Archivia per Ottobre, 2006

nato il tredici di agosto

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Ottobre 29, 2006 da Simone Buttazzi
 
Il socialismo e io. Così recita il sottotitolo di questo libro targato Jens Bisky, ex uomo dell’est nato il giorno in cui eressero il muro. Non nel 1961; cinque anni più tardi. Bisky è un giornalista di Lipsia, figlio di Lothar Bisky, politico tuttora presente nelle file del PDS, il Linkspartei. Questo testo del 2004 parla dei tempi della DDR, vissuta con occhi diversi: nei gay bar della Berlino capitale (grigia e orientale), nella bizzarra Pionierrepublik nei pressi del Werbellinsee - microcosmo scoutistico ed estivo-coniale benedetto da Honecker - o in una scuola sassone per alti ufficiali. Spaccati e filamenti di socialismo, quello che in Italia chiamiamo comunismo. Perché, si sa, il relativismo conta. A Città del Messico sanno che il 13 agosto di quattrocentoottantacinque anni fa gli spagnoli fecero il culo agli Inca; poco più in là, a Cuba, il 13 agosto è festa grande, compleanno del Líder Maximo; per altri è il compleanno di Hitchcock, se fosse ancora vivo, o l’anniversario di morte di H.G. Wells; per Amélie Nothomb è festa picciola, con tortiglia e candelille; per me pure, via. Ma questo non conta.

autunno tedesco

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Ottobre 26, 2006 da Simone Buttazzi
 
C’è un film che si chiama Deutschland im Herbst, Germania in autunno, anno 1978. E’ un film collettaneo. A dirigerlo, Rainer Werner Fassbinder, Alexander Kluge, Volker Schlöndorff, Edgar Reitz et al. La crucca crème di quei tempi che furono. Tempi di terrorismo sotto forma di Raf, tempi che divisero il Paese - la Repubblica Federale  - e fecero parlare di caccia alle streghe ed eccessivo garantismo. Ossimòro? Ossimòro. Chi sosteneva che la privacy dei cittadini era messa a repentaglio da uno stato poliziotto, quasi la Stasi della vicina DDR. Chi sosteneva che i terroristi non meritavano i funerali che lo stato concesse loro. In questo clima bigio e rovente, tuttora irrisolto e motivo di scandali (mostre d’arte a tema) e variegati malumori, Fassbinder entrò con nome e cognome, recitando la parte di un omosessuale nell’autunno del proprio rapporto di coppia. Tra tutti i segmenti, l’unico che è passato indenne il logorio del tempo e il vaglio di chi guarda e non è, più, uno spettatore degli anni Settanta. 
 

C’è un libro che si chiama Autunno tedesco. Sono impressioni a firma Stig Dagerman, giornalista vagabondo nella Germania in rovine del 1947. La stessa Germania captata da Rossellini nell’immaginarsi un Anno Zero con bambino, di nome Edmund, che dopo essersi aggirato nei gironi della fame e della disperazione gioca tra le rovine e si butta da un palazzo. Analizzare le idee politiche di un affamato senza analizzare al contempo la sua fame è un ricatto, ci dice Stig in Autunno tedesco, edizioni Il Quadrante, Torino, 1987, curatela di F. Ferrari.

 
Oggigiorno, l’autunno tedesco che vedo la mia finestra è solo bello. Bello di giorno, terso e solare. Di notte temperato, con il festival delle luci che imbelletta la Funkturm di Charlottenburg, la Fernsehturm di Alexanderplatz, il ponte di Lola corre che con le sue torri che invitano a Kreuzberg, la porta di Brandenburgo, l’Altes Museum. Inspirare. Espirare. Espiare. La bellezza.

wagenbach

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 23, 2006 da Simone Buttazzi

Ha quarantadue anni la casa editrice indipendente per lettori selvaggi (der unabhängige Verlag für wilde Leser), berlinese, diretta e incarnata dal signor Klaus. Il quale a Francoforte, due settimane e passa or sono, vidi paffuto e ridente saltellare da un angolo all’altro dello stand, giusto un cicinin sbilenco. Klaus Wagenbach è con tutta probabilità il massimo esperto vivente di Kafka all’interno dei confini tedeschi. Ma nel suon catalogo non troverete tomi con edizioni critiche dei suoi romanzi e racconti - quello lo fanno gli altri. Klaus scrisse quarant’anni fa una biografia dello scrittore praghese che è ancora lettura obbligatoria e pregnante; poi ha assemblato una sorta di guida nella Praga di Franz, la Praga che fu; un libro sulla sua giovinezza; varie ed eventuali, sempre laterali e piccine.

