Archivia per Maggio, 2006

il profondo desiderio degli dèi

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 31, 2006 da Simone Buttazzi

Se n’è andato giusto ieri Shoei Imamura, immenso regista nipponico classe 1926. Le storie del cinema raccontano la settima arte del Sol Levante con tre pennellate grosse così: Mizoguchi-Ozu-Kurosawa, con il primo a rappresentare la tradizione, il secondo a reiterare vite urbane contemporanee, il terzo a destreggiarsi tra le due forme precedenti. Le suddette storie del cinema citano qualche altre nome sparuto (metti Oshima) e finiscono per buttarsi nelle braccia formaliste e un po’ birbanti di Kitano. Imamura, direbbero i britannici, è l’odd man out. Il tassello fuori dal puzzle.

Esordio alla fine degli anni ‘50, primi titoli di rilievo nel corso degli anni ‘60. Molti, a suo tempo, chiamarono in causa la nouvelle vague per incastrare il suo stile libero ed estroso, il suo sarcasmo amaro, lo sbocconcellamento dei limiti imposti dalla censura. Per certi versi, Imamura è sodale di Wakamatsu e Oshima, se non fosse per la sua solarità. Il suo è uno sguardo altro, spesso provocatorio, ma mai livido o propenso alla cupio dissolvi. Più che al trend finto sbarazzino e un po’ sterile della cosiddetta nouvelle vague - che in realtà, diamine, si prendeva sul serio eccome: vedi Godard - Imamura è sempre stato il Ferreri d’oriente. Idee potenti e selvagge (non necessariamente simpatiche), voglia di lacerare lo schermo e di scuoterci come pupazzi. Con la foga, e con un riso acidulo.

Prendiamo Porci, geishe e marinai (1961), La donna insetto (1963), I pornografi (1966), fino alla follia un po’ crusoeiana del Profondo desiderio degli dèi, film fluviale a base di natura, animali, contadini, panismo minaccioso. L’allucinazione del Giappone post bellico, ripresa nella sua ultima pellicola: un frammento del film collettivo 11/09/01. Prendiamo La vendetta è mia (1979) e il fermo immagine "castrante" che chiude il film, come l’aereo immobilizzato dal montaggio della Cagna (1972), di Marco Ferreri.

Prendiamo, infine, il titolo che campeggia su questo post: Akai hashi no shita no nurui mizu - Acqua tiepida sotto un ponte rosso (2001). Una storia di passioni e pulsioni, con un’energia che fa tremare i polsi. La storia di un uomo perduto che incontra Saeko, la quale Saeko, ogni volta che ha un orgasmo, genera un’ondata scrosciante che fa sbocciare i fiori e rende pescosi i corsi d’acqua. Un sì alla vita che casca in testa come un macigno di gommapiuma. Shoei Imamura è morto, dannazione. Viva Shoei Imamura.

P.S. Michele ha postato un frammento de I pornografi. Mi scappello, al solito, Michele.

you only live once

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 28, 2006 da Simone Buttazzi

       
Si vive una volta sola, bando alle ciance e lasciamo sempre il motore acceso. Perdio. Il pretesto per ritrire il proverbio è il nuovo singolo degli Strokes, traccia numero uno del loro First impressions of Earth. Motivo di più per tenere una radio accesa dovunque siamo. Uno che sostiene da sempre che si vive una (e una sola, direbbero i matematici) volta, è Woody Allen. Un grande pensatore - e un grande antropologo - camuffato da cinematografaro. Ho scovato in rete la vecchia sceneggiatura di Annie Hall (1977), che finisce così, e ogni volta mi fa frignare. Perché quel che dice è vero, a mio modesto avviso.

            After that it got pretty late.  And we
            both hadda go, but it was great seeing
            Annie again, right?  I realized what a
            terrific person she was and-and how much
            fun it was just knowing her and I-I
            thought of that old joke, you know, this-
            this-this guy goes to a psychiatrist and
            says, "Doc, uh, my brother’s crazy.  He
            thinks he’s a chicken." And, uh, the
            doctor says, "Well, why don’t you turn
            him in?" And the guy says, "I would, but
            I need the eggs." Well, I guess that’s
            pretty much how how I feet about
            relationships.  You know, they’re totally
            irrational and crazy and absurd and …
            but, uh, I guess we keep goin’ through it
            because, uh, most of us need the eggs.

