Lea

La Biennale d’arte contemporanea di Venezia
è curata quest’anno da Rosa Martinez e Marìa de Corral. L’accento di
Marìa dovrebbe essere acuto, ma la tastiera italiana fa quello che può.
Sbagliando. Le migliori norme redazionali prevedono che l’accento
sulla i sia sempre acuto, per una questione di coerenza col suono della
vocale, davvero mai grave. Vi sembra grave il suono “i”? Naaa.

L’Espresso del 12 maggio offre un’anteprima della Biennale che ci
aspetta, a firma Alessandra Mammì. Nel classico box laterale a mo’ di
colonna troviamo un’intervista a Lea Vergine. Aggrappandosi alla
“notizia” – tra virgolette perché interessante solo da un punto di
vista nozionistico – che per la prima volta vede una donna alla
direzione della Biennale, Lea viene intervistata e dice, deo gratias,
le cose come stanno.

Per inciso, Lea Vergine è tra i massimi esperti di arte
contemporanea in Italia – con particolare attenzione alla body art – e
nel 1980 curò una mostra che fece scalpore, “L’altra metà
dell’avanguardia 1910-1940″, che rese tardiva giustizia al coté
femminile dell’arte novecentesca. Al giorno d’oggi un discorso del
genere sarebbe superfluo o viziato. Per fortuna. Senza eventi tellurici
come la mostra curata da Lea forse ce ne sarebbe ancora bisogno. C’è
bisogno, invece, di votare sì ai referendum del prossimo mese. Un sì
che scavalca logiche partitiche o ideologiche, e che va a collocarsi in
un ambito puramente etico. In una parola, è il rispetto della donna a
essere a repentaglio. Ma prima del 12 giugno ci torneremo con fior di
argomentazioni. Ecco un brano dell’intervista:

Da pioniere a protagoniste: mai come oggi ci sono state
donne sulla scena dell’arte. Lea Vergine, un tale successo a cosa si
deve secondo lei?

La forza delle donne nell’arte è un misto di
disobbedienza e autoironia. Non esiste donna artista, o letterata o
musicista che pur amando appassionatamente il suo lavoro, non sappia
che non è l’assoluto della vita. E il non dividere mai vita e lavoro,
questo fare continuo e diverso che accompagna l’intera giornata, tipico
delle donne, ha reso possibile introdurre nell’arte l’intero ciclo
della vita. Quando Mona Hatoum mostra una culla con un coltellino ci
dice che la culla è cosa meravigliosa ma costa una fatica sanguinolenta.

E’ ancora il privato che diventa politico?

O viceversa. Le artiste americane degli anni
Ottanta come Barbara Kruger o Jenny Holzer ci hanno dimostrato invece
che si possono affrontare senza ideologia temi sociali come l’AIDS, il
razzismo, la differenza tra i sessi. La politica nelle donne artiste
non è mai ideologica o partitica, piuttosto affonda radici nel
significato originario: polis, civiltà.

E gli artisti uomini come hanno risposto a tanta rivoluzione?

Come tutti i maschi vessati da secoli che
finalmente stanno imparando ad accettare il loro lato femminile, che
non significa femminesco.

A distanza di 25 anni rifarebbe “L’altra metà dell’avanguardia?”

Oggi metterei in mostra gli uomini.

 

2 Risposte a “Lea”

  1. Ma tu sei un MoCeri o un MoCisarai???

  2. Ah! Ah! Mi sono letto per bene gli intenti di http://www.padiglioneitalia.com
    Se non fosse che:
    * il presenzialismo non è nelle mie corde
    * non credo nel campanilismo artistico (mi fido del lavoro delle le due curatrici e della tendenza alla sottrazione)
    be’, parteciperei con una stampata in bianco e nero della pagina del blog del 9 giugno.
    L’iniziativa, al di là di tutto, sembra vispa.

Lascia un commento