Wagenbach è l’Adelphi di Germania. Anche Calasso, si sa, è un fervido franzista, e mentre l’editore torinese si mantiene sintonizzato sulla mitteleuropa, l’editore che nella mitteleuropa è nato e cresciuto manifesta da sempre una predilezione per l’Italia, dal dopoguerra a oggi. Con antologie sensate e omaggi trasversali, da Fenoglio a Gadda, da Malerba a Sciascia, Pasolini e Bobbio, fino a Scarpa. Ma non solo. Wagenbach pubblica Alan Bennett e Boris Vian, Perec e Queneau, il primo Houellebecq e i sospiri estremi di Bunuel. Poche collane, ma coerenti e bellissime. I libri SALTO sono ambrosia per bibliofili: rossi, stretti, cartonati, in tela. Come Il libricino sul Museo delle cose inaudite di Roland Albrecht, stralunato abitante di Memmingen con uno sbuzzo per gli oggetti perduti e il recupero - rigorosamente fantasioso - delle loro storie, trasferitosi a Berlino per allestire un minuscolo spazio zeppo di cose.

E se volete tenervi informati sulle ultime iniziative della Wagenbach, oltre a alla newsletter c’è la Zwiebel, cioè a dire la cipolla, libercolo periodico con schegge di editoria e prelievi dal flusso di un’officina dei libri come non ce ne sono (quasi) più. Nei paraggi.

accetta il futile consiglio

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 21, 2006 da Simone Buttazzi

In un recente numero di NME, Jarvis Cocker viene intercettato a Parigi da un paio di giornalisti adoranti e scodella loro le sue tavole della legge, leggi sedici consigli che se la sente di dare dopo trent’anni di alti e bassi nello show business. Dopo i preziosi suggerimenti di Baz Luhrmann veicolati dal singolo Everybody’s free (1998) e ruminati con sorniona sapienza da Sgalambro durante il tour 2003 del sodale Battiato, ecco i sedici consigli di Jarvis ridotti a dodici: un dodecalogo.

1) non mischiate mai il sidro col vino
2) non c’è nulla di più nojoso di un carrierista
3) non fidatevi mai di un uomo che indossa calzini lunghi fino alla caviglia (o ancor peggio, fantasmini)
4) scrivi solo di ciò che conosci - ma per cortesia non farlo se è noioso
5) citazione da Nick Cave: live your life, and the work will follow
6) ognuno di noi ha pensieri orribili
7) nessuno vuole più essere una persona quadrata
8 ) non sedatevi con la cultura audiovisiva: leggete
9) a un certo punto devi visitare il tuo lato oscuro
10) non scegliete quello che fate (questa è una constatazione, non un consiglio)
11) internet scaraventa chiunque giù dal suo piedistallo
12) quando si tratta di musica, il 99,9% di ciò che è giusto è ancora sbagliato

Ipse dixit.

[dopo l'archiviazione dei Pulp, il progetto Relaxed Muscle e una ridda di collaborazioni di varia natura - ultima delle quali questa - Jarvis sta per pubblicare il primo album a suo nome. Bava alle orecchie]

the suburbs dream of violence

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 18, 2006 da Simone Buttazzi

James George è di nuovo tra noi. L’ho visto in libreria, l’ho girato, ho decrittato la cifra del prezzo: venticinque euro. Il mio ululato ha infranto bicchieri per miglia. Il conto alla rovescia per l’edizione tascabile è partito. Che saranno mai otto mesi? Ma meglio non ragionar di loro e passare oltre.

Il ballardismo è - ribadisco: è, senza condizionali o precauzioncine - l’unica filosofia a occhi sbarrati sulla nostra epoca. JGB pubblica da 50 anni e non ha mai perso occasione di scalparci e scuoiarci nelle nostre abitudini in fieri, nei nostri vizi pronti a sbocciare o partoriti in qualche sottoscala. Lui queste cose le sa, e le dice. Negli anni ‘60 esordì come romanziere di fantascienza, roba solo apparentemente da Urania: paesaggi dopobombeschi, catastrofismi, moniti e omarini, allora come ora, con poco cervello ma molto sbuzzo per far danni - meglio, crimini. Meglio, con dolo.

