Archivia per Aprile, 2006

natura morta con tulipano e spalle spioventi

Pubblicato su soqquadri il Aprile 30, 2006 da Simone Buttazzi

Risale al 1973-1974 Die Ausgezeichnete - La donna premiata, o onorata che dir si voglia. In Mitteleuropea è buona abitudine fare dono di tulipani alle signorine o alle signore, in occasione di importanti riconoscimenti. L’artista Wolfgang Mattheuer la dipinse pensando alle tante donne influenti e produttive della Repubblica Democratica, che un tulipano se lo meritavano davvero. A dir poco. Disse che pensava a una Christa Wolf ormai anziana. O alle signore ormai anziane che si portavano a casa un mazzo di fiori dopo sobri festeggiamenti in una balera cadente. La protagonista della tela è premiata, sì, ma il suo sguardo è basso, la postura mortificata, le linee del volto comunicano stanchezza. Una sconfitta irrecuperabile. E’ forse arrivato troppo tardi, questo premio? O i suoi problemi sono altrove, per nulla a portata di tulipano? Come si permette di sminuire il momento topico? Nella DDR la tela venne da più parti definita uno scandalo. Uno. Scandalo.

Melancholie. Polonia, 1890-1894.

Pubblicato su soqquadri il Aprile 28, 2006 da Simone Buttazzi
Pieghiamo il capo di novanta gradi a sinistra.
 
 
L’orda che si sprigiona dalla tela di Jacek Malczewski rincula dinanzi alla finestra aperta.Là fuori, nera e incappucciata, vige la malinconia.

le gros et le maigre

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Aprile 25, 2006 da Simone Buttazzi

Alla Neue Nationalgalerie di Berlino è di scena la Malinconia. Melancholie - Genie und Wahnsinn in der Kunst (genio e follia nell’arte) è una tristana scorribanda sotto il segno di Saturno. Un itinerario che fa incetta di goccioline di bile nera prese ora qua, ora là, e ce le inietta come un torrente di curaro. Ma non finiamo stecchiti. Inietta veleno nel serpente e vedi se muore.

Dagli incubi (siamo sicuri?) di Bosch alle litografie di Duehrer, fino al realismo socialista (che la mise al bando - generandola) alle paturnie dei giorni nostri, un abbecedario della paranoia galoppante. Un puzzle pensoso, nerissimo, fondamentale: il lato oscuro della spotless mind. Ovvero l’accidia che, come malta, si alterna a mattoni d’estro e a tegole d’ispirazione con tanto di bocca schiumante. Gli isolati colpi di genio vincono nel lungo periodo, ma è la malinconia a mangiarsi le giornate. E allora Edvard Munch a iosa, autoritratti scarabocchiati di Baudelaire, Friedrich e Boecklin a codificare cromatismi, figure, e paesaggi. Marie-Jo Lafontaine espone una lastra nera come la pece, con al centro nubi in bianco e nero. Quel che deve accadere è già compiuto, titola il tutto. Davanti agli umori, come al tempo atmosferico, mani alzate e rassegnazione.

In questo contesto, collegando due stanze separate, si coglie lo stesso ossimoro di un vecchio corto di Polanski. Il grasso e il magro. Ron Mueck, unico artista vivente invitato a esporre alla National Gallery di Londra, chiude un omone in una nicchia del museo. Il titolo è Big Man e basta. Mi sono avvicinato. Gli arrivavo al gomito. I suoi pensieri come la massa corporea: zavorre che invecchiano. Questo, il grasso. Il magro è David Nebreda, artista spagnolo uscito dal manicomio nel 1992. Nebreda ama paragonarsi a Gesù Cristo, e in quanto tale si sottopone a una Passione costante: niente cibo, pelle strappata e martoriata, fango e guano in faccia. Il suo corpo incarna l’incubo del Novecento, scolpito a forza di privazioni e negazioni - a cominciare dall’istinto di sopravvivenza, dal rispetto per la vita umana. La propria, ad esempio. Nebreda si mette in gioco in prima persona e non bara. E al contario di Gesù Cristo, sa bene che questa vita è l’unica che abbiamo.

