Archivia per Giugno, 2006

Tide bandit!

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 30, 2006 da Simone Buttazzi

In questi giorni Terry Gilliam (che qui vediamo in gran forma) ha fatto un salto a Bologna in occasione del festival di cinema e letteratura Le parole dello schermo. Lui, che ha girato il migliore adattamento truffaldino di 1984 mai visto al cinema (leggi Brazil), non è nuovo a trasposizioni immaginifiche di materia scritta. Fin dal Munchausen, passando per Hunter S. Thompson e i fratelli Grimm. Terry Gilliam è venuto a Bologna per l’anteprima italiana di Tideland, tratto dal romanzo di Mitch Cullin.

Tideland è la terre delle maree, lo Jutland (Danimarca), dove sogna di andare prima o poi il padre rockettaro della piccola Jeliza-Rose. A interpretarlo, nientepopodimenoche il grande Lebowski. Non Jeff Bridges, no no: Lebowski. Lebowski ama andare in vacanza tutti i giorni con una siringa piantata nel braccio - che Jeliza-Rose prepara con filiale solerzia - e anche la mamma (Jennifer Tilly) non disdegna qualche droguccia mescalina e camionate di metadone. Un bel giorno la mamma crepa sul letto; non passa molto e il padre a sua volta crepa in poltrona e lì resta per giorni e giorni, novello signore delle mosche. Nel frattempo Jeliza-Rose parla con le sue quattro teste di bambola - Mustique, Glitter Gal, Baby Blonde e Sateen Lips - e vaga nei campi di grano dell’America profonda, un universo che triangola tra casa di sua nonna (morta chissà quando, sepolta chissà dove forse no), un paio di binari infiniti e casa di Dell e Dickens, che son sorella e fratello. Dickens ha una cicatrice sul cranio e qualche rimasuglio di epilessia. Possiede un sottomarino chiamato Lisa, parcheggiato in un anfratto dell’oceano di grano. Dell gira di nero vestita. Ha un occhio cieco per la puntura di un’ape. Le api uccisero sua madre e lei per vendetta diede fuoco a tutti gli alveari, danzando nella notte fiammeggiante di rosso, quella volta, vestita. Dickens sostiene che lungo i binari passa uno squalo mostruoso, e tiene della dinamite sotto il letto. La nonna di Jeliza-Rose dava la lingua in bocca al piccolo Dickens. Dickens, ora non più piccolo, si lascia truccare da Jeliza-Rose, la bacia e ride. Silly kisser!, gongola lei. Forse non ho detto che Dell sa benissimo cosa fare quando trova un cadavere: lo sgonfia, lo pugnala, lo scuoia, lo trasforma in una mummia di pelle. E così via.

Tideland si trova al crocicchio tra Riflessi sulla pelle di Philip Ridley (1990), Alice nel paese delle meraviglie (e attraverso lo specchio), il Wes Craven delle Colline hanno gli occhi nonché The people under the stairs e il Rob Zombie della Casa dei mille corpi - intesa come remake ufficioso del vecchio, seminale Texas Chainsaw massacre. Volendo semplificare, Tideland è Philip Ridley allo stato puro. Senza Philip Ridley.

Terry Gilliam ha fatto il suo miglior film degli ultimi vent’anni e minaccia di riprendere in mano il progetto dell’Uomo che uccise Don Chisciotte. Che gioia sarebbe vanificare l’effetto "ferita leccata" di Lost in La Mancha! Per girare The Brothers Grimm ci sono voluti soldi a palate e pervicacia da vendere. Per girare Tideland ci sono voluti due copechi e un set naturale. Gilliam stavolta colpisce duro e sghignazza come non faceva da tempo, ma ci tiene a precisare che il libro è così bello che lui si è limitato a leggerlo, amarlo. Tradurlo.

patch

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 26, 2006 da Simone Buttazzi

