Le scorribande canterine in solitaria senza che il gruppo di origine non sia ancora andato in mille pezzi non sono necessariamente delle pisciate fuori dal vaso. Prendiamo Damon Albarn con Mali music (2002) e Democrazy (2003). Prendiamo il solito Thom Yorke e mettiamoci la mano davanti alla bocca.
Prendiamo soprattutto James Dean Bradfield dei Manic Street Preachers, uscito da poco con un album che, nonostante la vecchia locomotiva in copertina, non sbuffa né puzza di vecchio, né tanto meno sferraglia. The Great Western è un album pop/rock con tutti crismi e un bel po’ di pregi aggiuntivi in grado di raddrizzare il naso di tutti coloro che lo storcono quando odono la parola pop, o anche la parola rock. Mannaggia.
Premesso che i Manic Street Preachers sono ancora in ottima forma, meno incazzosi degli esordi ma orgogliosamente e trionfalmente melodici - Lifeblood, del 2004, è uno di quei dischi che quadrano il cerchio dell’ascolto easy & smart. Premesso questo, l’album solista di Bradfield è, se possibile, ancora più pop e armonioso di Lifeblood, senza il timore di usare tutto l’armamentario del genere. Anzi. I ritornelli non si fanno attendere e il primo pezzo - che è pure il singolo, con tanto di video mafioso - attacca con tanto di battimani e dispensa, al momento giusto, un dannato sha-la-la. Non ne abusa, non ci si aggrappa: lo usa come uno strumento di songwriting, là e solo là dove calza a pennello e privarcene sarebbe, davvero, una mossa snob e radical chic. In The Great Western il miracolo si compie a destra e mancina, nella seconda traccia come nella terza, splendida (Bad boys and painkillers), in Run Romeo Run e nel brano numero nove, il cui testo è giocoso e innocuo, ma ci porta un po’ via e finisce per vergare il titolo di questo post.