Archivia per Agosto, 2006

Dumblido

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 30, 2006 da Simone Buttazzi
Accomodatevi…

Tra una settimana, il sei zero nove zero sei, dodici anni dopo la sua prodiga presidenza di giuria - in occasione della quale dispensò premi come bruscolini - David Lynch raccatterà il Leone dorato alla carriera e presenterà in anteprima INLAND EMPIRE, ancora miracolosamente ignoto alla rete. O quasi (nella speranza che sia una bufala).
Per ora ufficiali quattro proiezioni tra il 6 e l’8 settembre: una con pubblico e cerimonia allegata, le altre per accreditati. Ma quel che conta è l’idea di incontrare Davide mentre vagola tra calle e calle, lost in darkness and confusion. Trovarlo, insomma, come un’orecchia nei prati.

fai ciao al papa

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 27, 2006 da Simone Buttazzi

Le scorribande canterine in solitaria senza che il gruppo di origine non sia ancora andato in mille pezzi non sono necessariamente delle pisciate fuori dal vaso. Prendiamo Damon Albarn con Mali music (2002) e Democrazy (2003). Prendiamo il solito Thom Yorke e mettiamoci la mano davanti alla bocca.

Prendiamo soprattutto James Dean Bradfield dei Manic Street Preachers, uscito da poco con un album che, nonostante la vecchia locomotiva in copertina, non sbuffa né puzza di vecchio, né tanto meno sferraglia. The Great Western è un album pop/rock con tutti crismi e un bel po’ di pregi aggiuntivi in grado di raddrizzare il naso di tutti coloro che lo storcono quando odono la parola pop, o anche la parola rock. Mannaggia.

Premesso che i Manic Street Preachers sono ancora in ottima forma, meno incazzosi degli esordi ma orgogliosamente e trionfalmente melodici - Lifeblood, del 2004, è uno di quei dischi che quadrano il cerchio dell’ascolto easy & smart. Premesso questo, l’album solista di Bradfield è, se possibile, ancora più pop e armonioso di Lifeblood, senza il timore di usare tutto l’armamentario del genere. Anzi. I ritornelli non si fanno attendere e il primo pezzo - che è pure il singolo, con tanto di video mafioso - attacca con tanto di battimani e dispensa, al momento giusto, un dannato sha-la-la. Non ne abusa, non ci si aggrappa: lo usa come uno strumento di songwriting, là e solo là dove calza a pennello e privarcene sarebbe, davvero, una mossa snob e radical chic. In The Great Western il miracolo si compie a destra e mancina, nella seconda traccia come nella terza, splendida (Bad boys and painkillers), in Run Romeo Run e nel brano numero nove, il cui testo è giocoso e innocuo, ma ci porta un po’ via e finisce per vergare il titolo di questo post.

il ritorno del mae(l)stro(m)

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 23, 2006 da Simone Buttazzi

Sessantaquattro albi di assenza: dal 176 al 240, che esce tra una settimana [ola festeggiante]. Vent’anni, ormai, dall’esordio in edicola del suo incubico indagatore. E’ morto in edicola, sospirarono alla Bonelli con i risultati di vendita dell’Alba dei morti viventi sott’occhio. Poi accadde il miracolo, tempo tre anni. Il resto è inflazione.

Dopo la libreria (con l’ottimo Tornado di Valle Scuropasso), Tiziano Sclavi è ritornante anche tra gli edicolanti. E per quanto questo possa sembrare un mero messaggio pubblicitario - buy DYD! -  trattasi solo di una buona notizia: buona, linda e spoglia. Dell’albo so e voglio sapere poco, prima di sfogliarlo. Pare siamo dalle parti di Golconda, Tre per zero, La quinta stagione. I disegni sono di Saudelli.

Sclavi ci aveva abituato ai suoi ritmi da stakanov e ai suoi tour de force macinatavole fin dai tempi in cui rivoltò Mister No e Zagor come guanti. Poi il successo lo immobilizzò lentamente, quasi una trombosi. Dopo cinque anni di nuvolette silenti andrà bene qualsiasi cosa pur di rileggere Tiz, anche una chiavata come Il Male (DYD 51, e chi se lo scorda).

al massacro

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 20, 2006 da Simone Buttazzi

In questi giorni non si fa che blaterare di Grass (Gunther) e delle sue scorribande giovanili Sotto il Segno della doppia esse. Le colonne degli elzeviri si riempiono con la stessa facilità di un boccale di birra e lo Stern, che è come se fosse Panorama, sbatte il nobel in copertina tentando l’umiliazione con un montaggio d’immaginette che ricorda la Domenica del Corriere e un titoluzzo da sbadiglio a tutto tondo: La caduta del moralista. Non paghi, sbattono (anche in rete) un articolo che omaggia l’ultima canzone di Jarvis Cocker, in cui il cantante di Sheffield sottolinea come non sia la crème a emergere per sua natura, bensì la merda a galleggiare. Titola lo Stern: La cacca viene a galla.

L’unica vera notizia è che Steidl, l’editore di Grass, ha anticipato di due settimane l’uscita di Sbucciando la cipolla (Beim Häuten der Zwiebel), per cavalcare l’onda scandalistica. Sbucciando è Il tomo autobiografico in cui Gunther, tra un cacchio suo e l’altro, mette a stendere quel vecchio aneddoto tenuto nell’armadio per decenni - durante i quali è stato uno dei più ferventi sostenitori della Vergangenheitsbewältigung, in parole povere il dovere morale di fare i conti col proprio passato. Ma son quisquilie.