Poi ho cominciato a pensare al computer come a un essere vivente appena creato.
Come un uomo.
"Dio" crea l’uomo, ma non lo crea perfetto. La sua tecnologia ancora non glielo permette.
Allora non è che lo butta via e dice be’, aspetto di saperne un po’ di più. No, gli dà vita lo stesso.
L’uomo fa tre passi incerto e cade. Non ha energia sufficiente.
Ci vuole una patch.
Così "Dio" aggiunge tutto quello che gli serve per mangiare.
L’uomo mangia un sacco.
Adesso si muove bene.
Ma dopo un po’ si blocca di nuovo. Ha dei dolori fortissimi.
"Dio" non aveva pensato che l’uomo non può solo introdurre cibo nel suo corpo, deve poter espellere tutto ciò che non gli serve.
Altra patch: un paio di buchi.
E così via.
L’uomo soffoca: patch polmoni.
Patch fegato.
Patch cistifellea.
Patch pancreas.
Patch cervello…
E se una sola di queste patch, anche la più piccola, si blocca, l’uomo muore.

Steso sul divano ho pensato, avvolto dal fumo stranamente nero delle Gitanes, finché non mi sono addormentato.
Patch sonno.

(Tiziano Sclavi, Il tornado di valle Scuropasso, pagina 74)

tra Philip Ridley e Lewis Carroll

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 23, 2006 da Simone Buttazzi

Il nuovo film di Terry Gilliam. Da inocularsi al più presto.

spaesamento

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 20, 2006 da Simone Buttazzi
Quando sei a tuo disagio, smarrito, imbarazzato, allora sei spaesato.

Spaesato: out of your depth, bewildered, dépaysé, unbehaglich, verwirrt.

Spaesato come Sergio Castellitto / Ernesto Picciafuoco ne L’ora di religione (2002), o come Sergio Castellitto / Franco Elica ne Il regista di matrimoni (2006). Marco Bellocchio  arma il suo personaggio di uno sguardo diffidente e inquisitivo. Lo fa vagare in un paese dove comandano i morti. Romerianamente, comandano i morti. Marco Bellocchio fa film da quarant’anni, è più in forma che mai e ormai non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno.

Ieri sera sono andato al cinema Tivoli a vedere Il regista di matrimoni. Spettacolo unico della domenica, ore 21. Novanta secondi a piedi dalla casa dei miei. Avevo passato buona parte della giornata a filmare il matrimonio di uno dei miei migliori amici. Mai stato a un matrimonio in vita mia, fino a ieri. Stremato, provato, spaesato come mi capita sempre più spesso di sentirmi, sono tornato a casa, sono uscito dai pantaloni buoni (prestati) e dalla camicia rosa (prestata), ho inforcato gli occhiali da lontano, sandali e braghette e via verso le poltrone scricchiolanti del Tivoli, col prete - un po’ Aldo Fabrizi, un po’ Hugh Griffith - che ciondolava accanto alla cassa controllando che la ragazza desse i resti giusti. Da che pulpito viene la predica.

Il regista di matrimoni parla di Franco Elica, genio della ripresa matrimoniale deciso a fare il grande salto verso il cinema narrativo, tanto da impelagarsi in un’ennesima trasposizione dei Promessi Sposi che, si capisce, non s’ha da fare. Il film parla anche del regista Orazio Smamma, autore di film sottostimati, che per far sì che la sua uiltima fatica faccia incetta di premi (La madre di Giuda, è il titolo - Iscariota s’intende) simula la propria morte, perché in Italia sono i morti a comandare. Megghiu cummannari ca futteri. Il film è ambientato in Sicilia, a Cefalù.

Il regista di matrimoni è un raro caso di vetta nel cinema italiano degli ultimi anni. E’ lasco nei passaggi, un po’ pontificante, arbitrario e goffo a parlar d’amore e sesso come tutti i film di Bellocchio. Ma come i migliori film di Bellocchio è retto da un’idea forte, dispensa riferimenti folgoranti (Satie, l’Entr’acte di René Clair, sempre il Castello, il Castello, il Castello di Kafka) e sfodera un linguaggio visivo che non ha bisogno di logica, di narrativa razionale, o di parole. E’ losco e lussureggiante, viscontiano (tardo), manzoniano (acerbo e nerissimo, nel senso del Fermo e Lucia), ferreriano, vacuo, disperato e appagante - in una maniera misteriosa, per certi versi inspiegabile. Pare che i conti non tornino, siamo spaesati come Elica, eppure i titoli di coda arrivano al momento giusto. Ecco un film fatto di buio, che illumina. L’ossimòro è da due soldi, scusate, ma dice la verità.