i cani neri

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Aprile 22, 2006 da Simone Buttazzi

Quando era in giornata no, Winston Churchill amava citare una figura coniata da Samuel Johnson. Ho il mio cane nero, diceva. Quattordici anni fa Ian McEwan ha pubblicato un romanzo intitolato Black dogs. Era passati due anni da The innocent. Come The innocent, Black dogs ruota attorno alla città di Berlino, Germania; è un libro che guarda nel pozzo del passato e tira su un secchio. L’acqua che beviamo è qui e ora. June è uno dei personaggi principali:

So June’s idea was that if one dog was a personal depression, two dogs were a kind of cultural depression, civilisation’s worst moods.

I cani neri hanno nel libro una valenza simbolica, ma compaiono anche in carne, ossa e fauci - in un flashback che fa male e continua a spaventare, nonostante il passaggio del tempo. Se un cane nero è, come lo intendevano Johnson o Churchill, simulacro di un dolore privato, due o più cani neri incarnano qualcosa di vasto. Sono quelli che abbaiano in Europa (come altrove) a intervalli regolari, sbranano e lasciano carcasse, sgomento e impotenza. Uno crede di averne avuto abbastanza, e invece. Eccoli che latrano e ringhiano, entrando ogni volta in corpi nuovi. Come Bob, il demone della Loggia Nera. E allora occhi aperti, cittadini.

But it is the black dogs I return to most often. They trouble me when I consider what happiness I owe them, especially when I allow myself to think of them, not as animals, but as spirit hounds, incarnations. June told me that throughout her life she sometimes used to see them, on the retina in the giddy seconds before sleep. They are running down the path into the Gorge of the Vis, the bigger one trailing blood on the white stones. They are crossing the shadow line and going deeper where the sun never reaches, and the amiable drunken mayor will not be sending his men in pursuit for the dogs are crossing the river in the dead of night, and forcing a way up the other side to cross the Causse; and as sleep rolls in they are receding from her, black stains in the grey of the dawn, fading as they move into the foothills of the mountains from where they will return to haunt us, somewhere in Europe, in another time.

da necro a nippo

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Aprile 19, 2006 da Simone Buttazzi

Jörg Buttgereit è ormai uno splendido quarantenne dalle fattezze medio-crucche, taglio ariano e pupilla tra lo squalo e il demente. Nel lontano 1987 girò il primo film apertamente necrofilo, Nekromantik. Nel quale film la protagonista si sollazzava con un cadavere - nemmeno tanto fresco - conficcandogli un fucile in quel che restava dell’inguine. Non ricordo se per questa delicata pellicola il buon Ciorcio è finito dietro le sbarre. Ma se non ci sono finiti Ruggero Deodato e Gualtiero Jacopetti, perché avrebbe dovuto finirci lui? In fin dei conti è stato solo uno degli esponenti più vispi del cosiddetto new horror teutonico, cinemazzo fatto con due soldi e una idea una per film. In Violent shit, girato da non ricordo più chi, c’era una crocissione finale con sventramento sbrodolone. In Nekromantik c’è quanto descritto poc’anzi, e qualche bricola che ci gira attorno. Il film ebbe un timido sequel, poi Jörg decise di andare sul raffinato e girò Schramm. Tutt’altra pasta, molto più cerebrale. Nel senso che qui si parla di un serial killer e della sua calotta cranica pulsante a cielo aperto. Poi, il silenzio. Ora il buon Buttgereit torna in punta di piedi - con un libro.

