Germania in rovine del 1947. La stessa Germania captata da Rossellini nell’immaginarsi un Anno Zero con bambino, di nome Edmund, che dopo essersi aggirato nei gironi della fame e della disperazione gioca tra le rovine e si butta da un palazzo. Analizzare le idee politiche di un affamato senza analizzare al contempo la sua fame è un ricatto, ci dice Stig in Autunno tedesco, edizioni Il Quadrante, Torino, 1987, curatela di F. Ferrari.
Wagenbach è l’Adelphi di Germania. Anche Calasso, si sa, è un fervido franzista, e mentre l’editore torinese si mantiene sintonizzato sulla mitteleuropa, l’editore che nella mitteleuropa è nato e cresciuto manifesta da sempre una predilezione per l’Italia, dal dopoguerra a oggi. Con antologie sensate e omaggi trasversali, da Fenoglio a Gadda, da Malerba a Sciascia, Pasolini e Bobbio, fino a Scarpa. Ma non solo. Wagenbach pubblica Alan Bennett e Boris Vian, Perec e Queneau, il primo Houellebecq e i sospiri estremi di Bunuel. Poche collane, ma coerenti e bellissime. I libri SALTO sono ambrosia per bibliofili: rossi, stretti, cartonati, in tela. Come Il libricino sul Museo delle cose inaudite di Roland Albrecht, stralunato abitante di Memmingen con uno sbuzzo per gli oggetti perduti e il recupero - rigorosamente fantasioso - delle loro storie, trasferitosi a Berlino per allestire un minuscolo spazio zeppo di cose.
E se volete tenervi informati sulle ultime iniziative della Wagenbach, oltre a alla newsletter c’è la Zwiebel, cioè a dire la cipolla, libercolo periodico con schegge di editoria e prelievi dal flusso di un’officina dei libri come non ce ne sono (quasi) più. Nei paraggi.
1) non mischiate mai il sidro col vino
2) non c’è nulla di più nojoso di un carrierista
3) non fidatevi mai di un uomo che indossa calzini lunghi fino alla caviglia (o ancor peggio, fantasmini)
4) scrivi solo di ciò che conosci - ma per cortesia non farlo se è noioso
5) citazione da Nick Cave: live your life, and the work will follow
6) ognuno di noi ha pensieri orribili
7) nessuno vuole più essere una persona quadrata
8 ) non sedatevi con la cultura audiovisiva: leggete
9) a un certo punto devi visitare il tuo lato oscuro
10) non scegliete quello che fate (questa è una constatazione, non un consiglio)
11) internet scaraventa chiunque giù dal suo piedistallo
12) quando si tratta di musica, il 99,9% di ciò che è giusto è ancora sbagliato
Ipse dixit.
[dopo l'archiviazione dei Pulp, il progetto Relaxed Muscle e una ridda di collaborazioni di varia natura - ultima delle quali questa - Jarvis sta per pubblicare il primo album a suo nome. Bava alle orecchie]
Il ballardismo è - ribadisco: è, senza condizionali o precauzioncine - l’unica filosofia a occhi sbarrati sulla nostra epoca. JGB pubblica da 50 anni e non ha mai perso occasione di scalparci e scuoiarci nelle nostre abitudini in fieri, nei nostri vizi pronti a sbocciare o partoriti in qualche sottoscala. Lui queste cose le sa, e le dice. Negli anni ‘60 esordì come romanziere di fantascienza, roba solo apparentemente da Urania: paesaggi dopobombeschi, catastrofismi, moniti e omarini, allora come ora, con poco cervello ma molto sbuzzo per far danni - meglio, crimini. Meglio, con dolo.
Il ballardismo vero e proprio nasce tuttavia nel 1970, col (non)romanzo diderottiano/tzariano - a metà strada tra dada e l’Encyclopedie - The atrocity exhibition, un catalogo di ossessioni personali e appunti presi sul polsino nella forma di un ipertesto, o forse l’unico esempio moderno di libro profetico, al contempo oscuro e accecante. Scoccò l’ora di titoli come Crash, Concrete Island, High Rise. Un mondo di cemento e vetture in movimento. Poesia di una modernità che schizza veloce, si eleva a millepiani e si accartoccia, affamata di morte e della visione/rappresentazione/esperienza della stessa.
Nel 1988, dopo alcuni titoli opinabili e un grande successo autobiografico, Ballard torna alla forma smagliante con Running wild, un libricino atroce a base di ragazzini ricchi e assassini che sterminano le famiglie e fuggono verso terroristici lidi. Da 18 anni a questa parte, JGB questa forma non l’ha mai persa. Ora la trilogia Cocaine Nights - Super Cannes - Millennium people pare aver trovato il quarto titolo. Nel 2003 si parlò di trilogia della ribellione boghese: romanzi ambientati in luoghi circoscritti (come sempre, in Ballard) che vivono un’implosione. Il crimine come liberazione, come unico credo e fonte di libertà. Un crimine, sia bene inteso, perpetrato ai propri danni. Altro che scontro di culture. Un suicidio settario e consapevole.