THE END

è tornado Tiziano.

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 26, 2006 da Simone Buttazzi

Zitto zitto bbòno bbòno quatto quatto, Tiziano Sclavi è tornato tra noi. Lo scopro a esattamente un mese e una settimana dall’uscita ufficiale del suo nuovo romanzo, per gli sporchi tipi di Mondadori. Aggravante: collana Strade Blu. Alla fiera del libro di Torino non lo vidi perché non misi piede nei baracconi dei grandi editori. Si intitola Il tornado di valle Scuropasso, pagine 156, euro quattordici, sottotitolo thriller ufologico. In rete girano due copertine: una rosata e fumettosa - con gatto, alberi e flying saucer, il tutto deformato in stile occhio di pesce; una buia, nebbiosa, con casa nera un po’ Craven, un po’ Avati prima maniera. Ignoro quale l’abbia spuntata, delle due, nel rush finale verso le librerie.

Intervistato da un noto blog collettivo, Tiziano dice al solito due parole in croce e ci tiene a sottolineare che questo libro vagisce dopo cinque anni di scrittura sofferta, al contrario del precedente Non è successo niente (Mondadori, 1997, collana principale: tomo sublime, pasticciato, adolescenziale, commercialmente suicida), steso in sei mesi e dato alle stampe. Dopo la pubblicazione di Non è successo niente, non successe niente: il buon Tiziano si chiuse in casa con donna, gatto, puzzle e internet, un po’ come il protagonista del Tornado… il quale è chiuso in una casa nel bosco con se stesso, gatto e "la terapia", la cui somministrazione viene regolarmente controllata da un dottore, per via telefonica. Il resto è tutto mentale, tutta sofferenza. Finora, i commenti web sono scarsi e devo ancora scovare una recensione degna di questo nome.

In attesa di prelevarlo in biblioteca non appena torno in Italia, mi sfogo con Allerdrei, unica fatica sclaviana tradotta in tedesco. Rowohlt, marzo 1994, traduzione di Ulrich Hartmann. Allerdrei (che significa tutti e tre) è la versione teutonica di Tre, romanzo edito nel 1988 da Camunia nonché primo romanzo sclaviano post-dylandog. A suo tempo lo ordinai alla Feltrinelli e lo lessi tutto d’un fiato, gonfio di gioia, la mano sulla bocca a "o". Frammentato, immaginifico e con i piedi d’argilla - sanguigna ma anemica, ecco cos’è la scrittuta di Tiziano - Tre è uno dei suoi migliori romanzi, scritto quando ancora pensava le cose in piccolo e la fama era ben lungi da creare aspettative deleterie. E quindi eccoci qua, nel duemilasei: ci si aspettava un ritorno fumettistico, e invece Tiz atterra in libreria, disegnando cerchi misteriosi in qualche radura lombarda. La notizia è buona. Festeggiamo con una lettura corale delle etichette delle nostre camicie. [Cliccando sulla copertina di Allerdrei si scarica uno zip di scansioni prelibate]

non leggete questo blog

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 23, 2006 da Simone Buttazzi

Les Inrockuptibles ha pubblicato di recente una scelta di cinquanta blog da non perdere. Non una classifica - impossibile - ma una modesta proposta dettata, prima di tutto, da criteri di gusto personale. I blog, si sa, crescono come funghi, e le loro ife son rizomi da vertigine e mal di testa immediato. Più che il blog in sé, è la forma-blog ad essere attualmente il traino della rete, anche grazie alla sua storia d’amore con dio google. I contenuti di un blog si indicizzano con grande precisione e rapidità.

Nato come diario e strumento informativo di nicchia, negli ultimi tre anni (paiono trenta) il blog si è divaricato ed è esploso in mille rivoli: integrazione è la parola chiave. Come il telefonino - prossimo a fagocitarsi l’ipod - la forma blog sta integrando sempre di più tutti i contenuti della rete: dalle news al porno, dalla musica all’arte, fino al cinema e alla scrittura pura. Integra, fa convergere, shackera. Appesi a un post non troviamo solo caratteri in times new roman, ma anche video di youtube, frammenti di canzoni, canzoni intere, album zippati, podcast, in streaming o da scaricare. Troviamo consigli software e soluzioni hardware. Troviamo, tutto.

