Archivia per Luglio, 2006

le gomme e le menti (che cancellano)

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 31, 2006 da Simone Buttazzi

Un’occhiata al programma del Festival del cinema di Venezia, che scorrazzerà sul Lido (esosa isola dei morti) dal 30 agosto al 9 settembre.

Prima informazione che balza agli occhi: INLAND EMPIRE di David Lynch dura centosessantotto minuti. Solo con la versione lunga e abiurata di Dune (firmata Alan Smithee) ha fatto di meglio, ovvero tre ore esatte.
Centosessantotto secondi di silenzio e riflessione sono dunque d’uopo.

Seconda. Questo film, all’interno della lateralissima sezione Orizzonti:

Alain ROBBE-GRILLET C’est Gradiva qui vous appelle Francia, Belgio - 110’
James Wilby, Arielle Dombasle, Dany Verissimo

Si tratta del ritorno alla regia di un ottantaquattrenne che cinquant’anni fa diede un sano scossone alla letteratura francese. Con testi come Les gommes (1953) e La jalousie (1957), Robbe-Grillet fissò le coordinate di quello che lui chiamava nouveau roman: narrazioni fredde, descrittive, oggettuali (perché aderenti, letteralmente, agli oggetti), labirintiche e arrapate. Strano ma vero, arrapate. La componente erotica del suo universo trapela soprattutto nei film da lui girati con una certa assiduità, a partire dai primi anni ‘60  fino agli ‘80: L’immortelle (1963), l’ottimo Trans-Europe Express (1964), L’homme qui ment (1968), L’Eden et après (1970), Glissements progressifs du plaisir (1975)… tessuti audiovisivi complessi, ipnotici, che fondono le fratture del piano temporale tipiche di Alain Resnais (insieme al quale scrisse la sceneggiatura di L’anno scorso a Marienbad) con una ricerca nuovissima - sebbene, con gli occhi di oggi, un po’ pretestuosa - riguardante il rapporto immagine-colonna sonora-bruitage, e uno sguardo proto-porno sul corpo femminile. Diciamo pure che, così come Visconti avrebbe voluto diventare Cadinot prima di Cadinot, Alain ha sempre sognato di girare film lesbo per un pubblico eterosessuale. Finora, tuttavia, ciccia. Romanziere prolifico ma alla lunga un po’ tedioso, regista col coniglio nel cappello, personaggio formidabile e loquace vera gioia dell’intervistatore di turno, Robbe-Grillet sarà al Lido e forse incontrerà David Lynch. E’ prevista una tempesta magnetica.

[Come la testa-magnete di Jack Black, che smagnetizza tutte le videocassette di un videonoloeggio - di sole VHS! - nel prossimo film americano di Michel Gondry. Al che lui pensa bene di rigirare personalmente tutti i film andati perduti, per non far fallire il negozio. A partire da Ritorno al futuro...]

Verschiedenheit, Recht, Freiheit

Pubblicato su cose serie il Luglio 29, 2006 da Simone Buttazzi

Questa non è una cronaca, perché arriva con una settimana di ritardo. Ritardo consentito dal fatto che l’argomento non scade. O almeno non dovrebbe. Sabato scorso la città di Berlino ha ospitato la Christopher Street Day Parade, cioè a dire il gay pride cittadino. Animato giusto da quel milione di persone venute da ogni dove, visto che Berlino, di abitanti, ne fa quattro di milioni. A detta dei giornali. Quattrocentocinquantamila, invece, i manifestanti a detta degli organizzatori. Trovo che questa discrepanza sia molto buffa.