Si chiama Die Monsterinsel (L’isola dei mostri) e parla della sua segreta passione, das heißt il Sol Levante. Quello dei Godzilla e delle altre orga- o meca-mostruosità che vengono da sperdute isole del Pacifico per radere al suolo intere città. A generarle, radiazioni di uranio o il cervello spalancato e pulsante di uno scienzato pazzo. A preannunciarle, lo tsunami provocato dalle loro zampe che arrancano nelle acque oceaniche. Questa vicinanza col Giappone non è così sorprendente. Negli anni Novanta è stato proprio il Giappone a raccogliere il testimone dell’horror underground da denuncia, dopo che la vague teutonica si era rapidamente esaurita rincattucciandosi nelle abitazioni private, negli scantinati dei cannibali e nei cessi degli appassionati di scat. Valga per tutti la serie finto-snuff detta Guinea Pig, vero e proprio tunnel dell’orrore della tortura fine a se stessa. Certo, lo sguardo nipponico è sornione anche quando non vorrebbe. In altri termini, il risultato è impressionante ma nessuno ci crede neanche per un attimo. Siamo a un passo dallo humour sacripante e anale del Getting any? di Kitano. Del resto, solo questo ha sempre voluto strappare, lo Jörg: una risata tra i conati.

far, far away. in the scriptorium

Pubblicato su orecchie trovate nei prati il Aprile 16, 2006 da Simone Buttazzi

Attendere prego. Nella politica italiana fervono scaramucce virulente e dementi: nient’altro che  pecore che brucano davanti al Tempio della Concordia ad Agrigento, con colonna sonora arpeggiante (INTERVALLO). Volgo lo sguardo altrove e scopro che Paul Auster ha un diavolo per capello.

Incostante, adorabilmente autoreferenziale, a volte stucchevole ma altre volte inarrivabile, pare che Paolo Austero abbia ritrovato la vena e galoppi di brutto. Dopo due romanzi formidabili e crudeli (The book of illusions, 2002; Oracle’s night, 2003) e un’autoparodia buonista (Brooklyn Follies, 2005), lo Scrittore - perché è questo che "fa", lo scrittore con la esse majuscola - ha in canna un colpo nuovo. Si chiamerà Travels in the Scriptorium e, a detta delle prime notizie, sarà il metaromanzo dei metaromanzi. O meglio: una passeggiata in tutti i suoi preesistenti boschi narrativi, con i personaggi che riemergono, si stringono la mano e le combinano assieme. Concept orgasmico - la gioia di un qualsiasi auster-fan, ma diciamocela tutta: esattamente ciò che ci si aspettava da lui, prima o poi - sposato con ambientazione claustrofobica, tra un monastero e un’istituto di pena. Come giostra dolore e matrioske Auster, non li giostra nessuno.

Non contento di inserire nei suoi romanzi amici e vicini (in Leviathan si riconosce l’artista Sophie Calle) e di sponsorizzare la fidanzata anch’essa Autrice (Siri Hustvedt), nel nuovo romanzo Auster compirà l’abracadabra e girerà la chiavetta dietro la schiena di suoi storici personaggi come Quinn (quello della Trilogia), lo sventurato Sydney Orr della Notte dell’oracolo, il Mr. Bones di Timbuktu, il Peter Aaron di Leviatano, fino al mio preferito: David Zimmer, cfr. Il libro delle illusioni. Uscita prevista: inizio 2007, con licenza poetica concessa all’editore danese Per Kofod il quale, al solito, potrà pubblicare l’opera dell’ingegno con sei mesi di anticipo. In questa trama bibliofila all’ennesima potenza s’inserisce anche un nuovo progetto cinematografico, dalla scadenza imprecisata: The inner life of Martin Frost, "tratto" dall’unico film perduto del comico Hector Mann, che David Zimmer ha l’occasione di vedere per intero (e di raccontarci per filo e per segno) nel Libro delle illusioni. E se dico che Travels in the Scritptorium è il titolo del secondo romanzo del Martin Frost di The inner life of Martin Frost, il nodo gordiano è fatto. Borges (ap)plauderebbe; Greenaway, composto come se avesse uno scopa in culo, pure.

la riconta è finita

Pubblicato su irresistibili boutades il Aprile 14, 2006 da Simone Buttazzi
Andate (avanti) in pace, miei Prodi. Armati di due palle così mi raccomando.
Si festeggia tra qualche mese se la marcia è ingranata.

Quanto a chi non è d’accordo, sappia che il giochino è perso.
Non ce lo leveremo dai coglioni a imbarco immediato, ma con la santa pazienza e la pragmatica costanza si ottiene tutto. O quasi.