Dopo la prima era di internet, in cui per partecipare al fruibile bisognava sapere un po’ di html e di ftp, il blog impera come una soluzione chiavi in mano, duttile per i più maneggioni di noi, altrimenti macchina misteriosa e sempliciotta per i più pigri, due pulsanti e una tastiera e via, eccoci stesi in rete a sventolare. Se ora fanno sorridere i libri che dieci, o anche cinque anni fa tentavano di indicizzare il web, è proprio perché il web è anguilla, bambino iperattivo, non c’è upgrade o update che tenga. Solo la curiosità ci tiene al corrente e ci pompa sangue al cervello, unita alla colonnina dei preferiti e a dio google. Ma visto che i classificatori cartacei non muoiono mai, allora dico fate come gli Inrocks, e partite dalla nuova forma di comunicazione breve, per quanto potenzialmente infinita come pagina di Word. Il post.

Dei cinquanta segnalati dall’ottimo hébdo francese ne pesco otto. Ah mignatta che altro non sono, dedita solo a ruminare. Eccoli:

Bedazzled

Videoblog da non crederci, con modernariato televisivo e una passione per i Clash

Earnest Little Cartoon Guy
Sfondo nero, niente ciarle. Solo immagini e video, come una galleria immateriale

Boing Boing
Repertorio di cose piccine e meravigliose, tra l’utile, il nerd e il dilettevole

Contrechamp
Il blog cinefilo che ho sempre sognato: in questi giorni, aggrappato a Cannes

La Blogothèque
Uno dei primi mp3 blog. Anche se a esser franchi, l’indie-eye italiano svetta di gran lunga

Said the gramophone
Verdolino come l’assenzio, un mp3 blog cosparso di Bowie ed altre sublimità

Ginto
Un videoblog musicale maraviglioso, maraviglioso. Chicche a profusione.

David Byrne
Il diario di un troublemaker come pochi, con un genio per la musica e un certo sbuzzo per l’arte contemporanea. Per farsi un po’ i cacchi suoi e annusare le stesse cose che sta annusando lui.

E grazie all’RSS e ai programmi in grado di aggregare i feed, tenere tutti gli aggiornamenti sotto controllo è un giuoco da ragazzi. Lunga vita alla rete. E che sia sempre contorta e sorprendente, questa vita.

ERASER(ADIO)HEAD

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 20, 2006 da Simone Buttazzi

Uscirà in luglio il primo album solista di Thom-nenia-sublime-Yorke. Il cantante con la palpebra sinistra a penzoloni. Quello di This mess we’re in, in combutta con Polly Jean Harvey. Non so se ce l’avete presente. Abbiatecelo.

La tracklist si srotolerà come segue:

    The Eraser
    Analyse
    The Clock
    Black Swan
    Skip Divided
    Atoms For Peace
    And It Rained All Night
    Harrowdown Hill
    Cymbal Rush

Il sito è on line, e geme nel buio. Vale la pena di una visita al giorno, almeno per aprire i pdf appesi a una delle sue pagine - come finestrelle di un calendario avventizio. Dell’avvento, intendo.

imbalsamarsi

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 16, 2006 da Simone Buttazzi

Parte il festival di Cannes, e nel quartiere di San Vitale (I-40138, Bologna) decolla alla grande la festa di Santa Rita, occasione mondana e bisunta quant’altre mai. Mi sono sempre chiesto come mai le due kermesse si sovrappongano ogni anno. Una volta mi venne in sogno la madonna in carne - intatta, perdio! - e ossa, bisbigliandomi la risposta; un po’ come Laura Palmer bisbiglia la chiave di volta (al cervello) all’interno dell’orecchio cerumoso di Dale Cooper in quella bella Stanza Rossa della Loggia Nera, a Twin Peaks o giù di lì.

Il programma di quest’anno, sulla carta, è fiacco. Prima di tutto manca David Lynch, che avrebbe dovuto portare INLAND EMPIRE. Ciccia. Sparpagliati tra le sezioni ecco nomi grossi e grossettini, ma niente per cui maledire la propria assenza dalla Costa Azzurra. L’evento clou sarà Clerks II di Kevin Smith (Un certain régard). A più di dieci anni dal suo filmetto in bianco e nero spezzato in capitoletti, vera miniera di citazioni e goliardate - chi non ricorda almeno un titolo del videonoleggio: Aurora Sboreale! - e dopo clamorosi passi falsi come Dogma, il barbuto nerd americano (che quando recita è Silent Bob; per la cronaca, esiste anche una serie a fumetti) che fa? Che fa? Dà seguito.