Il motto della giornata è stato Differenza, Diritto e Libertà. L’oratore più convincente, il signor sindaco Klaus Wowereit, frocio (Schwul), celebre per aver accompagnato l’informazione (frocio) all’aforisma "und das ist gut so", e va bene così. [snocciolato al 42' del discorso al congresso dell'SPD berlinese nel giugno 2001]. La Germania è uno di quei Paesi in cui un aforisma siffatto genera solo plauso e magliette. E va bene così. Il discorso del sindaco è stato conciso e ficcante. Poche parole chiave: Gemeinschaft (comunità, il collettivo, l’insieme), Gesellschaft (la società, intesa come luogo di confronto), Toleranz (contro ogni forma di discriminazione). Il sindaco ha affiancato Il discorso sull’universo schwulesbisch - gaylesbico, diremmo noi, o meglio LGBT - a quello riguardante tutte le minoranze. Il riconoscimento della diversità (libera, sempre) e la sua integrazione tramite gli strumenti del diritto e di un comportamento sociale responsabile e aperto, ha detto Klaus, non sono Aufgaben (doveri, consegne, incombenze) di pochi. Riguardano tutti. Ed è proprio in un contesto di Gemeinschaft, all’interno di una Gesellschaft viva e attenta, che le questioni minoritarie diventano maggioritarie. Minoranza e maggioranza si fondono per diventare un’unica maggioranza che non esclude nessuno e non tollera discriminazioni di sorta. Wowereit ha concluso con un richiamo positivo alla Spagna di oggi, e uno dolente alla Russia, sempre di oggi, dove se provi a manifestare da frocio ti arrivano i manganelli sulla capa.

Al Christopher Street Day si è parlato anche di HIV e di AIDS. Cliccando l’immagine soprastante, si ottiene la fotografia del morbo in Germania aggiornata al 2005. Sono dati del prestigioso Robert Koch Institut. La situazione non è molto diversa da quella italiana. Il problema è che più di un terzo dei nuovi casi vengono registrati nella capitale. A causa di condotte sessuali scriteriate, assassine e inspiegabilmente modaiole (leggi bareback) e di altre analoghe quisquilie, a Berlino c’è da mettersi le mani nei capelli.

Rimando anche a due esaustivi post di Maurizio: uno sulla parata, uno su Klaus… bricolato con sgarrupatissimi prelievi da un flusso di riprese video (danke, M.Pravda)

perché vivo in Germania

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Luglio 25, 2006 da Simone Buttazzi
 
Da tre giorni vedo questo foglio di carta attaccato con lo scotch lungo il marciapiede di una strada trafficata.Recita: trovati 100 euro. Per cortesia, fatevi sentire! C’è forse qualcosa di più impersonale del denaro? Quando troviamo dei soldi, pensiamo mai di restituirli?Delle undici linguette con il numero, ne è stata strappata solo una. Sono pronto a scommettere 100 euro che chi l’ha presa sapeva il fatto suo.

pitoni su marte

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 22, 2006 da Simone Buttazzi

Eric Idle è il Monty Python canterino, quello che nel Senso della vita accompagna una casalinga nella via lattea e ci delizia al piano bar con un Lied dedicato a tutti i nomi che il cazzo può assumere nell’inglese della Regina. Ohibò. Eric Idle era uno dei due Monty Python solitari. L’altro era Terry Gilliam, che nel Flying Circus badava solo a sfornar cartoni e a fare comparsate da ritardato mentale. Graham Chapman buon’anima e John Cleese, invece, scrivevano assieme. Erano i razionali del gruppo, i cultori dello sketch vecchia maniera esplorato fino in fondo e rivoltato come un guanto. Terry Jones e Michael Palin erano gli autori selvaggi e surreali, ossessionati dal Medio Evo, dalla demenza senza ritegno e dalla distruzione degli ambienti. Eric, dal canto suo, ha sempre avuto un certo sbuzzo per la musica e per le gag irriverenti. Non a caso, la BBC riassunse il suo ruolo nel gruppo definendolo "the cheeky one".

Questo per dire che l’altro giorno ho visto un suo romanzo in una libreria di fantascienza. Tradotto in tedesco. Cercavo - invano - tale Holbein, e mi sono imbattuto in Idle. Quasi tutti i Python hanno prodotto narrativa nel corso della loro carriera. Il primo fu proprio Eric nel 1975, con l’imbarazzante Hallo Sailor, a cui seguì Graham (buon’anima sempre e comunque), che verso la fine degli anni ‘70 diede alle stampe  A liar’s autobiography - volume 6, con l’aiutino di Douglas Adams, guru della fantascienza umoristica. Mica male, il libro di Graham. Terry Jones ha pubblicato libri su libri in cui parla di draghi e cavalieri, destinati a un pubblico giovane. Di Michael Palin, nel 1995, uscì Hemingway’s chair, tiepida storiella ambientata nella provincia inglese. Palin, sapete, è un uomo tranquillo, col solo pallino dei viaggi à la Patrizio Roversi.