Kingdom come è il regno dei cieli, oltre che un brano bowiano del 1980. L’immagine in copertina ritrae due scale mobili di un centro commerciale, cuore pulsante del libro. Ancora una volta c’è chi muore, c’è chi indaga in un luogo ben delimitato e ne annusa piano piano la forma mentis, il credo, la missione. Kingdom come è L’alba dei morti viventi di Romero fuor di metafora. Via gli zombi, resta la pulsione omicida. L’istinto ad acquistare (introiettare, ingoiare. al di là della fame), a rincorrere offerte. L’anelito verso qualsivoglia prodotto nuovo di trinca. Che nel caso del romanzo ha un prezzo troppo alto. Per ora. Mi limito a sfogliare; mi fermo all’ultima frase di pagina 191:
Lynch? Jodorowsky? Kenneth Anger?
No. Crispin Glover. Il padre di Marty in Ritorno al futuro. Il cugino Dell di Cuore selvaggio.
Che diavolo ha fatto Crispin?
Pur con qualche periodica stanchezza e con le inevitabili ripetizioni del caso, i suoi film - specie quelli che finiscono male, malissimo - sono terapie fondamentali, fertili, da somministrarsi senza buttar l’occhio alla posologia. E il miracolo consiste nella tenuta, nella costanza di questa sua forma: basta citare il suo film del 2005, Match Point, per riassumerne la statura. Scoop è una commedia leggera e indiavolata, con Allen protagonista come non lo si vedeva da Hollywood Ending, nonché carico di una vis comica degna del primo tempo di Small time crooks. I personaggi del film sono mossi come pedine, in pieno stile Hitchcock. Ci sono colpevolezze, psicologie e morti (e la morte, in persona, a metà strada tra Il settimo sigillo e Il senso della vita), ma la questione non si fa mai morale: stavolta vige la commedia pura, il susseguirsi delle situazioni, o meglio, delle occasioni per farci sorridere o sghignazzare a voce rauca.
Il tutto è un pastiche di Manhattan Murder Mystery, Criminali da strapazzo, La leggenda dello scorpione di giada e - limitatamente ai luoghi londinesi e all’effetto-Johannson - lo stesso Match point. Il personaggio di Allen svetta nettamente sopra a tutti per efficacia e qualità del dialogo: un maghetto da vaudeville proiettato per puro caso nell’alta società, che salendo e scendendo scale, entrando e uscendo da ambienti chiusi arriva a risolvere l’enigma di una catena di delitti… più piccola di quel che si pensava. Vedere Allen usare un cellulare - strumento fondamentale anche nella logisitica drammatica di Match point - o guidare una Smart a velocità scapicollante è un’esperienza che s’imprime nelle retina. Così come vedere Google in una sua inquadratura, o effetti speciali semplici e ficcanti (anche solo una dissolvenza incrociata…) esattamente come quelli che cominciò a usare in Everybody says I love you e ai quali non ha più rinunciato. Saggiamente. Nonostante un rallentamento nella seconda parte e qualche battuta fiacca, Scoop è un meccanismo oliato e corroborante, che fotografa per l’ennesima volta una salute artistica mostruosa. Mi si consenta un gigioneggiamento d’accatto: parlare di Woody Allen, anche quando "funziona" al botteghino, non è mai una bieca concessione agli ingranaggi del mercato. I suoi film, e con loro il suo pensiero, sono una delle poche certezze dei giorni nostri che vale la pena di tenere strette. Giovano, pungolano, non invecchiano. Noi sì. Loro no.





La Buchmesse è un’esperienza totalizzante e lobotomizzante. Nel senso che allo scoccare della quinta ora di passeggio, vaglio e sfogliamento non si distingue più la cacca dal cacao. Il cordonetto della borsa che regalano all’entrata, gonfia di cataloghi, comincia a scavare un solco sulla scapola, la capagira e i morsi della fame ti riducono a un tronco vivente - ma i prezzi insani degli snack bar costringono a un digiuno davvero gandhiano, quindi se vogliamo in tono con la kermesse.