In tema di nerd, c’è anche quel furbetto del Richard Kelly di Donnie Darko, alla seconda prova decisiva. Il secondo album è sempre il più difficilè nella carriera di un’artista, mitraglierebbe Caparezza. Southland Tales (Concorso) è ambientato nella Los Angeles del 2008, e promette brividi e scudisciate da futuro papabile prossimo venturo. Ancora dall’America, il prolifico Richard Linklater sbarca sia in concorso (Fast Food Nation) sia nella seziona collaterale, col prelibato A scanner darkly, da Philip K. Dick. Protagonista Keanu Reeves in compagnia di altre facce note, e attenzione: medesimo trattamento del leggendario e filosofante Waking life: riprese dal vivo convertite in cartoni animati.

Poi, due signore registe. Sofia Coppola - nata sopravvalutata - gioca la carta della sua Maria Antonietta pomposa e giocosa, con i fedeli Air alla colonna sonora e un cast da non incontrare di notte, che annovera Asia Argento e Marianne Faithfull. Jane Campion - clinicamente morta dopo l’exploit di Lezioni di piano - torna alle origini con un corto tutto infantile e femminile, The water diary, inserito in un film collettaneo. In Un certain régard passa anche il megafilm lecchino e fatto a cento mani nomato Paris je t’aime, in cui una ridda di gente si mette lì a celebrare la città che ogni tanto brucia e ogni tanto vede scendere in piazza gente che sa quello che vuole. La cosa bizzarra è che uno dei frammenti è girato da Wes Craven. Sì, lui, l’indimenticato autore della Musica del cuore.

Due film spiccano, celie a parte. In concorso, il nuovo Kaurismaki, Lights in the dusk, che pare brancolare ancora dalle parti dell’Uomo senza passato o di Nuvole in viaggio, in pista il suo proletariato laconico e stralunante. Nella sezione collaterale, invece, un film ungherese. Taxidermia si chiama, film in tre episodi di György PÁLFI. Anzi PÁLFI György, se si tiene presente l’etichetta magiara. Tre storie di uomini ambiziosi e scombussolati alla ricerca dell’immortalità. Un giovane, un signore di mezza età, un anziano. Chi con l’immaginazione, chi con l’ingozzamento programmatico (cfr Mr Creosote, cfr Feed), chi, come il titolo insegna, mediante l’antica arte imbalsamatoria. Volere. Vedere.

I luoghi più pericolosi di Berlino

Pubblicato su alexandrinenstraßeachtundneunzig il Maggio 13, 2006 da Simone Buttazzi

Sesso! Droga! Rocchenrollo! Qualche giorno fa la BZ - Berlins Groesste Zeitung - se n’è uscita con una top 18 dei luoghi più minacciosi della capitale tedesca. Christiane F. e i dintorni dello Zoo sono veramente roba da modernariato, ormai. Come le vhs. A corredare il servizio, una cartina esplicativa che segnala il dove e il cosa. Se ci cliccate sopra appare in alta definizione, 836 K di devianza pura. La legenda, tanto per esser didascalici, recita: droghe; aggressioni agli stranieri; rapine; criminalità organizzata; violenza; prostituzione; riciclaggio di denaro sporco; violenza giovanile - e non solo, come ci ricordano i Monty Python.

Ecco la lista dei luoghi, in ordine di malfama:1) Kurfuerstenstraße (troje e marchette a profusion)2) Weinbergspark (spaccio e fattacci)3) la linea U9 della metropolitana (come la Northern Line di Londra)4) Goerlitzer Park (spaccio di droghe lièvi lièvi)5) Alexanderplatz (gruppi di giovinastri con creste)6) Beusselmarkt (le macchine spariscono in un puf)7) Kleiner Tiergarten (picciola criminalità)8 ) Humboldthain (droghe e rapine a mano armata)9) pure la la linea U8 (come la Eastern Line di Londra)10) Oranienburger (ancora corpi in vendita)11) Hardenbergplatz (ecco lo Zoo, scandalosamente fuori dalla Top10)12) Spandau (guardatevi dai giovinotti)13) Hermannplatz (Neukoelln, regno della clandestinità)14) Kottbusser Tor (traffico di sniffate)15) Mitte-Club, Dircksenstraße (accolita di boy band turche)16) Volkspark Hasenheide (mafie da ogni dove)17) Yorckstraßen-Kiez (idem come sopra)18) Schoeneberg Nord (pistole e corsetti)Ma nonostante tutto, non ci si lamenta.