Il cimento letterario di Eric - Pantheon Books, pagine 309, anno 1999 - fa il verso alla vecchia serie di musicarelli itineranti aventi protagonista Bob Hope (Road to…) e tenta una goffa commistione delle vecchie fisse del protagonista di Suore in fuga e di Duca si nasce: il cosmo, i ritornelli, le circostanze imbarazzanti. L’esito è fiacco, ne sia testimone questa recensione spietata. La vera chicca è la marchetta di Steve Martin in copertina. Steve Martin è il vero e unico Python onorario. Tant’è che compare nell’ultimo sketch del gruppo al completo, girato in fretta e furia per l’edizione in video del best of del Circo volante (1989). Graham era già molto malato. Peccato che se ne siano accorti in pochi, e che quasi nessuno gli abbia mai dato la corda che merita. Dategliela, su.

il piede dell’artista

Pubblicato su soqquadri il Luglio 19, 2006 da Simone Buttazzi

In un momento di noia, il pittore ottocentesco Adolph Menzel abbassò lo sguardo, afferrò pennello e tavolozza e dipinse quel che vedeva. L’unico brivido grezzo dei tre piani circolari in cui frulla la collezione della Alte Nationalgalerie - per tacer di Friedrich e Böcklin. Pittore dell’accidia borghese, che tuttavia non disdegnava il fuoco e fiamme di un’industria siderurgica, Menzel ha sempre sfornato tele dominate dall’oscurità e dall’accatastamento delle immagini. Con questa magnifica eccezione che, alas, confermò la regola.

duroplast rettet

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Luglio 15, 2006 da Simone Buttazzi
 
A un tiro di schioppo da Alexanderplatz, dirimpetto al Palazzo della Repubblica in lento corso di demolizione (placca dopo placca, ruggine dopo ruggine) sorge un nuovo museo volto a raccontare proprio la storia di questa repubblica smantellata: democratica e tedesca. Mi chiedo se il percorso museale saprà scrostare il dito di vernice (non polvere: vernice bruna e brillantinata) che ricopre l’argomento DDR, restituendoci coordinate il più possibile limpide e fedeli. Non basta il successo di un film  come Das Leben der anderen per placare il trend della Ostalgie, rincarato da quel piccolo blockbuster che è stato Goodbye Lenin. Per quanto divertente e fascinoso possa essere, questo trend. Né basta la ridda di libri e libercoli più o meno competenti (come quello di Anna Funder) per dissipare una fitta nebbia di pinzillacchere. La DDR è stata una realtà complessa: mica solo Stasi e alienazione. E mica tutti giravano a bordo delle Trabant, veicoletti immaginifici costruiti intieramente con un materiale plastico chiamato duroplast. Un hapax nella storia dell’industria automobilistica, tant’è che organizzano tuttora dei safari urbani - leggi cacce al tesoro - per rimettere in pista le celebri Volkswagen dei fratelli orientali, quelli con le pezze al culo. Che dire: certi dettagli sono così mitopoietici che diventa una gara dura tenere a freno la voglia di favoleggiare e di colorare tutto a tinte buffe. E basta una passeggiata lungo Karl Marx Allee, già Stalin Allee (esiste anche il gioco da tavolo: il Monopoli del Patto di Varsavia!), basta una passeggiata mento all’insù e bocca spalanca per cadere in tentazione. A volte la storia con la S maiuscola non ci interessa. Vogliamo solo grandi spazi, facciate maestose e macchinine di plastica.Il DDR Museum berlinese non è il primo nel suo genere. Ce n’è già uno in Sassonia, uno nei Paesi Bassi… un franchising? Egizi, impressionisti di questa fava, siete avvertiti: il vostro strapotere nel magnifico mondo del marketing culturale è minacciato da uno stato - uno spettro - che si aggira nei nostri cuori sciocchini, nei nostri sogni teleguidati come automobili Ravensburger.

vita smeralda

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 13, 2006 da Simone Buttazzi