In un’intervista, Bellocchio - che è da sempre il miglior critico di se stesso - disse di aver usato una sola volta un carrello "inutile", che scivolava oltre i personaggi mosso da un movimento inerziale e puramente retorico. Accadde in Salto nel vuoto (1980). Nel Regista di matrimoni, a colpire per impertinenza e polso visionario sono inquadrature impossibili: immagini povere, in bianco e nero, catturate dalla videocamera palmare di Franco Elica. Controcampi, dettagli, ottiche che sbalestrano per un attimo, e in quello successivo abbiamo il tempo di guardare meglio e capire che in campo la videocamera non c’è, e che quelle immagini amatoriali non sono "vere", diegetiche, ma rubate dall’occhio di uno strumento tanto invisibile quanto la macchina da presa vera e propria. Ubiqua, maligna e sorniona questa videocamera fantasma, come lo strumento del Mystery Man di Lost Highway, ovvero l’uomo che ci filma nel sonno, che risponde al nostro telefono di casa quando siamo fuori casa e ce l’abbiamo davanti, che ci scruta tramite un vecchio obiettivo che desatura e sgrana. Il regista di matrimoni va visto a occhi sgranati. Fiduciosi, inquisitivi. E a incredulità rigorosamente sospesa.

la possibilità di un entroterra

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 15, 2006 da Simone Buttazzi

Quasi sicuramente, David Lynch riceverà il Leone d’oro alla carriera e INLAND EMPIRE verrà proiettato al Lido. Detto questo, due giorni fa mi sveglio, odo gli augelli cantare, alzo lo schermo del computer e scarico la posta. Michele mi ha inviato un link di YouTube. Lo vedo, mi abbono ai video dell’uploader e mi studio YouTube, una buona volta. Scopro, ad esempio, che non tutte le piattaforme di blog consentono di postare un video YouTube. Blogspot sì, Blogger sì, Bloggers no. La registrazione al sito è elementare, dopodiché si può caricare ciò che si vuole. O continuare a guardare ciò che si vuole. La rete, slargata di banda sempreppiù, si anima di video rubati, tranciati, improvvisati, o semplicemente propagati. La condivisione affiora sullo schermo e abbandona i meandri del peer to peer classico. Benvenuta.

Ciò che ho visto è molto probabilmente, una scena del nuovo film di Lynch. Tutto girato in digitale. Una scena di chiacchiere statiche, tutti seduti nel nulla di un entroterra, su comode sdraio. La regia indugia sui volti e alterna primissimi piani a zoom, cambi di angolazione, profili pierini (della francesca). Il dialogo è in bilico tra autismo e trivialità: Lynch allo stato puro. E allora siamo di nuovo dalle parti dell’autostrada perduta, della mente che cancella, di dumbland e di rabbits. Potrebbe essere davvero una scena di rabbits, solo che siamo in esterni, e a essere antropomorfe sono tre creature dall’aspetto, si direbbe, umano.

jetzt geht’s los!

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 12, 2006 da Simone Buttazzi

Sì meine Damen und Herren, la Cancelliera ha una Seite tutta per sé, nuova di trinca, con la sezione per Kinder, le mappe delle sue Reisen attorno alla Welt e nientepopodimenoche un video podcast rinfrescato tutte le settimane in cui Angela si rivolge al suo Volk.

La prima puntata del video fogliettone digitale parla ovviamente di palle maculate a pentagoni. Che ci vuoi fare. Si comincia!, borbotta lei, Jetzt geht’s los! L’abbonamento al podcast è consigliabile anche se non si capisce una mazza di tedesco, per via del body language al contempo pacioso, smarrito e granitico (meglio: lavagnoso) della Bundeskanzlerin, colei che Kohl apostrofava come "das Mädchen", la ragazza. O ragazzuola.