Il ballardismo vero e proprio nasce tuttavia nel 1970, col (non)romanzo diderottiano/tzariano - a metà strada tra dada e l’Encyclopedie - The atrocity exhibition, un catalogo di ossessioni personali e appunti presi sul polsino nella forma di un ipertesto, o forse l’unico esempio moderno di libro profetico, al contempo oscuro e accecante. Scoccò l’ora di titoli come Crash, Concrete Island, High Rise. Un mondo di cemento e vetture in movimento. Poesia di una modernità che schizza veloce, si eleva a millepiani e si accartoccia, affamata di morte e della visione/rappresentazione/esperienza della stessa.

Nel 1988, dopo alcuni titoli opinabili e un grande successo autobiografico, Ballard torna alla forma smagliante con Running wild, un libricino atroce a base di ragazzini ricchi e assassini che sterminano le famiglie e fuggono verso terroristici lidi. Da 18 anni a questa parte, JGB questa forma non l’ha mai persa. Ora la trilogia Cocaine Nights - Super Cannes - Millennium people pare aver trovato il quarto titolo. Nel 2003 si parlò di trilogia della ribellione boghese: romanzi ambientati in luoghi circoscritti (come sempre, in Ballard) che vivono un’implosione. Il crimine come liberazione, come unico credo e fonte di libertà. Un crimine, sia bene inteso, perpetrato ai propri danni. Altro che scontro di culture. Un suicidio settario e consapevole.

Kingdom come è il regno dei cieli, oltre che un brano bowiano del 1980. L’immagine in copertina ritrae due scale mobili di un centro commerciale, cuore pulsante del libro. Ancora una volta c’è chi muore, c’è chi indaga in un luogo ben delimitato e ne annusa piano piano la forma mentis, il credo, la missione. Kingdom come è L’alba dei morti viventi di Romero fuor di metafora. Via gli zombi, resta la pulsione omicida. L’istinto ad acquistare (introiettare, ingoiare. al di là della fame), a rincorrere offerte. L’anelito verso qualsivoglia prodotto nuovo di trinca. Che nel caso del romanzo ha un prezzo troppo alto. Per ora. Mi limito a sfogliare; mi fermo all’ultima frase di pagina 191:

Violence and hate, as always, were organizing themselves.

what (the heck) is it?

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 16, 2006 da Simone Buttazzi

Lynch? Jodorowsky? Kenneth Anger?
No. Crispin Glover. Il padre di Marty in Ritorno al futuro. Il cugino Dell di Cuore selvaggio.
Che diavolo ha fatto Crispin?

splendini

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 13, 2006 da Simone Buttazzi

Di nascita sono di confessione ebraica, ma crescendo mi sono convertito al narcisismo. Questa una delle battute cavate da Woody Allen nel suo "ultimo" film come carte da un cilindro. A raffica. Un trucco degno del mago Splendini, snocciolato tra un ammiccamento e un calcolato tentennar. Scoop è il suo ultimo film solo tra virgolette perché come di consueto ne ha già girato un altro e si appresta a recarsi sul set del suo nuovo WA Fall Project - questa volta in Spagna. Un ritmo che segue indefessamente da 40 anni salvo rare occasioni nelle quali, poffarbacco, invece di uno sforna più film all’anno, come autore o solo come attore. Oltre a essere un consumato uomo di cinema, Allen è soprattutto (e non celio) un filosofo, che conosce l’umanità come le sue tasche. Nei suoi film ci ha scavato dentro e ci ha rivoltati come guanti ormai così tante volte e con una tale (rapida, poi) prodigalità, che a vederlo ora, settantenne e in stato di grazia, si ha l’impressione di essere stati circumnavigati, doppiati, sorpassati a più riprese. Con tutta probabilità, Allen vivrà più di De Oliveira. Lascerà alle sue spalle un Opus Magnum senza precedenti.

Pur con qualche periodica stanchezza e con le inevitabili ripetizioni del caso, i suoi film - specie quelli che finiscono male, malissimo - sono terapie fondamentali, fertili, da somministrarsi senza buttar l’occhio alla posologia. E il miracolo consiste nella tenuta, nella costanza di questa sua forma: basta citare il suo film del 2005, Match Point, per riassumerne la statura. Scoop è una commedia leggera e indiavolata, con Allen protagonista come non lo si vedeva da Hollywood Ending, nonché carico di una vis comica degna del primo tempo di Small time crooks. I personaggi del film sono mossi come pedine, in pieno stile Hitchcock. Ci sono colpevolezze, psicologie e morti (e la morte, in persona, a metà strada tra Il settimo sigillo e Il senso della vita), ma la questione non si fa mai morale: stavolta vige la commedia pura, il susseguirsi delle situazioni, o meglio, delle occasioni per farci sorridere o sghignazzare a voce rauca.