Bologna, dodici aprile, ore 22:00

Pubblicato su irresistibili boutades il Aprile 13, 2006 da Simone Buttazzi

Il futuro presidente del consiglio, romano prodi, termina il comizio che sancisce l’ottenuta maggioranza in entrambe le camere della repubblica italiana, dà avvio ai moderati festeggiamenti di rito e se ne va in corriera accompagnato dal calore della popolazione locale, accorsa in massa e rapidamente dileguatasi non appena la vettura si allontana, mischiandosi al traffico notturno.

02:35

Pubblicato su irresistibili boutades il Aprile 11, 2006 da Simone Buttazzi

Le proiezioni danno l’Unione in vantaggio alla Camera per uno 0,7 e sblisga per cento: una bava di venticinquemila voti. Al Senato la Cdl vince per un senatore, ma il voto degli italiani all’estero pare propenso all’Unione. Roba di tre-quattro senatori. Quelli a vita, in ogni caso, faranno come Cossiga e si chiameranno fuori.

Al che Fassino fa la sua apparizione da segretario di partito antidiluviano e canta vittoria come vuole la prassi. Solo, non cita il Senato. Solo, non cita la percentuale risibile. Si limita a criticare la stessa legge porcata che garantisce all’Unione 340 deputati, di cui un’abbondante sessantina virtuali, premio di Pirro. Al che la piazza romana dell’Ulivo si anima con la stessa canzone di Fossati di dieci anni anni fa. Sventolio pecorone, fischi e saltelli. Scemi che si muovono.

La classe dirigente dell’Unione si fa vedere in toto, come se nulla fosse. Come se vittoria fosse, davvero. Prodi si autoproclama Presidente del Consiglio, a scrutini aperti e Senato ancora appannaggio della Cdl. La televisione trasmette le immagini digitali, glaciali, ributtanti, dal basso verso l’alto, di questa classe dirigente, fino a cinque minuti prima chiusa nei suoi uffici con le calcolatrici in mano.

E i caporaletti dell’una e dell’altra parte imperversano in tv. Nello sconcerto e nell’angoscia abissale di una pari patta, nella stanchezza senz’appello delle ore piccole, ci si immagina un governo tecnico, o una coalizione alla tedesca con entrambe le parti, sì, ma acefale. I leader hanno perso. E con questa classe dirigente né un blocco né l’altro vincerà mai.

Poche cose, in vita, mi sono parse tristi, sbagliate e attanaglianti come la festa forzata dell’Ulivo, fotocopia smerdata della vittoria - vera - di dieci anni fa. Li ho votati, ma questo non conta più. Le elezioni hanno azzerato tutto con il risultato peggiore che potesse uscire. Anomalia della democrazia che corona dodici anni di anomalia berlusconiana. Ironia, non berlusconiana stavolta, ma della sorte. Meno falsa, più perfida. Hanno azzerato la contesa, queste elezioni, azzerato i programmi e gli ideali in ballo. Resta una voragine piena di croci nulle. La penisola italiana sta per trasformarsi nella Florida: paludi e allegatori compresi.

calma e sangue freddo

Pubblicato su irresistibili boutades il Aprile 10, 2006 da Simone Buttazzi

Abbiamo sottovalutato come esempio di sottocultura l’elogio dell’illegalità, il linguaggio grossolano e finto-colto, i gesti scurrili, le volgarità studiate a tavolino… Non è sottocultura; è un’altra cultura… Non è democrazia ma è demagogia, un regime insidioso che si nasconde sotto apparenze ingannevoli. Il popolo che si vuole che sia non è quello che sceglie, che decide, che discute, che approva o disapprova, promuove o boccia i suoi rappresentanti. È invece il popolo che non agisce ma reagisce, non si esprime da sé ma è "sondato"… Quale che sia l’esito delle prossime elezioni, con questo rovesciamento avremo a che fare. Vincere le elezioni non significa affatto, di per sé, avere sconfitto la demagogia. Bisognerà ripensare da capo la democrazia.

Gustavo Zagrebelsky, MicroMega, aprile 2006.