La quarta Biennale d’arte contemporanea di Berlino (dett’anche BB4) è curata da tre persone: Maurizio Cattelan, Massimiliano Gioni e Ali Subotnick. Gli ultimi due sono molto giovani, molto in carriera e piuttosto in gamba. Il primo è il troublemaker di punta dell’arte attuale, un brigante che deve ancora sbagliare una mossa. Tra le tante opere esposte è quasi automatico pensare a quelle che Cattelan ha scelto, puntato col dito, o dinanzi alle quali ha annuito col suo sorriso fanciullo che gli accartoccia la faccia. La Biennale si dipana tra un enorme tabellone di arrivi e partenze, vuoto e nero (i tasselli girano senza sosta, ma non recano numeri o lettere), appeso in una chiesa, e una pelle di cavallo abbandonata nel sacrario di un cimitero. Potrebbe averli firmati lui. Come anche un pupazzo di scolaro triste, chino sul banco dove è inchiodato un libro ingiallito. Se non fosse scritto in polacco, uno direbbe: Cattelan. Piccole tracce in una narrazione più ampia che va sotto il nome di Uomini e topi (Von Maeusen und Menschen); eppure non ha né l’onestà scarna e vitalistica di Steinbeck, né ambisce a costruire un discorso teriomorfo/antropomorfo. E’ una biennale come altre biennali, sotto il segno del ready made, del già visto già esposto, della piccola opera, del cenno e mai della dichiarazione, o del pugno sul tavolo.

Questa Biennale è fatta di luoghi. Si mangia tutta la Auguststraße, nella zona più viva della capitale quanto a gallerie, manifesti e appartamenti popolati da gente che, come Yoko Ono, ordina al bar pesche galleggianti nel gin - in un cappello, sia chiaro. Questi luoghi sono il KW (Kunst Werke), storico complesso di gallerie, istituti, caffè e laboratori; una vecchia scuola per bambine ebree, riaperta all’uopo; la chiesa suddetta; il cimitero suddetto; una balera in disuso; un container; un paio di gallerie private; tre o quattro abitazioni private. Il che vuol dire che per vedere alcune opere, o alcune installazioni, bisogna suonare il campanello e entrare in casa della gente. Interni berlinesi da proverbio, che abbassano la mascella molto più di quanto esposto: camere riscaldate da stufe monolitiche, quasi dei golem di marmo; interi appartamenti con i muri dipinti di viola, dove tutto è concrezione, manufatto, scarto e recupero, bricolage. Un caos accatastato col tempo, intrallazzato mese dopo mese, davanti al quale Kurt Schwitters avrebbe detto Merz, avrebbe detto io, al posto vostro, farei lo stesso forseppiù.

Cosa capita di vedere alla Biennale. La scuola, prima di tutto: un labirinto su quattro piani, scrostato e cadente, cornice graffitata e pesta che bisbiglia una storia tutta sua, lontana nel tempo. Una cornice all’interno della quale le opere sembrano pretesti, soprammobili appoggiati, inconvenienti passeggeri. Ma c’è un ma. Se si entra in palestra, c’è una sorpresa. Bisogna subito addossarsi alle spalliere. Le porte sbattono e svolazzano. Il fragore è assordante, si sente anche da fuori. I più temerari possono tentare di inserirsi nel meccanismo, sperando di non beccarsi un’anta sul muso. E’ la Bang Bang Room di Paul McCarthy (1992), un congegno meccanico avente la forma di una stanza completa. Quattro pareti, quattro porte. Dal momento in cui prendono vita, le pareti si spalancano e girano sul proprio asse (gli spigoli verticali della stanza) e le porte si aprono e si chiudono senza sosta, sbattendo chiassosamente. Un processo a cui si può assistere da fuori, o da dentro. Meglio da dentro. Pensieri sul pubblico e il privato germinano nel cranio.

Poco più in là, la balera. Funziona ancora, e promuove serate danzanti. Tuttavia ha delle stanze vuote, come la Sala degli Specchi. Un ragazzo e una ragazza sono accovacciati al centro, nell’ombra, ed eseguono languide mosse d’intreccio, quasi una danza intima al rallentatore. Silenzio di tomba. Ogni tanto pronunciano nome, cognome dell’artista, anno dell’opera, alternandosi. Tino. Sehgal. 2002. Gli specchi sono rotti e giganteschi come la sala, come le ragnatele. Verso la fine della Auguststraße, poco prima del cortile della pace - Friedhof, così il cimitero in lingua tedesca - ecco un container come un altro, a un lato della strada. Solo che c’è la fila fuori, e sulla porta è scarabocchiato il nome di Erik van Lieshout, artista olandese bighellone quant’altri mai. Si attende. Si entra. Ci si accoccola su un piano inclinato, o ci si ficca in appositi buchi. Parte la proiezione. Si chiama Rotterdam-Rostock e mantiene quel che promette: Erik in vacanza, in bici, armato di videocamera digitale da supermercato.

E’ il suo filmino delle vacanze, montato come farebbe un macellaio col Parkinson. Diciassette minuti di congerie e follia, dai quali si esce con le lacrime agli occhi. Erik ha un senso dell’umorismo assassino e sembra una Iena mal vestita. Attacca bottone a tutti e non teme gli stereotipi: li ammassa tutti (tutti!) e li spara a mitraglia. Stereotipi sui suoi Paesi (Bassi) e sulla Germania tutta, dalla Baviera secessionista e panciuta all’ex DDR che ancora ha certe pezze al culo e ogni tanto cotanta povertà instilla comportamenti malsani in alcuni giovani che o non hanno studiato storia, o l’hanno studiata - bravi - e non l’hanno capita - meno bravi. Ma Erik non trae conclusioni e non pontifica. Alla fine che fa. Ci mostra il suo telefonino rotto e frigna come un bimbo. 600 euro l’avevo pagato, si lamenta. 600 euro. Schiacciato da una macchina. Non c’è senso in tutto questo, frigna. Immagini mosse. Traffico. Asfalto. Fine. [continua]