A Francoforte, così come alla fiera di Lipsia, i libri non si comprano. La fiera è fiera e come tale è pura vetrina e occasione di affari d’alto bordo, dove a esser messi in compravendita sono i diritti, mica i singoli volumi. Ogni tanto capita che ti regalino qualcosa. Un libercolo critico su Ibsen scritto da luminari scandinavi e stampato in cinque lingue dal prodigo editore danese Gyldendal. Oppure un’edizione americana del Corano, che fa brodo come tutto ma non risponde alla mia esigenza di scoprire come si bestemmia in arabo. Il pubblico è numeroso e trasversale, e nella massa si distingue un’ampia fetta di giovani camuffati per una gara di cosplayers. Nello spicchio di fiera dedicato ai fumetti c’è anche lo stand di Titanic, il magazine satirico più caustico di Germania, settimanale graticola per la Merkel e i suoi fratelli.
Lampi durante il passeggio: l’editore Phantasia di Bellheim, psichedelico divulgatore di Ballard, Aldiss, Lovecraft, Dick, Barker e di un libro chiamato Pornutopia; il nuovo libro di Gutiérrez, El nido de la serpiente. Memorias del hijo del heladero, cioè a dire Il re dell’Havana in prima persona, con Pedro Juan narratore apocrifo della propria selvaggia giovinezza, edizioni (spagnole) Anagrama; lo stand di Google, con esaustive cartelline che illustrano una delle sue nuove frontiere, la Book Search.
Capita, infine, quando ormai il senno se n’è ito sulla luna, di assistere a mezz’ora di intervista a Günter Grass in carne e ossa, seduto sul Blaues Sofa, il salotto letterario della ZDF. In forma smagliante quanto la sua eloquenza salterellina, il più importante scrittore vivente di lingua tedesca ha chiacchierato per mezz’ora del suo libro di memorie, Sbucciando la cipolla, che Einaudi pubblicherà in primavera. Autobiografia "distanziata" mediante l’uso della terza persona, come ha fatto J.M. Coetzee in Boyhood e Youth. Un libro massivo, doloroso e stratificato - ecco la metafora cipollona - di cui finora si è ciarlato senza badare al contenuto, visto che il disco dei giornali s’è incantato sul paragrafo che tratta della sua fugace esperienza nelle SS. Grass si è abilmente smarcato da ogni tipo di speculazione moralista su questa rivelazione da due soldi e una patacca e ha incantato il pubblico tutto (una mandria ansimante), riuscendo a commutare la curiosità morbosa in ammirazione e risate. Come un Cirano consumato, al fin della licenza Günter ha toccato, s’è alzato e con sé ha alzato un bel bicchierone di vino, tracannandolo alla salute di tutti. Così sia. Abbandoniamo la folla e alziamo gli occhi al cielo.
A sorprendere è la natura dannatamente ben delineata di questo nuovo progetto, ancora musicalmente oscuro eccezion fatta per la copertina retroindustrial e protodark del singolo, vera sinfonia per gli occhi. Anche di chi, come me, innamorato per anni dei gasometri, ha assistito con progressivo scoramento alla loro progressiva, quasi automatica elevazione a forma d’arte da infilare ovunque manchi quel quid, quel tocco di che so io, poesia, forse poesia. A sorprendere e ammirare è la strategia ordinata, millimetrica e web-oriented seguita dalla nuova band, la quale nuova band:
* s’è comprata il dominio punto com, non facendoci granché ma infilandoci il link al profilo myspace, in cui troviamo:
* link al forum ufficiale
* campo vuoto per iscrizione a newsletter
* due video youtube fatti apposti per generare saliva e non regalare un solo accordo di Herculean
* copertina ufficiale del singolo, grandicella, in formato gif, fatta per essere acciuffata
* link alla voce della band in wikipedia, dove troviamo tutto quel che c’è da sapere, con link variegati ma essenziali
Anni fa si diceva (in televisione) che chi non è in televisione non esiste. Ora sappiamo che si esiste a prescindere, il che è cosa buona e giusta. Ma, e dico ma, se si vuole campare nella rete ci sono alcuni standard da conoscere, alcuni requisiti da accaparrarsi. Damon Albarn li sa a menadito. O forse è stato Dave Rowntree a bisbigliargleli in un orecchio. Auspicabilmente.
Senza tanti giri di parole, è ancora il monologo più ficcante del cinema contemporaneo.
Scritto dall’ottimo David Benioff e messo in bocca a Monty Brogan-Ed Norton nella Venticinquesima ora, il film di Spike Lee anno duemiladue.
Non si udiva una tale abbondanza di f words dai tempi di Frank Booth, in Blue velvet (1986). Ma questi fuck sono detti allo specchio, e diventano una sintesi dolente tra il monologo di Travis Bickle in Taxi driver (1976), l’inno a New York che apre Manhattan (1979) e la capata al cesso di Paul Hackett in After hours (1985).
Ecco il testo. Segue l’audiovideo prelevato dal flusso del film e propagato da fuckyou(tube).