Jerry Calà è il più grande regista italiano vivente. Detto questo, è con gioa commossa e vibrante che riporto la lieta novella: il 14 luglio esce il suo nuovo film, Vita smeralda. Storia maledetta, quella di Vita smeralda, pellicola vociferata da anni, pronta da almeno un paio e costretta al limbo della lista d’attesa da motivi incomprensibili su cui, ormai, è pietoso non indagare. Quel che conta è che Jerry ce l’ha fatta: il suo "Sapore di mare degli anni duemila" campeggerà sugli schermi della penisola per due giorni (il 14 e il 15 luglio), poi tempo un mese verrà bruciato su qualche divudì, magari con ghiotti contenuti speciali e smiagolanti extra di vicolo miracoli. Ne pretendo uno in tutte le case. Mica lo vorrete registrare da Italia Uno il prossimo autunno? E con quali videocassette, ora che sono morte? Mica lo vorrete scaricare? Date a Jerry quel che è di Jerry.

Il primo film diretto da Jerry Calà - a quando il cavalierato, Giorgio? lo chiedo così, in un inciso - è il leggendario Chicken Park (1995), parodia ufficiale del film-parcogiuochi di Spielberg. Effetti speciali alla Meliès, umorismo del terziario e Rossy De Palma a far da garante. Poi fu la volta di Ragazzi della notte (1996), formidabile reportage sul mondo delle discoteche dotato di un taglio sociologico che ha fatto risvegliare Kundalini a Umberto Smaila e a Gianni De Michelis in egual misura. Impagabile cameo di Solange e prime avvisaglie di uno stile maturo, che abbandona Ezio Greggio (inteso come delfino di Mel Brooks) e punta direttamente a Robert Altman e Paul Thomas Anderson. Il 1997 fu l’anno del capolavoro: Gli inaffidabili, autoanalisi spietata di una generazione di quarantenni (e passa) con il solo credo di una bellezza un po’ televisiva, un po’ villaggio vacanze. Oliviero Beha parlava di anni di merda. Eccoli. Gli inaffidabili è davvero una miniera (una torbiera?) di battute, situazioni, inquadrature per cui non esistono aggettivi. E’ il vero Grande Freddo del cinema italiano, alla faccia di Verdone e del suo Compagni di scuola. E’ il film che ci meritavamo allora.

Ora invece ci meritiamo Vita Smeralda. Finalmente, dico io. Alla buon’ora, alla buon’ora. Il manifesto parla da sé, ma lancio lo stesso un appello. Visitate il sito, spulciate la galleria fotografica, naufragate in questo jerryssimo mare. Ne vale la pena. O almeno ascoltate un capolavoro, cioè a dire la canzone eponima. Non sono cose che capitano spesso. Ascoltatela, per cortesia. Ascoltatelo.

P.S. grazie per la soffiata, PB

cunts are still running the world

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 11, 2006 da Simone Buttazzi
Well, did you hear there’s a natural order. Those who are deserving will end up with the most, that the cream can have help but always rise up to the top, well I’ll say shit floats.

Mr. J.C. (I’m not Jesus, though I have the same initials) ha taciuto per un po’ di tempo. Ora ha afferrato modem e microfono e ha deciso di fare capolino in quello spazio di internet che giace esattamente lungo la linea dell’orizzonte, là dove punta il dito di chi ha la vista lunga e il terzo occhio sbarrato: myspace.

Myspace è una comunità in continua espansione. Nata come piattaforma professionale, negli ultimi tempi sta esautorando il modello classico del blog. Le sue caratteristiche salienti sono due: l’integrazione degli standard e il login. Myspace offre una banda più ampia di quella di un normale blog a registrazione gratuita. Questo significa che caricare immagini, suoni o visioni in movimento non è solo più facile, ma è consigliato. Se un blog - come questo - è un casellario di pizzini con una colonna a latere recante mere informazioni e la possibilità - non su questo: accade su blogger e blogspot - di propagare, ad esempio, un video di youtube, Myspace è un quilt ancora più vasto, quasi fosse il dashboard del mac. All’apertura della pagina la multimedialità è a fruizione immediata, e lo spazio testuale - blog e messaggistica con amici e vicini - è solo un tassello del puzzle. Myspace si sta imponendo sempre di più, e sta sopprimendo una figura leggendaria della rete: l’utente anonimo. Per partecipare a Myspace - vedere una foto, lasciare un messaggio - loggarsi non è un optional. Per quanto un nick possa essere menzognero, Myspace pretende una registrazione, gratuita e svelta, dopo la quale le tue azioni sono riconducibili al nick che hai scelto. Perché su Myspace l’identità, vera, presunta o proiettata, conta più dell’informazione buttata lì come pubblicità nella cassetta della posta.