carne de Pedro

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 10, 2006 da Simone Buttazzi

Torino: il sud al nord, lo sa bene Gianni Amelio. Là dove la sbornia delle Olimpiadi invernali fatica a togliersi di tor(i)no. Si vedono edifizi nuovi e zigrinati che rilucono nottetempo, così come archi più ampi dello sguardo e panorami sventrati, quasi spiazzi per circhi ciclopici e girovaghi. Su alcuni pannelli digitali il traffico viene informato che dal 10 al 26 febbraio 2006 la città sarà intasata. Grazie. I corsi sconfinati funzionano così: al centro vai dritto, sempre solo dritto, a sinistra vai contromano, a destra (il controviale) puoi svoltare a sinistra, attraversando tutto il viale come un topolino attraversa l’A14. O a destra, zitto e mosca nei vicoli. A Berlino Stalin Allee è stata rinominata Karl Marx Allee. A Torino c’è ancora Corso Unione Sovietica, unico in Italia, lungo e largo come una pista d’atterraggio al Fiorello La Guardia. Sui giornali ci si azzuffa su D’Alema e tra gli stand della Fiera del libro, una volta tanto, non cammina nessun ministro della cultura.

Siede sul divano dove di solito siede Carlotto, Pedro Juan. Come Carlotto fumerebbe un sigaro, se potesse. Gutiérrez ci è venuto a trovare. Pretesto, il libraccio alimentare che e/o ha pubblicato mesi fa, Il nostro GG all’Avana. Mi fiondo, gli stringo la mano, gli faccio firmare Carne de perro, la raccolta di racconti del 2003 oltre la quale non ha intenzione di andare. E’ stanco, dice, non scrive più. Neanche poesiole, neanche romanzi picareschi come Il Re dell’Avana. A me Il Re dell’Avana, anale e iperbolico com’è, è piaciuto assai. Ma se dovessi raccomandare dieci libri in assoluto, Carne di cane sarebbe tra quelli. Perché è scarno e muscoloso come Iggy Pop, anziano come Iggy Pop, sincero come mi immagino essere Iggy Pop quando si trova solo in una stanza d’albergo, lontano da casa. Pedro l’hanno fatto parlare in due occasioni: un colloquio con la sua traduttrice italiana Tiziana Gibilisco, e un bagno di folla introdotto da Ernesto Ferrero (il patròn, come Salvetti al Festivalbar) e moderato da Pietro Cheli, con Sandro Ferri della e/o tra il pubblico, a vagheggiar best of poetici dell’animale tropicale autopensionatosi. Pedro Juan Gutiérrez ha 56 anni ma non li dimostra, ci tiene a dire Cheli. Quando mi ha stretto la mano, mentre mi parlava della sua vita in amaca e del suo sito, mi aspettavo uno sguardo che mi cagliasse come latte. Non è arrivato, ma forse è colpa mia che non ho le tette.

E intanto allo stand della Valle d’Aosta s’è fatto questo: si è presentato Secondo noi, libro di interviste ad artiste locali; si è presentato 25 maniere per morire di Daniele Gorret, raffinatissimo libro di quadretti suicidali, pure un po’ animalista; si è parlato del concorso Il nostro bisogno di consolazione. Si è proclamato il vincitore, il buon Busetta. Si è annunciata l’imminente pubblicazione da parte di END - Edizioni Non Deperibili. A ciarlare del concorso e a vanvera, il sottoscritto; a fare discorsi editoriali sensati, Viviana Rosi; a scalpare l’autore dopo attenta lettura del testo, Giuliana Olivero; a dispensare allegria e scorrevolezza, il buon Busetta. Angela Migliore, postfatrice e anima lankelottiana, in platea. Gianfranco, senza il quale il libro non, in teleconferenza psichica. Siamo un po’ tutti scarabocchi e prelievi random dal Diario dalla stanza bianca e vuota.