Il tutto è un pastiche di Manhattan Murder Mystery, Criminali da strapazzo, La leggenda dello scorpione di giada e - limitatamente ai luoghi londinesi e all’effetto-Johannson - lo stesso Match point. Il personaggio di Allen svetta nettamente sopra a tutti per efficacia e qualità del dialogo: un maghetto da vaudeville proiettato per puro caso nell’alta società, che salendo e scendendo scale, entrando e uscendo da ambienti chiusi arriva a risolvere l’enigma di una catena di delitti… più piccola di quel che si pensava. Vedere Allen usare un cellulare - strumento fondamentale anche nella logisitica drammatica di Match point - o guidare una Smart a velocità scapicollante è un’esperienza che s’imprime nelle retina. Così come vedere Google in una sua inquadratura, o effetti speciali semplici e ficcanti (anche solo una dissolvenza incrociata…) esattamente come quelli che cominciò a usare in Everybody says I love you e ai quali non ha più rinunciato. Saggiamente. Nonostante un rallentamento nella seconda parte e qualche battuta fiacca, Scoop è un meccanismo oliato e corroborante, che fotografa per l’ennesima volta una salute artistica mostruosa. Mi si consenta un gigioneggiamento d’accatto: parlare di Woody Allen, anche quando "funziona" al botteghino, non è mai una bieca concessione agli ingranaggi del mercato. I suoi film, e con loro il suo pensiero, sono una delle poche certezze dei giorni nostri che vale la pena di tenere strette. Giovano, pungolano, non invecchiano. Noi sì. Loro no.

il ratto della cipolla

Pubblicato su cruccate bastarde il Ottobre 9, 2006 da Simone Buttazzi



Botta e via in quel di Francoforte, dove si svolge la Fiera del Libro più importante della galassia. Nove padiglioni vasti come aereoporti e fitti come foreste pluviali, ove toccare, sniffare e guatare si posson volumi di ogni fatta, lingua e alfabeto. Ospite d’onore l’India, che torna in questa veste dopo venti anni col suo carico di Bollywood, spezie, ganesci e vacche magre, nonché diciotto lingue e un’editoria vispa e variegata.

La Buchmesse è un’esperienza totalizzante e lobotomizzante. Nel senso che allo scoccare della quinta ora di passeggio, vaglio e sfogliamento non si distingue più la cacca dal cacao. Il cordonetto della borsa che regalano all’entrata, gonfia di cataloghi, comincia a scavare un solco sulla scapola, la capagira e i morsi della fame ti riducono a un tronco vivente - ma i prezzi insani degli snack bar costringono a un digiuno davvero gandhiano, quindi se vogliamo in tono con la kermesse.

A Francoforte, così come alla fiera di Lipsia, i libri non si comprano. La fiera è fiera e come tale è pura vetrina e occasione di affari d’alto bordo, dove a esser messi in compravendita sono i diritti, mica i singoli volumi. Ogni tanto capita che ti regalino qualcosa. Un libercolo critico su Ibsen scritto da luminari scandinavi e stampato in cinque lingue dal prodigo editore danese Gyldendal. Oppure un’edizione americana del Corano, che fa brodo come tutto ma non risponde alla mia esigenza di scoprire come si bestemmia in arabo. Il pubblico è numeroso e trasversale, e nella massa si distingue un’ampia fetta di giovani camuffati per una gara di cosplayers. Nello spicchio di fiera dedicato ai fumetti c’è anche lo stand di Titanic, il magazine satirico più caustico di Germania, settimanale graticola per la Merkel e i suoi fratelli.

Lampi durante il passeggio: l’editore Phantasia di Bellheim, psichedelico divulgatore di Ballard, Aldiss, Lovecraft, Dick, Barker e di un libro chiamato Pornutopia; il nuovo libro di Gutiérrez, El nido de la serpiente. Memorias del hijo del heladero, cioè a dire Il re dell’Havana in prima persona, con Pedro Juan narratore apocrifo della propria selvaggia giovinezza, edizioni (spagnole) Anagrama; lo stand di Google, con esaustive cartelline che illustrano una delle sue nuove frontiere, la Book Search.