In libreria, costa a costa con Sbucciando, è uscito il nuovo Philip Roth. Tradotto con una rapidità insolita per l’editoria tedesca. Trattasi di Jedermann (Everyman), un romanzo conciso e sferzante che rischia di ripristinare lo stato di grazia raggiunto cinque anni or sono con l’Animale morente. Frase chiave: La vecchiaia è un massacro. Tant’è che a 79 anni Grass mette in ordine la cantina, mentre a 73 Roth è vivo, caustico e scalciante più che mai. E allora c’è chi sfoglierà le quattrocento pagine di Grass solo per leggere esse o esse e chi, invece - beato lui - si inoculerà tutte le scarse duecento di Roth (P. Roth) come una dose buona, giusta, non tagliata. Quando certa letteratura dà dipendenza.

a chemnitz, di passaggio

Pubblicato su cruccate bastarde il Agosto 17, 2006 da Simone Buttazzi


Arrivi a Chemnitz che piove. Per trentasette dei quarant’anni anni della DDR, Chemnitz si è chiamata Karl Marx Stadt. Carlo Marx è nato a Trier. Chemnitz è una città industriale. Arrivi, piove, non c’è nessuno. Ci sono i palazzoni, le strade larghe come autostrade e la testa di Carlo Marx più grande della Germania intiera. Un testone, ti viene da dire. Alla spalle della testa, un pannello gigante che ripete proletari di tutto il mondo unitevi in più lingue e alfabeti, ma nemmeno tanti. Davanti a lei si erige il Mercure Hotel, fichissimo, con la scritta al neon rosso che sporca l’acqua ai piedi della testa, e tinge il metallo della testa. Cammini cammini, niente. Il tendone di un circo. Versi di animali in cattività. Una sagra improvvisata con specialità sassoni a prezzi insani. Un centro commerciale vuoto. Il multisala ti rammenta che sta per ritornare superman. Esci. Passi davanti a un kebabbaro, che alza la testa e per poco non esce a per portarti dentro a braccetto, come i buttadentro di Praga e Budapest davanti ai locali a luci rosse. Alla fine dici sì al bistro Kalincka, aperto di fresco. Cantano il karaoke ucraino a palla. Ti siedi accanto alle casse, estrai il tuo libro, cerchi di leggere, chiedi cortesemente una zuppa senza carne. Come scusi. Purché sia. Senza. Carne. Il proprietario si china sul tuo libro e chiede se è in inglese, se sei inglese. Rispondi. Lui ci tiene a dire che è ucraino e che quella è musica ucraina. L’avevo notato, replichi con un sorriso come un panno steso al sole. Mi piacciono queste canzoni popolari. L’allungamento del tuo naso come un trapano nel cervello del proprietario ucraino. Che se ne va strizzandoti l’occhio e puntandoti il dito a mo’ del signor Aiazzone. Arriva la zuppa. Vi galleggiano dischetti di wurstel.

un anno fa

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Agosto 13, 2006 da Simone Buttazzi

Incipit. E’ un racconto (1940) di Silvio D’Arzo, eponimo della raccolta L’uomo che camminava per le strade edita da Quodlibet nel 1993.

vacanze al sangue

Pubblicato su [comunicazioni di servizio] il Agosto 5, 2006 da Simone Buttazzi
Qualche giorno off in compagnia dei miei Kumpel.
E’ cosa buona e giusta.

Il giro del giorno in ottanta mondi di Julio Cortázar (Alet, 2006; traduzione di Eleonora Mogavero) termina così:

Cara signora, ecco perché le dicevo che molti non capiranno questa passeggiata del camaleonte sul tappeto variopinto, anche se il mio colore e la mia direzione preferiti si percepiscono non appena si osserva con attenzione: tutti sanno che sto a sinistra, sul rosso. Ma non ne parlerò mai in modo esplicito, o forse sì, non prometto e non nego nulla. Credo di fare qualcosa di meglio, e che molti se ne rendano conto. Anche qualche commissario, perché nessuno è irrimediabilmente perduto e perché tanti poeti continuano a scrivere con il gesso sui muri dei commissariati del nord e del sud, dell’est e dell’ovest dell’orribile, bellissima terra.
[pagina 298]

death of a party

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Agosto 3, 2006 da Simone Buttazzi
 
Inaugurato nel 1969, privatizzato nel 1992, abbandonato a se stesso dieci anni più tardi, lo Spreepark è ora una landa desolata e commovente, annidata in una delle estreme propaggini del Treptower Park. L’unica cosa rimasta ancora in piedi è il sito, che dispensa un’esauriente storia del luogo e una descrizione puntigliosa di tutte le attrazioni, con tanto di foto incorniciate e brevi video da fare invidia alla vecchia sigla di Bim Bum Bam. Qua sopra, aggrappato come mignatta al T.Rex, c’è uno zip di immagini da scaricare. E’ consigliata la contemplazione del  suddetto paesaggio dando la molla a questa canzone, in sottofondo. Che sia un brusio, mi raccomando.