Jarvis Cocker ha aperto da pochi giorni il suo spazio. Ma chi è Jarvis Cocker. E’ l’ex frontman dei Pulp, nati a Sheffiled nei primi anni ‘80 e impostisi tra il ‘93 e il ‘98 come gli intellettuali progressisti del britpop. Album come His’n'hers, Different class e This is hardcore (wow. this is hardcore) non hanno bisogno di moine e presentazioni. L’ultimo album dei Pulp, We love life, risale al 2001 ed è stato prodotto da sua maestà Scott Walker dopo una lunga gestazione. E’ un ascolto coatto, se mi si passa il termine. Nel 2002 esce il best of di fine carriera, con un’ultima traccia inedita intitolata The day of the miners’ strike, marcia commovente e dolorosa col pensiero rivolto ai pessimi anni della Thatcher. L’anno successivo Jarvis mette in piedi il progetto-officina Relaxed Muscle e se ne esce con A heavy night with…, album di carne e ferro arrugginito che ha spiazzato tutti rinunciando all’impostazione melodica dei vecchi Pulp. Poi pausa. Comparsata in un film di Harry Potter, poesia stampata su un palazzo di Sheffield (vedi immagine soprastante). Un mese fa è stato pubblicato un album collettaneo in omaggio a Serge Gainsbourg, M.Gainsbourg revisited, in cui Jarvis canta I just came to tell you that I’m going in combutta con Kid Loco, recupera alcuni suoni pulpeschi e si piazza qualche spanna al di sopra degli altri graditi ospiti nonché copritori di vacche morte.

Ora, sul Jarvspace di Myspace, si ascolta in streaming la sua nuova canzone. E’ bella, molto bella, apparentemente soffice e gloriosa ma con un testo che scortica. Le cunts che governano il mondo, per intenderci, non sono le stesse che tirano più di un carro di buoi. Si tratta di un’aggressione sboccata e guerreggiante. Politically incorrect. Non a caso, l’album solista in cantiere si chiamerà Warrior on the edge of time. Che dire. Jesus! At last.

sui muri di Kreuzberg

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Luglio 7, 2006 da Simone Buttazzi

punti sul nero ed esce il rosso

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Luglio 4, 2006 da Simone Buttazzi

1938. Eric Knight (alias Richard Hallas), britannico sì ma con il polso da paperback writer statunitense, pubblica uno degli hard boiled più celebri del secolo andato. Il protagonista, un vero duro - ovviamente cornuto - si mette sulle tracce della moglie in fuga, e cotanta pervicacia viene punita da un vortice di eventi destinati a stropicciarlo come una bozza mal riuscita: si lascia coinvolgere in una rapina che termina col morto ammazzato, incontra un vecchio genio del cinema tanto incompreso quanto malavitoso, incrocia il proprio destino con una donna divorziata e assetata di sangue, e ancora vagabondi, spiantati, artistoidi, malati del panno verde e gambizzatori di professione. E chi più ne ha (di sordido), più ne metta. Maelstrom di corpi e pallottole che tintinnano per terra.

Negli anni ‘80, David Lynch vagheggiò per un periodo di portare in immagini questo road movie di pulsioni e detours, almeno finché non incontrò Barry Gifford e il suo ciclo di Sailor e Lula, versione latina e ancor più sopra le righe del classico di Hallas. Ne uscì Wild at heart, complice un’iniezioncina di Mago di Oz e un primo incrocio genetico tra Kerouac e Hunter S. Thompson.

You play the black and the red comes up: un titolo secco e bellissimo che tuttavia, a chi è abituato a puntare sul verde, come dire, non fa un baffo.