Capita, infine, quando ormai il senno se n’è ito sulla luna, di assistere a mezz’ora di intervista a Günter Grass in carne e ossa, seduto sul Blaues Sofa, il salotto letterario della ZDF. In forma smagliante quanto la sua eloquenza salterellina, il più importante scrittore vivente di lingua tedesca ha chiacchierato per mezz’ora del suo libro di memorie, Sbucciando la cipolla, che Einaudi pubblicherà in primavera. Autobiografia "distanziata" mediante l’uso della terza persona, come ha fatto J.M. Coetzee in Boyhood e Youth. Un libro massivo, doloroso e stratificato - ecco la metafora cipollona - di cui finora si è ciarlato senza badare al contenuto, visto che il disco dei giornali s’è incantato sul paragrafo che tratta della sua fugace esperienza nelle SS. Grass si è abilmente smarcato da ogni tipo di speculazione moralista su questa rivelazione da due soldi e una patacca e ha incantato il pubblico tutto (una mandria ansimante), riuscendo a commutare la curiosità morbosa in ammirazione e risate. Come un Cirano consumato, al fin della licenza Günter ha toccato, s’è alzato e con sé ha alzato un bel bicchierone di vino, tracannandolo alla salute di tutti. Così sia. Abbandoniamo la folla e alziamo gli occhi al cielo.

[Qua giace l'audio di un'intervista rilasciata da Grass a Giovanni di Lorenzo, direttore della Zeit, poco prima di sedersi sul sofà]

Ercole e la Regina (di Lidia)

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 6, 2006 da Simone Buttazzi

Il buono, il cattivo e la Regina: quattro e non tre soggetti musicali, cioè a dire Tony Allen (batterista di Fela Kuti, leggi afro-beat), Paul Simonon (ex bassista dei Clash), Simon Tong (ex chitarrista dei Verve e membro dei Gorillaz) e Damon Albarn, che parentesi non ne necessita e stavolta ha fatto un po’ come Jack White con i Raconteurs. Damon è saltato su all’improvviso con una boy band matura e spiazzante, un album eponimo in uscita a gennaio e un singolo già leggendario, Herculean (released and deleted on the same day, il 30 ottobre prossimo venturo).

A sorprendere è la natura dannatamente ben delineata di questo nuovo progetto, ancora musicalmente oscuro eccezion fatta per la copertina retroindustrial e protodark del singolo, vera sinfonia per gli occhi. Anche di chi, come me, innamorato per anni dei gasometri, ha assistito con progressivo scoramento alla loro progressiva, quasi automatica elevazione a forma d’arte da infilare ovunque manchi quel quid, quel tocco di che so io, poesia, forse poesia. A sorprendere e ammirare è la strategia ordinata, millimetrica e web-oriented seguita dalla nuova band, la quale nuova band:

* s’è comprata il dominio punto com, non facendoci granché ma infilandoci il link al profilo myspace, in cui troviamo:
* link al forum ufficiale
* campo vuoto per iscrizione a newsletter
* due video youtube fatti apposti per generare saliva e non regalare un solo accordo di Herculean
* copertina ufficiale del singolo, grandicella, in formato gif, fatta per essere acciuffata
* link alla voce della band in wikipedia, dove troviamo tutto quel che c’è da sapere, con link variegati ma essenziali

Anni fa si diceva (in televisione) che chi non è in televisione non esiste. Ora sappiamo che si esiste a prescindere, il che è cosa buona e giusta. Ma, e dico ma, se si vuole campare nella rete ci sono alcuni standard da conoscere, alcuni requisiti da accaparrarsi. Damon Albarn li sa a menadito. O forse è stato Dave Rowntree a bisbigliargleli in un orecchio. Auspicabilmente.

fuck you.

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Ottobre 4, 2006 da Simone Buttazzi

Senza tanti giri di parole, è ancora il monologo più ficcante del cinema contemporaneo.

Scritto dall’ottimo David Benioff e messo in bocca a Monty Brogan-Ed Norton nella Venticinquesima ora, il film di Spike Lee anno duemiladue.

Non si udiva una tale abbondanza di f words dai tempi di Frank Booth, in Blue velvet (1986). Ma questi fuck sono detti allo specchio, e diventano una sintesi dolente tra il monologo di Travis Bickle in Taxi driver (1976), l’inno a New York che apre Manhattan (1979) e la capata al cesso di Paul Hackett in After hours (1985).