Why do I have this urge to do these things? (BB4#2)

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 5, 2006 da Simone Buttazzi

[ecco che prosegue] A somme tirate, l’Auguststraße della quarta Biennale d’arte contemporanea di Berlino regala almeno due visioni nuove e maramalde. Una è data dalla svedese Nathalie Djurberg, i cui tre corti a passo uno e plastilina sono proiettati sul muro della scuola per bimbe. In Florentin assistiamo a una scena di violenza famigliare: un pennellone baffuto sculaccia una fanciulla; la sorellina di costei si rivolta e gli molla una bastonata sull’ulna. Just because you suffer doesn’t make you Jesus non è dissimile: una vecchia mal truccata e cellulitica sta affossata in poltrona; davanti a lei, una ragazza giovane e servizievole. La vecchia la malmena con una zannetta. La ragazza sanguina visibilmente. La vecchia piange e le si scioglie il trucco che pare la valanga di Sarno.

Tiger licking girl’s butt è il corrusco gioiellino della serie. Ambientazione domestica, bagno e camera da letto. Colori pastello. Una bimba (ancora! ma cresciutella) si aggira nuda tra la doccia e il talamo. Una tigre maschia, non si sa se il suo compagno o meno, sfrutta ogni occasione per srotolarle la lingua felina tra le chiappe. Bruitage delizioso del colpo di lingua: schiocco bavoso. Breve godimento della ragazza, che poi si fa ritrosa. E la tigre che reitera, reitera, in preda alla coazione a ripetere. Fumetto a caratteri rossi, scribacchiati: Why do I have this urge to do these things over and over again? La scritta ricorre quattro volte in due minuti di filmato. E’ la passione, baby. E’ quel martelletto sul ginocchio, che dio lo benedica e non lo ingabbi in nessuna maniera.

Poi capita di uscire dal seminato della Biennale e di aggirarsi tra le gallerie che compongono l’ossatura vetrosa ai lati della strada. E capita di imbattersi nei lavori grafici di Jan Neuffer, crucco di Hannover, il che vuol dire che la sua pronuncia del tedesco è impeccabile. Neuffer gioca con l’alfabeto e con l’immaginario urbano, declinando il tutto all’alieno, all’esotico in patria. E alcune immagini, come quella qua sotto, valgono l’intera passeggiata, e l’intera Biennale. Con buona pace di Cattelan e della sua curatela un po’ vattimista. Nel senso di pensata tra un bicchierino e l’altra, e quando pensata debole.

Bang; Bang (BB4#1)

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Maggio 3, 2006 da Simone Buttazzi

La quarta Biennale d’arte contemporanea di Berlino (dett’anche BB4) è curata da tre persone: Maurizio Cattelan, Massimiliano Gioni e Ali Subotnick. Gli ultimi due sono molto giovani, molto in carriera e piuttosto in gamba. Il primo è il troublemaker di punta dell’arte attuale, un brigante che deve ancora sbagliare una mossa. Tra le tante opere esposte è quasi automatico pensare a quelle che Cattelan ha scelto, puntato col dito, o dinanzi alle quali ha annuito col suo sorriso fanciullo che gli accartoccia la faccia. La Biennale si dipana tra un enorme tabellone di arrivi e partenze, vuoto e nero (i tasselli girano senza sosta, ma non recano numeri o lettere), appeso in una chiesa, e una pelle di cavallo abbandonata nel sacrario di un cimitero. Potrebbe averli firmati lui. Come anche un pupazzo di scolaro triste, chino sul banco dove è inchiodato un libro ingiallito. Se non fosse scritto in polacco, uno direbbe: Cattelan. Piccole tracce in una narrazione più ampia che va sotto il nome di Uomini e topi (Von Maeusen und Menschen); eppure non ha né l’onestà scarna e vitalistica di Steinbeck, né ambisce a costruire un discorso teriomorfo/antropomorfo. E’ una biennale come altre biennali, sotto il segno del ready made, del già visto già esposto, della piccola opera, del cenno e mai della dichiarazione, o del pugno sul tavolo.