Tutto ciò, inoltre, risolleva la vexata questio sulla morte della VHS. Se ne può fare a meno? L’era dei nastri è tramontata per sempre? Io sostengo di no. Esiste ancora una quantità mostruosa di materiale analogico (seppure in via di smagnetizzazione) ancora non digitalizzato. Materiale prezioso. Abbiamo ancora bisogno delle videocassette sparse per il mondo. E non c’è nulla di più inquietante di un parallelepipedo di plastica nera - profondo modernariato - infilato nella cassetta della posta, o appoggiato sullo zerbino di casa.

Faust

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Giugno 8, 2006 da Simone Buttazzi

Pedala pedala, un bel giorno succede che ti volti a sinistra e vedi un pugno. Donnerwetter!, ti scappa detto. Eine geschlossene Faust! Che poi è un pugno chiuso. Il Palazzo della Repubblica - intesa come DDR - lo tirano giù, ma qua sulla Greifswalderstraße campeggia ancora il monumento a Ernst Thälmann, con tanto di parco memoriale alle spalle. Il Denkmal, graffitato e sgraffitato tutti gli anni (ma i graffiti gli donano), vanta dimensioni invidiabili e il consueto spazio berlinese tutto attorno, ovvero una bolla d’aria grande come un tendone da circo tra la pavimentazione e il rigoglio vegetale, a sua volta anticamera per fior di condominii. Come funghi. In questa città lo spazio si respira e ti giova, anche se c’è chi lo ischerza ancora dandogli del Lebensraum.Thälmann è stato a capo della KPD durante la seconda metà della Repubblica di Weimar. La KPD era il Partito Comunista Tedesco. Nel 1925 conquistò la guida del partito perché stava simpatico a Stalin e il precedente segretario aveva cercato di prendere distanze da Mosca. Nel 1913 Ernst aveva dato una mano a Rosa Luxemburg, cosa buona e giusta. Ernst è un bel nome e ha la stessa positiva ambiguità dell’E(a)rnest britannico. Im Ernst significa letteralmente nel serio, cioè sul serio, o a esser franchi, a esser sinceri. Nel 1925, Ernst partecipò alle elezioni per la presidenza, conquistando un 6,4%. A quel tempo il presidente era scelto dal popolo, il cancelliere no. Fu tra i candidati alla presidenza dello stato anche in occasione delle elezioni del 1932, un voto popolare in due tornate. Alla prima votazione prese il 4,98%, alla seconda il 10,2%. Paul von Hinderburg si confermò presidente con il 53% dei consensi al secondo giro, mentre Hitler ne raccattò il 36,8%.Durante quella campagna elettorale, Thälmann aveva detto durante un comizio: “Wir sagen nicht: Wählt Thälmann, dann habt ihr Brot und Freiheit. Wir sagen, um Brot und Freiheit müßt ihr kämpfen!” Noi non diciamo: votate Thälmann, così avrete pane e libertà. Noi diciamo che per avere pane e libertà bisogna che voi lottiate!” Thälmann è finito in prigione nel 1933 non appena il vento finì di cambiare, vi restò undici anni, nel 1944 fu portato a Buchenwald, freddato e carbonizzato.

il giorno della bestia (soppa!)

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 6, 2006 da Simone Buttazzi

[il peso è autentico. qua mica si scherza coi fanti]

ci piace lavorare?

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Giugno 3, 2006 da Simone Buttazzi

Seconda edizione per il concorso Donne in opera, escogitato dall’Associazione Culturale Solal in combutta con END. Proprio le Edizioni Non Deperibili, qualche mese fa, hanno pubblicato un volumetto con le vincitrici della prima affolatissima edizione della singolar tenzone. Il nuovo bando si scarica con un clic dall’immagine soprastante.

Quest’anno il tema è scottante, centrale, tristo e stratificato. Il lavoro, articolo uno della Costituzione. A me viene in mente il bel film di Francesca Comencini il cui sottotitolo recita: mobbing. Sul mondo del lavoro si potrebbe divagare a josa, we could cry a river, indeed, di sangue sudore e altre sciocchezze. Potremmo, ma manteniamoci altrove, almeno qui, tra link e letture, distrazioni incolpevoli, momento informale, tempo che ci appartiene.