Ecco il testo. Segue l’audiovideo prelevato dal flusso del film e propagato da fuckyou(tube).

The "Fuck you" speech

(Monty walks into the bathroom. He looks in the mirror. In the bottom corner, someone’s written Fuck You!)

Monty: Yeah, fuck you, too.
Monty’s Reflection: Fuck me? Fuck you! Fuck you and this whole city and everyone in it.
Fuck the panhandlers, grubbing for money, and smiling at me behind my back.
Fuck squeegee men dirtying up the clean windshield of my car. Get a fucking job!
Fuck the Sikhs and the Pakistanis bombing down the avenues in decrepit cabs, curry steaming out their pores and stinking up my day. Terrorists in fucking training. Slow the fuck down!
Fuck the Chelsea boys with their waxed chests and pumped up biceps. Going down on each other in my parks and on my piers, jingling their dicks on my Channel 35.
Fuck the Korean grocers with their pyramids of overpriced fruit and their tulips and roses wrapped in plastic. Ten years in the country, still no speaky English?
Fuck the Russians in Brighton Beach. Mobster thugs sitting in cafés, sipping tea in little glasses, sugar cubes between their teeth. Wheelin’ and dealin’ and schemin’. Go back where you fucking came from!
Fuck the black-hatted Chassidim, strolling up and down 47th street in their dirty gabardine with their dandruff. Selling South African apartheid diamonds!
Fuck the Wall Street brokers. Self-styled masters of the universe. Michael Douglas, Gordon Gecko wannabe mother fuckers, figuring out new ways to rob hard working people blind. Send those Enron assholes to jail for fucking life! You think Bush and Cheney didn’t know about that shit? Give me a fucking break! Tyco! Imclone! Adelphia! Worldcom!
Fuck the Puerto Ricans. 20 to a car, swelling up the welfare rolls, worst fuckin’ parade in the city. And don’t even get me started on the Dom-in-i-cans, because they make the Puerto Ricans look good.
Fuck the Bensonhurst Italians with their pomaded hair, their nylon warm-up suits, and their St. Anthony medallions. Swinging their, Jason Giambi, Louisville slugger, baseball bats, trying to audition for the Sopranos.
Fuck the Upper East Side wives with their Hermés scarves and their fifty-dollar Balducci artichokes. Overfed faces getting pulled and lifted and stretched, all taut and shiny. You’re not fooling anybody, sweetheart!
Fuck the uptown brothers. They never pass the ball, they don’t want to play defense, they take fives steps on every lay-up to the hoop. And then they want to turn around and blame everything on the white man. Slavery ended one hundred and thirty seven years ago. Move the fuck on!
Fuck the corrupt cops with their anus violating plungers and their 41 shots, standing behind a blue wall of silence. You betray our trust!
Fuck the priests who put their hands down some innocent child’s pants. Fuck the church that protects them, delivering us into evil. And while you’re at it, fuck JC! He got off easy! A day on the cross, a weekend in hell, and all the hallelujahs of the legioned angels for eternity! Try seven years in fuckin Otisville, Jay!
Fuck Osama Bin Laden, Alqueda, and backward-ass, cave-dwelling, fundamentalist assholes everywhere. On the names of innocent thousands murdered, I pray you spend the rest of eternity with your seventy-two whores roasting in a jet-fueled fire in hell. You towel headed camel jockeys can kiss my royal, Irish ass!

Fuck Jacob Elinski, whining malcontent.
Fuck Francis Xavier Slaughtery, my best friend, judging me while he stares at my girlfriend’s ass.
Fuck Naturel Rivera. I gave her my trust and she stabbed me in the back. Sold me up the river. Fucking bitch.
Fuck my father with his endless grief, standing behind that bar. Sipping on club soda, selling whiskey to firemen and cheering the Bronx Bombers.
Fuck this whole city and everyone in it. From the row houses of Astoria to the penthouses on Park Avenue. From the projects in the Bronx to the lofts in Soho. From the tenements in Alphabet City to the brownstones in Park slope to the split levels in Staten Island. Let an earthquake crumble it. Let the fires rage. Let it burn to fuckin ash then let the waters rise and submerge this whole, rat-infested place.
Monty: No. No, fuck you, Montgomery Brogan. You had it all and then you threw it away, you dumb fuck!

(He takes a breath and tries to rub away the words.)