Questa Biennale è fatta di luoghi. Si mangia tutta la Auguststraße, nella zona più viva della capitale quanto a gallerie, manifesti e appartamenti popolati da gente che, come Yoko Ono, ordina al bar pesche galleggianti nel gin - in un cappello, sia chiaro. Questi luoghi sono il KW (Kunst Werke), storico complesso di gallerie, istituti, caffè e laboratori; una vecchia scuola per bambine ebree, riaperta all’uopo; la chiesa suddetta; il cimitero suddetto; una balera in disuso; un container; un paio di gallerie private; tre o quattro abitazioni private. Il che vuol dire che per vedere alcune opere, o alcune installazioni, bisogna suonare il campanello e entrare in casa della gente. Interni berlinesi da proverbio, che abbassano la mascella molto più di quanto esposto: camere riscaldate da stufe monolitiche, quasi dei golem di marmo; interi appartamenti con i muri dipinti di viola, dove tutto è concrezione, manufatto, scarto e recupero, bricolage. Un caos accatastato col tempo, intrallazzato mese dopo mese, davanti al quale Kurt Schwitters avrebbe detto Merz, avrebbe detto io, al posto vostro, farei lo stesso forseppiù.

Cosa capita di vedere alla Biennale. La scuola, prima di tutto: un labirinto su quattro piani, scrostato e cadente, cornice graffitata e pesta che bisbiglia una storia tutta sua, lontana nel tempo. Una cornice all’interno della quale le opere sembrano pretesti, soprammobili appoggiati, inconvenienti passeggeri. Ma c’è un ma. Se si entra in palestra, c’è una sorpresa. Bisogna subito addossarsi alle spalliere. Le porte sbattono e svolazzano. Il fragore è assordante, si sente anche da fuori. I più temerari possono tentare di inserirsi nel meccanismo, sperando di non beccarsi un’anta sul muso. E’ la Bang Bang Room di Paul McCarthy (1992), un congegno meccanico avente la forma di una stanza completa. Quattro pareti, quattro porte. Dal momento in cui prendono vita, le pareti si spalancano e girano sul proprio asse (gli spigoli verticali della stanza) e le porte si aprono e si chiudono senza sosta, sbattendo chiassosamente. Un processo a cui si può assistere da fuori, o da dentro. Meglio da dentro. Pensieri sul pubblico e il privato germinano nel cranio.

Poco più in là, la balera. Funziona ancora, e promuove serate danzanti. Tuttavia ha delle stanze vuote, come la Sala degli Specchi. Un ragazzo e una ragazza sono accovacciati al centro, nell’ombra, ed eseguono languide mosse d’intreccio, quasi una danza intima al rallentatore. Silenzio di tomba. Ogni tanto pronunciano nome, cognome dell’artista, anno dell’opera, alternandosi. Tino. Sehgal. 2002. Gli specchi sono rotti e giganteschi come la sala, come le ragnatele. Verso la fine della Auguststraße, poco prima del cortile della pace - Friedhof, così il cimitero in lingua tedesca - ecco un container come un altro, a un lato della strada. Solo che c’è la fila fuori, e sulla porta è scarabocchiato il nome di Erik van Lieshout, artista olandese bighellone quant’altri mai. Si attende. Si entra. Ci si accoccola su un piano inclinato, o ci si ficca in appositi buchi. Parte la proiezione. Si chiama Rotterdam-Rostock e mantiene quel che promette: Erik in vacanza, in bici, armato di videocamera digitale da supermercato.

E’ il suo filmino delle vacanze, montato come farebbe un macellaio col Parkinson. Diciassette minuti di congerie e follia, dai quali si esce con le lacrime agli occhi. Erik ha un senso dell’umorismo assassino e sembra una Iena mal vestita. Attacca bottone a tutti e non teme gli stereotipi: li ammassa tutti (tutti!) e li spara a mitraglia. Stereotipi sui suoi Paesi (Bassi) e sulla Germania tutta, dalla Baviera secessionista e panciuta all’ex DDR che ancora ha certe pezze al culo e ogni tanto cotanta povertà instilla comportamenti malsani in alcuni giovani che o non hanno studiato storia, o l’hanno studiata - bravi - e non l’hanno capita - meno bravi. Ma Erik non trae conclusioni e non pontifica. Alla fine che fa. Ci mostra il suo telefonino rotto e frigna come un bimbo. 600 euro l’avevo pagato, si lamenta. 600 euro. Schiacciato da una macchina. Non c’è senso in tutto questo, frigna. Immagini mosse. Traffico. Asfalto. Fine. [continua]